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Le ultime lettere di Jacopo Ortis

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Le ultime lettere di Jacopo Ortis

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NOTIZIE INTORNO ALL AUTORE, Jacopo Ortis, ossia, Ugo Foscolo, Nobile Veneziano, oriundo Dalmato, è V autore delle presenti Lettere.
Attaccato alla Repubblica Veneta, esercitò la professione militare in qualità di Capitano neh" armata della Repubblica Ita- liana.
Dopo le varie vicende della Rivoluzione lasciò la carriera militare dove in breve tempo avrebbe potuto salire ai più alti gradi.
Fu eletto in seguito Lettore d' Eloquenza a Pavia.
Dopo un anno in circa disgustatosi anche di questo elesse di vivere a stesso e coi suoi pensieri.
Il Governo, più sollecito in beneficarlo che non fu egli neh" esser beneficato, gli accordò una pensione adeguata alla sua con- dizione.
Neir anno 1802, fu egli particolarmente prescelto dalla municipalità di Milano a formare una Orazione a Buonaparte nel Congresso di Lione.
IV L* Edizione che abbiamo seguita in questa nostra ristampa è perfettamente conforme a quel- la pubblicata in Milano neir anno 1802, che porta in fronte la seguente Protesta di queir Editore : U Editore, depositario degli autografi, smentisce ogni edizione dissimile a questa, e segnatamente le tre anteriori al 1802; la pruina, in due volumetti con un profilo in fronte, im- pressa in Bologna, V altra recentemente in Tori- no, e la terza in un solo volume senza data di paese ; perchè derivanti tutte da una edizione da lui intrapresa e per Jieri casi interrotta, e abban- donata a uno stampatore, il quale mercantilmente fece continuare il libro e la stampa; ond.
è che in quelle edizioni la vita delV Ortis s' è con- vertita in romanzo, contaminando anche le sue poche vere lettere con barbare frasi, e con note servitù Ed a scanso di nuove frodi il rame del frontispizio attesterà V autenticità di questa edi- zione.
Milano, Ottobre 1802.
AL LETTORE.
Pubblicando queste lettere, io tento di erigere un monumento alla virtù sconosciuta, e di consecrare su le memorie del mio solo amico quel pianto che ora mi si vieta di spargere su la sua sepoltura.
E tu, o Lettore, se uno non sei di coloro che esigono dagli altri queir eroismo di cui non sono eglino stessi capaci, darai, spero, la tua compassione al giovine infelice dal quale potrai forse trarre esempio e conforto.
Lorenzo A***.
B ULTIME LETTERE, kt.
Da' colli Euganei, 11 Ottobre 1797.
Il sacrificio della nostra patria è consumato : tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia.
Il mio nome è nella lista di pro- scrizione, lo so : ma.
vuoi tu eh' io per salvarmi da chi m* opprime mi commetta a chi mi ha tradito > Consola mia madre i vinto dalle sue lagrime P ho ubbidita, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le più feroci.
Ma dovrò io abban- donare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere per sempre il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace.
Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo.
quanti infelici.
E noi, pur troppo, noi stessi Italiani ci laviamo le mani nel sangue degl' Italiani.
Per me segua che può.
Poiché ho disperato e della mia patria e di me stesso, aspetto tranquillamente la prigione e la morte.
Il mio cadavere almeno non cadrà fra braccia stra- niere ; il mio nome sarà sommessamente compianto dai pochi uomini buoni, compagni delle nostre miserie ; e le mie ossa poseranno su la terra de' miei padri.
b2 4 ULTIME LETTERE 13 Ottobre.
Ti scongiuro, Lorenzo; non insistere più.
Ho deliberato di non allontanarmida questi colli.
E vero eh' io aveva promesso a mia madre di rifuggirmi in qualche altro paese ; ma non mi è bastato il cuore: e mi perdonerà, spero.
Merita poi questa vita di essere conservata con la viltà, e con 1' esiglio.
Oh quanti de' nostri concittadini gemeranno pentiti, lontani dalle loro case.
perchè.
e che potremo aspettarci noi fuorché indigenza e disprezzo, o al più, breve e sterile compassione, solo conforto che le nazioni incivilite offrono al profugo straniero.
Ma dove cercherò asilo.
in Italia.
infelice terra.
premio sempre della vittoria.
Potrò io vedermi dinanzi gli occhi coloro che ci hanno spogliati, derisi, venduti, e non piangere d' ira.
Devastatori de' popoli, si servono della libertà come i papisiserviano delle crociate.
Ahi lyrovente disperando di vendi- carmi mi caccerei un coltello nel cuore per versare tutto il mio sangue fra le ultime strida della mia patria^ E questi altri.
hanno comperato la nostra schiavitù, racquistando con 1' oro quello che stoli- damente e vilmente hanno perduto con le armi.
Davvero eh' io somiglio un di quegli infelici che spacciati morti furono sepolti vivi, e che poi rinve- nuti, si sono trovati nel sepolcro fra le tenebre e gli scheletri, certi di vivere, ma disperati del dolce lume della vita, e costretti a morire fra le bestemmie e la fame.
E perchè farci vedere e sentire la libertà, e poi ritorcela per sempre.
e infamemente.
DI JACOPO OH US.
16 Ottobre.
Or via, non se ne parli più : la burrasca pare acquetata ; se tornerà il pericolo, ras-icurati, tenterò ogni via di scamparne.
Del resto io vivo tranquillo per quanto si può.
tranquillo.
Non vedo per- sona del mondo : vo sempre vagando per la cam- pagna ; ma a dirti il vero, penso, e mi rodo.
Man- dami qualche libro.
Che fa Lauretta.
la povera fanciulla.
io l'ho lasciata fuori di sé.
Bella e giovine ancora ella ha inferma la ragione, e il cuore infelice.
in- felicissimo.
Io non l'ho amata ; ma fosse compassione o riconoscenza per avere ella scelto me solo conso- latore del suo stato, versandomi nel petto tutta la sua anima e i suoi errori e i suoi martirj.
davvero eh' io V avrei fatta volentieri compagna di tutta la mia vita.
La sorte non ha voluto ; meglio così, forse.
Ella amava Eugenio, e 1' è morto fra le braccia.
Suo padre e i suoi fratelli hanno dovuto fuggire la loro patria, e quella povera famiglia destituta di ogni umano soccorso è restata a vivere, chi sa come.
di pianto.
Eccoti, o rivoluzione, un' altra vittima.
Sai, ch'io ti scrivo, o Lorenzo, piangendo come un ragazzo.
pur troppo.
ho avuto sempre a che fare con degli scellerati, e le poche volte che ho incontrata la virtù ho dovuto sempre compiangerla.
Addio, addio.
6 ULTIME LETTERE 18 Ottobre.
Michele mi ha recato il Plutarco, e te ne ringrazio.
Mi disse che con altra occasione m' in- vieiai qualche altro libro ; per ora basta.
Col di- vino Plutarco potrò consolarmi de' delitti e delle sciagure dell' umanità, volgendo gli occhi ai pochi , illustri che quasi primati dell' umano genere so- vrastano a tanti secoli e a tante genti.
Temo per al- tro che spogliandoli della magnificenza storica e della riverenza per 1' antichità, non avrò molto a lo- darmi ne degli antichi, ne de' moderni, ne di me stesso.
umana razza.
23 Ottobre.
Se m' e dato lo sperare mai pace, 1' ho trovata, o Lorenzo.
11 parroco, il medico, e tutti gli oscuri mortali di questo cantuccio della terra mi conoscono sin da fanciullo e mi amano.
Quantunque io viva fuggiasco, mi vengono tutti d' intorno quasi voles- sero mansuefare una fiera generosa e salvatica.
Per ora io lascio correre.
Veramente non ho avuto tanto bene dagli uomini da fidarmene così a un tratto : ma quel menare la vita del tiranno che freme e trema d' essere scannato a ogni minuto, mi pare un agoniz- zare in una morte lenta, obbrobriosa, lo siedo con essi a mezzodì sotto il platano della chiesa leggendo loro le vite di Lyicunro e di Timoleone.
Domenica DI JACOPO ORTIS.
7 mi s' erano affollati intorno tutti i contadini che,quan- tunque non comprendessero affatto, stavano ascol- tandomi a bocca aperta.
Credo che il desiderio di sapere la storia de' tempi andati sia figlio del nostro amor proprio che vorrebbe illudersi e prolungare la vita, unendoci agli uomini e alle cose che non sono più, e facendole, sto per dire, nostra proprietà.
Ama la immaginazione di spaziare fra i secoli e di ^/ \ possedere un altro universo.
Con quanta passione un vecchio lavoratore mi narrava stamattina la vita de' parrochi della villa, viventi nella sua fanciullezza, e mi descriveva i danni della tempesta di trentaset- t'anni addietro e i tempi dell' abbondanza e queidella fame, interrompendosi ad ogni tratto, ripigliando il racconto ed accusandosi d'infedeltà.
Così mi riesce di dimenticarmi eh' io vivo.
E venuto a trovarmi il signore T*** che tu cono- scesti a Padova.
Mi disse che spesso gli parlavi di me, e che jer V altro glien' hai scritto.
Anche egli s' è ritirato in campagna per evitare i primi furori del volgo, quantunque a dir vero non siasi molto in- tricato nei pubblici affari, lo n' aveva sentito par- lare come d' uomo di culto ingegno e di somma one- sta; doti temute in passato,ma adesso non possedute impunemente.
Ila tratto cortese, fisonomia liberale, e parla col cuore.
V era con lui un tale ; credo, lo spo so promesso di sua figlia.
Sarà forse un bravo e buono giovine, ma la sua faccia non dice nulla.
Boona notte.
ULTIME LETTERE 24 Ottobre.
L' ho pur finalmente afferrato nel collo quel ri- baldo contadinello che dava il guasto al nostr' orto tagliando e rompendo tutto quello che non poteva rubare.
Egli era sopra un pesco, io sotto una per- gola : scavezzava allegramente i rami ancora verdi perchè di frutta non ce n' erano più : appena 1' ebbi fra le ugne cominciò a gridare : misericordia.
Mi confessò che da più settimane facea quello sciagurato mestiere perchè il fratello dell' ortolano aveva qual- che mese addietro rubato un sacco di fave a suo padre.
E tuo padre t' insegna a rubare.
In fede mia signore fanno tutti cosi.
L' ho liberato, e saltando a precipizio fuor d' una siepe io gridava ; ecco la società in miniatura j tutti così.
26 Ottobre.
La divina fanciulla.
io V ho veduta, Lorenzo, e te ne ringrazio.
La trovai seduta miniando il pro- prio ritratto.
Si rizzò salutandomi come s* ella mi conoscesse, e ordinò a un servitore di andare a cercar di suo padre.
Egli non si pensava, mi diss' ella, che voi sareste venuto ; sarà per la campagna ; starà molto a tornare.
Ho accostato la mia sedia alla sua.
Una ragazzina le corse fra le ginocchia dicendole non so che all' orecchio.
E 1' amico di Lorenzo, le ris- DI JACOPO ORTIS.
9 pose Teresa, è quello che il babbo andò a trovare 1' «litro jeri.
Tornò frattanto il signoreT***: m'acco- glieva famigliarmente, ringraziandomi perdi' io na' era sovvenuto di lui.
Teresa intanto, prendendo per mano la sua sorellina, partiva.
Vedete, mi diss' egli, additandomi le sue figliuole che uscivano della stanza.
eccoci tutti.
Proferì egli queste parole come se volesse farmi partecipe delle loro disgrazie, e delle loro felicità.
Si ciarlò lunga pezza.
Mentr' io stava per congedarmi tornò Teresa; non siamo tanto lontanami disse,venitequalcheseraavegliacon noi.
Io tornavàacasacolcuorein festa.
OLorenzo.
lo spettacolo della bellezza basta forse ad addormen- tare a' mortali tutti i dolori.
vedi per me una sorgente di vita : unica certo e.
chi sa.
fatale.
Ma se io sono condannato ad avere V anima sempre in tem- pesta, non è tutt' uno.
28 Ottobre.
Taci, taci : vi sono de' giorni ch'io non posso fidarmi di me: un demone m' arde, mi agita, mi divora.
Forse io mi reputo molto ; ma e' mi pare impossibile che la nostra patria sia così conculcata mentre ci resta ancora una vita.
Che facciam noi tutti i giorni vivendo e querelandoci.
insomma non parlarmene più, ti scongiuro.
Narrandomi le nostre tante miserie mi rinfacci tu forse perchè io mi sto qui neghittoso.
e non t' avvedi che tu mi strazj fra mille martirj.
Oh.
se il tiranno fosse uno solo 10 ULTIME LETTERE e i servi fossero meno stupidi, la mia mano baste- rebbe.
Ma chi mi biasima or di viltà, m' accuse- rebbe allor di delitto, e il saggio stesso compian- gerebbe in me, anziché il consiglio del forte, il furore del forsennato.
Che vuoi tu imprendere fra due potenti nazioni che nemiche giurate, feroci, eterne, si collegano soltanto per incepparci, e dove la loro forza non vale, gli uni e' ingannano con l'entusiasmo di libertà, gli altri col fanatismo di religione ; e noi tutti guasti dall' antico servaggio e dalla nuova licen- za, gemiamo vili schiavi, traditi, affamati, e non concitati mai dal tradimento, dalla fame— Ahi, se potessi, seppellirei la mia casa, i miei più cari e me stesso per non lasciar nulla nulla che potesse inorgoglire costoro della loro onnipotenza e della mia servitù.
E* vi furono, de' popoli che per non obbedire a' Romani ladroni del mondo, diedero alle fiamme le loro case, le loro mogli, i loro figli e medesimi, sotterrando fra le im mense ruine e le ceneri della loro patria la lor sacra indipendenza.
1 Novembre.
Io sto bene.
bene per ora come un infermo che dorme e non sente i dolori.
Io passo le intere giornate in casa del signor T*** che mi ama come figliuolo : mi lascio illudere, e la felicità di quella buona famiglia mi sembra mia.
Se nondimeno non vi fosse quello sposo, perchè davvero.
io non DI JACOPO ORTIS.
11 odio persona del mondo, ma vi sono cert' uomini eh' io ho bisogno di vedere soltanto da lontano^ Suo suocero me n' andava tessendojer seraun lungo elogio in forma di commendatizia : buono, esatto, paziente; e nient'altro.
possedesse queste doti con angelica perfezione, s'egli avrà il cuore sempre così morto, e quella faccia magistrale non animata mai dal sor- riso dell' allegria, dal dolce raggio della pietà, sarà per me un di que' rosaj senza fiori che mi fanno temere le spine.
Cos' è 1' uomo se tu lo lasci alla sola ragione fredda, calcolatrice.
scellerato, e scellerato bassamente.
Del resto, Odoardosadi musica; giuoca bene a scacchi ; mangia, legge, dorme, passeggia, e tutto coli' ori uolo alla mano; e non parla con enfasi se non per magnificare sempre la sua ricca e scelta bi- blioteca.
Ma quand' egli mi va ripetendo con quella sua voce cattedratica, ricca e scelta, io sto per dargli una solenne mentita.
Se le umane frenesie che col nome di scienze e di dottrine si sono scritte e stampate in tutti i secoli, e da tutte le genti, si riducessero a un migliajo di volumi al più, e' mi pare che la presunzione de' mortali non avrebbe a lagnarsi.
e via sempre con queste dissertazioni.
Frattanto ho preso a educare la sorellina di Teresa : io le insegno a leggere e a scrivere.
Quand' io sto con lei, la mia fisonomia si va rasserenando, il mio cuore è più gajo che mai, ed io fo mille pazzie.
Non so perchè, tutti i fanciulli mi vogliono bene.
E quella ragazzetta è pur cara.
bionda e 12 ULTIME LETTERE ricciuta, occhi azzurri, guance pari alle rose, fresca, candida, paffutella.
pare una Grazia di quatti*' anni.
Se tu la vedessi corrermi incontro, aggrap- parmisi alle ginocchia, fuggirmi pereti' io la siegua, negarmi un bacio e poi improvvisamente attaccarmi que' suoi labbruzzi alla bocca.
Oggi io mi stava su la cima di un albero a cogliere le frutta : quella in- nocente tendeva le braccia, e balbettando pregavami che per carità non cascassi.
Che beli' autunno.
addio, Plutarco.
sta sempre chiuso sotto il mio braccio.
Sono tre giorni eh' io passo la mattina a colmare un canestro d'uva e di pesche, eh' io copro di foglie, avviandomi poi lungo il fiumicello, e giunto alla villa, desto tutta la famiglia cantando la canzonetta della vendemmia.
12 Novembre.
.Te ri giorno di festa abbiamo con solennità tra- piantato i pini delle vicine collinette sul monte rim- petto la chiesa.
Mio padre pure tentava di fecondare questo sterile monticello ; ma i cipressi eh' egli vi pose non hanno mai potuto allignare, e i pini sono ancor giovinetti.
Assistito io da parecchi lavoratori ho coronato la vetta, onde casca 1' acqua, di cinque pioppi, ombreggiando la costa orientale di un folto boschetto che sarà il primo salutato dal sole quando splendidamente comparirà dalle cime de' monti.
E DI JACOPO ORTIS.
13 jeri appunto il sole più sereno del solito riscaldava 1' aria irrigidita dalla nebbia del morente autunno.
Le villanelle vennero sul mezzogiorno coi loro grembiuli di festa intrecciando i giuochi eie danze di canzonette e di brindisi.
Tale di esse era la sposa novella, tale la figliuola, e tal' altra la innamorata di alcuno de' lavoratori ; e tu sai che i nostri contadini sogliono, quando si trapianta, convertire la fatica in piacere, credendo per antica tradizione de' loro avi e bisavi, che senza il giolito de' bicchieri gli alberi non pos- sano mettere salda radice nella terra straniera.
Io frattanto mi dipingeva nel lontano avvenire un pari giorno di verno quando canuto mi trarrò passo passo sul mio bastoncello a confortarmi ai raggi del sole, caro a' vecchi ; salutando, mentre usciranno dalla chiesa, i curvi villani già miei compagni ne' che la gioventù rinvigoriva le nostre membra, e com- piacendomi delle frutta che, benché tarde, avranno prodotto gli alberi piantati dal padre mio.
Conterò allora con fioca voce le nostre umili storie a'miei e a**tuoi nepotini, o a quei di Teresa che mi scherze- ranno dintorno.
E quando 1' ossa mie fredde dor- miranno sotto quel boschetto ornai ricco ed ombroso, forse nelle sere d'estate ai patetico susurrar delle fronde si uniranno i sospiri degli antichi padri della villa, i quali al suono della campana de' morti pre- gheranno pace allo spirito dell' uomo dabbene e raccomanderanno la sua memoria ai lor figli.
E se talvolta lo stanco mietitore verrà a ristorarsi dall' 14 ULTIME LETTERE arsura di giugno, esclamerà guardando la mia fossa i egli egli innalzò queste fresche ombre ospitali.
20 Novembre.
Più volte incominciai questa lettera, ma la faccenda andava assai per le lunghe 3 e la bella gior- nata, la promessa di trovarmi alla villa per tempo, e la solitudine ridi.
L' altro jeri, e jeri mi svegliava proponendo di scriverti, ed eccomi invece, senz' accorgermi, fuori di casa.
Piove, grandina, fulmina: penso di rassegnarmi alla necessità e di profittare di questa giornata d' in- ferno, scrivendoti.
Sei o sette giorni addietro s' è iti in pellegrinaggio.
Io ho veduto la natura più bella che mai.
Teresa, suo padre, Odoardo, la piccola Isabellina, ed io siamo andati a visitare la casa del Petrarca in Arquà.
Arquà è discosto, come tu sai, quattro miglia dalla mia casa, e noi per accor- , ciare il cammino prendemmo la via dell' erta.
S' apriva appena il più bel giorno d' autunno.
Parea che la notte seguita dalle tenebre e dalle stelle fug- gisse dal sole, che uscia nel suo immenso splendore dalle nubi d'oriente, quasi dominatore dell' universo ; e 1' universo sorridea.
Le nuvole dorate e dipinte a mille colori salivano su la volta del cielo che tutto sereno mostrava quasi di schiudersi per diffondere su i mortali le cure della divinità.
Io salutava a ogni DI JACOPO ORTIS.
15 passo la famiglia de' fiori e dell' erbe che a poco a poco alzavano il capo chinato dalla brina.
Gli al- beri susurrando soavemente, faceano tremolar contro la luce le gocce trasparenti della rugiada ; mentre i venti dell' aurora rasciugavano il soverchio umore alle piante.
Avresti udito una solenne armonia spandersi confusamente fra le selve, gli augelli, gli armenti, i fiumi, e le fatiche degli uomini; e intanto spirava 1' aria profumata dalle esalazioni che la terra esultante di piacere mandava dalle valli e dai monti al Sole, ministro maggiore della Natura.— Io com- piango lo sciagurato che può destarsi muto, freddo e guardar tanti benefici senza aver gli occhi molli dalle care lagrime delia riconoscenza.
Allora io ho veduta Teresa nel più beli' apparato delle sue grazie.
Il suo aspetto per lo più sparso di unadolce malinco- nia, si andava animando di una gioja schietta, viva, che le usciva dal cuore ; la sua voce era soffocata; i suoi grandi occhi neri aperti prima nell'estasi si in- umidivano poscia a poco a poco ; tutte le sue potenze pareano invase dalla sacra beltà della campagna.
In tanta piena di sensazioni le anime si schiudono per versarle nell'altrui petto : ed ella si volgeva a Odo- ardo.
.Eterno Iddio.
parea eh' egli andasse tentone fra le tenebre della notte, o ne' deserti abbandonati dal sorriso della natura.
Lo lasciò tutto a un trat- to, e s' appoggiò al mio braccio dicendomi.
ma, Lorenzo.
.per quanto io tenti di continuare, conviene pur eh' io mi taccia.
Se potessi dipingerti la sua pronunzia, i suoi gesti, la melodia della sua 16 ULTIME LETTERE voce, la sua celeste fisonomia, o trascrivere almeno tutte le sue parole senza cangiarne o traslocarne sil- laba, certo che tu mi sapresti grado ; diversamente, incresco perfino a me stesso.
Che giova copiare imperfettamente un inimitabile quadro, la cui fama soltanto lascia più senso che la tua misera copia.
E non ti par eh' io somigli i traduttori del divo Ome- ro.
Giacché tu vedi eh' io non mi affatico, che per inacquare il sentimento che m' infiamma e stemprarlo in un languido fraseggiamelo.
Lorenzo, ne sono stanco j il rimanente del mio racconto, domani : il vento imperversa ; tuttavolta vo' tentare il cammino : saluterò Teresa in tuo nome.
Per dio.
e' m' è forza di proseguire la lettera : su 1' uscio della casa ci è un lago d' acqua che mi contrasta il passo : potea varcarlo d' un salto.
e poi r la pioggia non cessa : mezzogiorno è passato, e mancano poche ore alla notte che minaccia la fine del mondo.
Per oggi, giorno perduto, o Teresa.
Sono infelice.
mi disse Teresa ; e con questa parola mi strappò il cuore.
Io camminava al suo fianco in un profondo silenzio.
Odoardo raggiunse il padre di Teresa ; e ci precedeano chiacchierando.
La Isabellina ci tenea dietro in braccio all' orto- lano, Sono infelice.
io aveva concepito tutto il terribile significato di queste parole, e gemeva dentro 1' anima, veggendomi innanzi la vittima che dovea sacrificarsi al pregiudizio e all'interesse.
Teresa, avvedutasi forse, scherzò sul turbamento improvviso DI JACOPO ORTIS.
17 della mia fisonomia.
Qualche cara memoria, mi diss' ella sorridendo.
Io non osai rispondere.
Eravamo già presso ad Arquà, e scendendo per 1' erboso pendio, ci andavano sfumando e perden- dosi all' occhio i paeselli che si vedeano dispersi per le valli soggette.
Ci siamo finalmente trovati a un viale cinto da un lato di pioppi che tremolando la- sciavano cadere sul nostro capo le foglie più giallicce, e adombrato dall' altra parte d' altissime querce, che con la loro opacità maestosa faceano contrapposto all' ameno verde de' pioppi.
Tratto tratto le due file d' alberi opposti erano congiunte da varj rami di vite salvatica, i quali incurvandosi formavano altret- tanti festoni mollemente agitati dal vento.
Teresa allora soffermandosi e guardando d' intorno : oh quante volte, proruppe, mi sono adagiata su queste erbe e sotto 1' ombra freschissima di queste querce.
io veniva sovente 1' estate passata con mia madre.
Tacque, e si volse indietro dicendo di volere aspet- tare la Isabellina che ci stava pochi passi lontana ; ma io m' accorsi eh' ella m' avea lasciato per na- scondere le lagrime che le innondavano gli occhi, e che non poteva più rattenere.
E dov' è, le diss' io, vostra madre.
—Da più settimane vive a Padova con sua sorella, lontana da noi e forse per sempre.
Mio padre l' amava \ ma dopo la sua ostinazione di volermi dare un marito eh' io non posso amare, la concordia è sparita dalla nostra famiglia.
La mia povera madre dopo essersi opposta invano a questo matrimo- nio, s' è allontanata per non aver parte alla mia 18 ULTIME LETTERE eterna infelicità.
Io intanto.
sono abbandonata da tutti.
ho promesso a mio padre, e non voglio dis- ubbidirlo.
ma.
e mi duole ancor più, che per mia cagione la nostra famiglia sia così disunita.
per me.
pazienza.
le lagrime le pioveano dagli occhj.
Perdonate, soggiunse, io avea bisogno di sfogare questo mio cuore angustiato.
Non posso scrivere a mia madre riè avere mai sue lettere.
Mio padre fiero e assoluto nelle sue risoluzioni non vuole sentirsela nominare j egli mi va sempre replicando, eh' ella è la sua e la mia peggiore nemica.
Ma io sento che non amo, e non amerò mai questo sposo col quale mio padre pretende.
immagina, o Lo- renzo, in quel momento il mio stato, lo non sapeva confortarla, risponderle, consi- gliarla.
Per carità, ripigliò, non mi tradite, ve ne scongiuro : io mi sono fidata di voi : il bisogno di trovare chi sia capace di compiangermi.
una simpatia.
io non ho che voi solo.
O angelo.
sì.
potessi io piangere per sempre, e rasciugare così le tuelagrime.
questa mia misera vitaè tua tutta: io te la consacro ; e la consacro alla tua felicità.
Quanti guai, mio Lorenzo, in una sola famiglia.
Vedi ostinazione nel signore T*** che d' altronde è un ottimo galantuomo.
Egli ama svisceratamente sua figlia; sovente la loda e la guarda con compiacenza ; e intanto le tien la mannaja sul collo.
Teresa qual- che giorno dopo mi disse eh' egli dotato d' un anima ardente, visse sempre consumato da passioni infelici; sbilanciato nella sua domestica economia per troppa DI JACOPO ORTIS.
19 magnificenza : perseguitato da quegli uomini che nelle rivoluzioni tentano la propria fortuna su 1* al- trui rovina, e tremante pe' suoi figli, crede di assi- /j curare la felicità della sua famiglia imparentandosi a un uomo di senno, ricco, e in aspettativa di una ere- dità ragguardevole.
Forse, o Lorenzo, anche un certo fumo.
ed io vorrei scommettere cento contr' uno eh' egli non darebbe in isposa sua figliuola ad un uomo cui mancasse mezzo quarto di nobiltà ; chi nasce patrizio muore patrizio.
Tanto più che egli considera 1' opposizione di sua moglie come una lesione alla propria autorità, e questo sentimento tirannesco lo rende ancor più inflessibile.
Egli è nondimeno di buon cuore ; e quella sua aria sincera, e quell' accarezzare sempre sua figlia e qualche vol- ta compiangerla sommessamente, mostrano eh' ei vede gemendo la dolorosa rassegnazione di quella povera fanciulla.
e per questo quand* io veggo che gli uomini cercano per una certa fata- lità le sciagure con la lanterna, e che vegliano, sudano, piangono per fabbricarsele dolorosissime, eterne, io mi sparpaglierei le cervella temendo che non mi si cacciasse per capo una simile tentazione.
Ti lascio, o Lorenzo ; Michele mi chiama a desinare, tornerò a scriverti a momenti.
Il mal tempo s' è diradato, e fa il più bel dopo pranzo del mondo.
11 sole squarcia finalmente le nubi, e consola la mesta natura, diffondendo su la faccia di lei un suo raggio.
Io ti scrivo rimpetto al 20 ULTIME LETTERE balcone donde miro la eterna luce che si va a poco a poco perdendo nell' estremo orizzonte tutto rag- giante di fuoco.
L'aria torna tranquilla, e la cam- pagna, benché allagata e coronata soltanto d' alberi sfrondati e cospersa di piante appassite, pare più allegra di quel che fosse prima della tempesta.
Così, o Lorenzo, lo sfortunato si scuote dalle funeste sue cure al solo raggio della speranza, e inganna la sua trista ventura con que' piaceri ai quali era affatto insensibile in grembo alla cieca prosperità.
Frat- tanto il m' abbandona ; odi la campana della sera :/ eccomi dunque al compimento della mia narrazione.
Noi proseguimmo il nostro breve pellegrinaggio fino a che ci apparve biancheggiante da lungi la casetta che un tempo accoglieva Quel Grande alla cui fama è angusto il mondo, Per cui Laura ebbe in terra onor celesti.
Io mi vi sono appressato come se andassi a prostrarmi su le sepolture de' miei padri, e simile a que' sacerdoti che taciti e riverenti s' aggiravano per gli boschi abitati dagl' Iddii.
La sacra casa di quel sommo Italiano sta crollando per la irreligione di chi possiede un tanto tesoro.
Il viaggiatore verrà in- vano di lontana terra a cercare con meraviglia divota la stanza armoniosa ancora dai canti celesti del Pe- trarca.
Piangerà invece sopra un mucchio di ruine coperto di ortiche e di erbe salvatiche, fra le quali la volpe solitaria avrà fatto il suo covile.
O Italia.
placa 1' ombre de* tuoi grandi.— Oh.
io mi sov- vengo, col gemito nell' anima, delle estreme parole DI JACOPO ORTIS.
21 di Torquato Tasso.
Dopo essere vissuto quaranta sette anni fra i sarcasmi de' cortigiani, le noje de' saccenti, e 1' orgoglio de' principi, or carcerato ed or vagabondo, sempre melancolico, infermo, indi- gente, giacque finalmente nel letto della morte, e scriveva, esalando 1' eterno sospiro : Io non mi vo- glio dolere della malignità della fortuna, per non dire della ingratitudine degli uomini, la quale ha pur voluto aver la vittoria di condurmi alla sepoltu- ra mendico.
O mio Lorenzo.
mi suonano queste parole sempre nel cuore, sempre.
Frattanto io recitava sommessamente con l'ani- ma tutta amore e armonia la canzone : Chiare, fres- che, dolci acque ; e 1' altra : Di pensier in pensier, di monte in monte ; e il sonetto : Stiamo, amore, a veder la gloria nostra, e quanti altri di que' sovru- mani versi la mia memoria agitata seppe suggerire al mio cuore.
Teresa e suo padre se n' erano iti con Odoardo il quale andava a rivedere i conti al fattore d' una tenuta eh' egli ha in que' dintorni.
Ho poi saputo eh' egli è sulle mosse per Roma, stante la morte di un suo cugino ; si sbrigherà così presto, perchè essendosi gli altri parenti impadropiti de' beni del morto, l'affare andrà a' tribunali.
Al loro ritorno quella buona famiglia d'agri- coltori ci allestì da colazione, dopo di che ci siamo avviati verso casa.
Addio addio.
Avrei a narrarti molte altre cose, ma, a dirti il vero, ti scrivo svo- gliatamente.
Appunto : mi dimenticava di dirti 22 ULTIME LETTERE che, ritornando, Odoardo accompagnò sempre Te- resa e le parlò lungamente quasi importunandola e con un' aria di volto autorevole.
Da alcune poche parole che mi venne fatto d' intendere, sospetto eh* egli la tormentasse per sapere a ogni patto di che abbiamo parlato.
Onde tu vedi eh' io devo diradar le mie visite almeno almeno finch' ei si parta.
Buona notte, Lorenzo.
Serbati questa lettera : quando Odoardo si porterà seco la felicità, ed io non vedrò più Teresa, più scherzerà su queste ginoc- chia la sua ingenua sorellina, in que' giorni di noja ne' quali ci è caro perfino il dolore, rileggeremo queste memoire sdrajati su 1* erta che guarda la soli- tudine d' Arquà, nell' ora che il va mancando.
La rimembranza che Teresa fu nostra amica rasciu- gherà il nostro pianto.
Facciamo tesoro di sentimen- ti cari e soavi i quali ci ridestino per tutti gli anni, che ancora forse tristi e perseguitati ci avanzano, la memoria che non siamo sempre vissuti nel dolore.
22 Novembre.
Tre giorni ancora, e Odoardo sarà partito.
Il padre di Teresa lo accompagnerà sino a' confini.
M' aveva egli proposto di far questa gita con lui, ma io ne 1' ho ringraziato perchè voglio assolutamente partire : andrò.
a Padova.
Non devo abusare dell' amicizia del signor X*** e della sua buona fede.
Tenete buona compagnia alle mie figliuole, mi diceva egli questa mattina.
A vedere, egli mi DI JACOPO ORTIS.
2-3 reputa Socrate.
me.
e con.
queir angelica crea- tura nata per amare, e per essere amata.
e così misera a un tempo.
ed io sono sempre in perfetta armonia con gì' infelici, perchè davvero eh' io trovo un non so che di cattivo nell'uomo prospero.
Non so com'ei non s'avveda ch'io parlando di sua figlia mi confondo e balbetto; cangio viso e sto come un ladro davanti al giudice.
In queli' istante m' immergo in certe meditazioni, e bestemmierei il cielo veggendo in quest' uomo tante doti eccellenti, guaste tutte da' suoi pregiudi zj e da una cieca pre- destinazione che lo farannopiangere amaramente.— Così intanto io divoro i miei giorni, querelandomi e de' miei proprj mali e degli alt rui.
~> > \* Eppure me ne dispiace : spesso rido di me, perchè propriamente questo mio cuore non può sofferire un momento, un solo momento di calma.
Purché ei sia sempre agitato, per lui non rileva se i venti gli spirano avversi o propizj.
Ove gli manchi il piacere, ricorre tosto al dolore.
Jeri venne Odo- ardo a restituirmi uno schioppo da caccia ch'io gli aveva prestato ; non ho potuto vederlo partire senza gettarmigli al collo, tuttoché avessi dovuto veramente imitare la sua indifferenza, mentre quelli non erano gli estremi congedi.
Non so di qual nome voi altri saggi chiamate chi troppo presto ubbidisce al pro- prio cuore -, perchè ei certo non è un eroe ; ma è forse vile per questo.
Coloro che trattano da deboli gli uomini appassionati somigliano quel medico che chiamava pazzo un malato non per altro se non perch' # 24 ULTIME LETTERE era vinto dalia febbre.
Così odo i ricchi tacciare di colpa la povertà, per la sola ragione che non è ricca.
A me però sembra tutto apparenza; nulla di reale.
nulla.
Gli uomini non potendo per se stessi acqui- stare la propria e l'altrui stima, cercano d' innalzarsi, paragonando que' difetti che per ventura non hanno, a quelli che ha il loro vicino.
Ma chi non si ub- briaca perchè naturalmente odia il vino, merita lode di sobrio.
O tu che disputi tranquillamente su le passioni; se le tue fredde mani non trovassero freddo tutto quello che toccano ; se tutto quello eh' entra nel tuo cuore di ghiaccio non divenisse tosto gelato ; credi tu che andresti così glorioso della tua severa filosofia } or come puoi ragionare di cose che non conosci.
Per me, lascio che i saggi vantino una infecon- da apatia.
Ho letto già tempo non so in che poeta, che la loro virtù è una massa di ghiaccio che ritira tutto in se stessa e irrigidisce chi le si accosta.
Ne Dio sta sempre nella sua maestosa tranquillità, ma *' involve fra gli aquiloni e passeggia con le pro- celle.
27 Novembre.
Odoardo è partito.
ed io me n' andrò quando tornerà il padre di Teresa.
Buon giorno.
DI JACOPO ORTIS.
25 3 Dicembre.
Stamattina io me n' andava per tempo alla villa, ed era già presso alla casa T*** quando mi ha fermato un lontano tintinnio d' arpa.
O.
io mi sento sorridere l'ani ma, e scorrere in tuttome stesso la voluttà che allora m'infondeva quel suono.
Era Teresa ...— come poss'io immaginarti, o celeste fanciulla, e chiamarti dinanzi a me in tutta la tua bellezza senza la disperazione nel cuore.
Pur trop- po.
tu cominci a bevere i primi sorsi dell' amaro calice della vita, ed io con questi occhj ti vedrò in- felice, potrò sollevarti se non piangendo.
io, io stesso ti dovrò per pietà consigliare a pacificarti con la tua sciagura.
Certo eh' io non potrei asserire negare a me stesso eh' io l'amo ; ma se mai, se mai.
in verità non d' altro che di un amore incapace di un solo pensiero : Dio lo sa.
Io mi fermava lì, senza batter palpebra, con gli occhj, le orecchie, e i sensi tutti intenti per divinizzarmi in quel luogo dove 1' altrui vista non mi avrebbe costretto ad arrossire de' miei rapimenti.
Ora ponti nel mio cuore, quand'io udiva a cantar da Teresa quella strofetta di Saffo volgarizzata da me con le altre due odi, unici avanzi delle poesie di quella amorosa fanciulla, immortale comme le muse.
Balzando d'un salto, ho trovato Teresa nel suo gabi- netto su quella sedia stessa ov' io la vidi il primo C 26 ULTIME LETTERE giorno, quand' ella dipingeva il proprio ritratto.
Era neglettamente vestita di bianco ; il tesoro delle sue chiome biondissime diffuse su le spalle e sul petto, i suoi divini occhj nuotanti nel piacere, il suo viso sparso di un soave languore, il suo braccio di irose, il suo piede, le sue dita arpeggianti mol- lemente.
tutto tutto era armonia : ed io mi sen- tiva una certa delizia nel contemplarla.
Bensì Te- resa parea confusa, vergendosi d' improvviso un uomo che la mirava così discinta, ed io stesso co- minciava dentro di me a rimproverarmi d' importu- nità e di villania ; ma ella proseguiva, ed io sbandi- va tutt' altro desiderio, tranne quello di adorarla, e di udirla.
Io non so dirti, mio caro, in quale stato allora io mi fossi : so bene ch'io non sentiva più il peso ci questa vita mortale.
8' alzò sorridendo e mi lasciò solo.
Allora io rinveniva a poco a poco : mi sono appoggiato col capo su quel!' arpa, e il mio viso si andava ba- gnando di lagrime.
oh.
mi sono sentito un po' libero.
Padova, 7 Dicembre.
Non lo so ; ma temo che tu ni' abbia pigliato in parola e ti sia maneggiato a tutto potere per cacciarmi dal mio dolce romitorio.
Jeri mi so- pravvenne Michele per avvertirmi da parte di mia madre eh' era già allestito 1' alloggio in Padova dov' io aveva detto altra volta (davvero appe- Di JACOPO ORTIS.
27 na me ne sovviene) di volermi recare al riaprirsi della università.
Vero è eh' io avea fatto sacramen- to di venirci ; e te n' ho scritto j ma aspettava il signore T***, non per anco tornato.
Del resto, ho fatto bene a cogliere il momento della mia vocazione, e ho abbandonati i miei colli senza dire addio ad anima vivente.
Diversamente, malgrado le tue prediche e i miei proponimenti, non sarei partito mai più : e ti confesso eh' io mi sento un certo che d' amaro nel cuore, e che spesso mi salta la tenta- zione di ritornarvi : or via in somma : vedimi a Padova ; e presto a diventar sapientone, acciocché tu non vada ognor predicando cK io mi perdo in pazzie.
Per altro bada di non volermiti opporre quando mi verrà voglia d' andarmene ; perchè tu sai eh' io sono nato espressamente inetto a certe cose.
massi- me quando si tratta di vivere con quel metodo di vita ch'esigono gli studj, a spese della mia pace e del mio libero genio, o di' pure, eh' io tei perdono, del mio capriccio.
Frattanto ringrazia mia madre, e per minorarle il dispiacere, cerca di profetizzare, così come se la cosa venisse da te, eh' io qui non troverò stanza per più d'un mese.
o poco più.
Padova, 1 1 Dicembre.
Ho conosciuta la moglie del patrizio M*** che abbandona i tumulti di Venezia e la casa del suo in- dolente marito per passare gran parte dell' anno in Padova.
Peccato.
la sua giovine bellezza ha già e 2 28 ULTIME LETTERE perduta quella vereconda ingenuità che sola diffonde le grazie e l'amore.
Dotta assai nella donnesca ga- lanteria, cerca di piacere non per altro che per con- quistare : così almeno giudico.
Tuttavolta, chi sa.
ella sta con me volentieri, e mormora meco sottovoce sovente, e sorride quand' io la lodo; tanto più eh' ella non si pasce come le altre di quell' am- brosia di freddure chiamate bei motti e tratti di spirito indizj sempre d' un animo maligno.
Ora sappi che jer sera accostando la sua sedia alla mia, mi parlò d' alcuni miei versi, e innoltrandoci di mano in mano a ciarlare di poesia, non so come, no- minai certo libro di cui ella mi richiese.
Promisi di recarglielo io stesso stamattina ; addio : s' avvi- cina 1' ora.
Ore 2.
Il paggio m' additò un gabinetto ove innoltra- tomi appena, mi si fé' incontro una donna di forse trentacinque anni leggiadramente vestita, e eh' io non avrei presa mai per la cameriera se non mi si fosse appalesata ella stessa dicendomi : la padrona è a letto ancora; a momenti uscirà Un campanello la fé' correre nella stanza contigua ov' era il talamo della Dea, ed io rimasi a scaldarmi al cammi netto, considerando ora una Danae dipinta sul soffitto, ora le stampe di cui le pareti erano tutte coperte, ed ora alcuni romanzi francesi gittati qua e là.
In que- sta le porte si schiusero, ed io sentiva 1' aere d' im- DI JACOPO ORTIS.
29 prò v viso odorato di mille quintessenze, e vedeva madama tutta molle e rugiadosa, entrar presta pre- sta e quasi intirizzita di freddo, e abbandonarsi sopra una sedia d' appoggio che la cameriera le preparò presso al fuoco.
Mi salutava con certe occhiate •.
e mi chiedea sorridendo s' io m' era dimenticato della promessa.
Io frattanto le porgeva il libro os- servando con meraviglia eh' ella non era vestita che di una lunga e rada camicia la quale non essendo al- lacciata scendeva liberamente, lasciando ignude le spalle e il petto eh' era per altro voluttuosamente difeso da una candida pelle in cui ella stavasi involta.
I suoi capelli benché imprigionati da un pettine, accusavano il sonno recente, perchè alcune ciocche posavano i loro ricci or sul collo, or fin dentro il se- no, quasi che quelle picciole liste nerissime doves- sero servire all' occhio inesperto di guida, ed altre calando giù dalla fronte le ingombravano le pupille} ella frattanto alzava le dita per diradarle e talvolta per avvolgerle e rassettarle meglio nel pettine, mo- strando in questo modo, forse sopra pensiero, un braccio bianchissimo e tondeggiante scoperto dalla camicia che nell' alzarsi della mano cascava fin oltre il gomito.
Posando sopra un piccolo trono di guan- ciali si volgeva con compiacenza al suo cagnuolino che le si accostava e fuggiva e correva torcendo il dosso e scuotendo le orecchie e la coda.
Io mi posi a sedere sopra una seggiola avvicinata dalla came- riera la quale si era già dileguata.
Quell' adulatrice bestiuola schiattiva, e mordendole e scompigliandole c3 30 ULTIMI E LÈTTERE con le zampine gli orli della camicia, lasciava ap- parire una gentile pianella di seta rosa-languida, e poco dopo un picciolo piede scoperto fin sopra la noce ; un piede, o Lorenzo, simile a quello che l'Albano dipingerebbe a una Grazia eh' esce dal ba- gno.
se tu avessi, cora' io, veduto Teresa nell' atteggiamento medesimo, presso un focolare, anch' ella appena balzata di letto, così negletta, così.
chiamandomi a mente quel fortunato mattino mi ricordo che non avrei osato respirar V a- ria che la circondava, e tutti tutti i miei pensieri si univano riverenti e paurosi soltanto per adorarla : e certo un genio benefico mi presentò la immagine di Teresa, perch' io, non so come, ebbi 1" arte di guardare con un rattenuto sorriso or la bella, poi il cagnuolino, e di bel nuovo il tappeto dove posava il bel piede: ma il bel piede era intanto sparito.
M'al- zai chiedendole perdono s' io aveva scelta un'ora im- portuna, e la lasciai quasi pentita, perche di gaja e cortese divenne dispettosa, e.
del resto poi non so.
Quando fui solo, la mia ragione, eh' è in per- petua lite con questo mio cuore, mi andava dicendo : infelice.
temi soltanto di quella beltà che partecipa del celeste: prendi dunque partito, e non ritrarre le labbra dal contravveleno che la fortuna ti porge.
Lodai la ragione ; ma il cuore avea già fatto a suo modo T' accorgerai che questa lettera è copiata e ricopiata, perch'io ho voluto sfoggiare lo bello stile.
la canzoncina di Saffo.
io vado canticchian- dola scrivendo, passeggiando, leggendo : ne così DI JACOPO ORTIS.
31 io vaneggiava, o Teresa, quando non mi era conteso di poterti vedere ed udire : pazienza.
undici miglia ed eccomi a casa, e poi due miglia ancora, e poi.
quante volte mi sarei fuggito da questa terra se il timore di non essere dalle mie disavventure strasci- nato troppo lontano da te non mi trattenesse in tanto pericolo.
qui siamo almeno sotto lo stesso cielo.
P.S.
Ricevo in questo momento tue lettere : e torna, o Lorenzo ; questa è la quinta volta che che tu mi tratti da innamorato ; innamorato sì, e che per ciò.
Ho veduto di molti innamorarsi della Ve- nere Medicea, della Psiche, e perfin della Luna o di qualche stella lor favorita.
E tu stesso non eri talmente entusiasta di Saffo che pretendevi di ravvi- sarne il ritratto nella più bella donna che tu cono- scessi, trattando di maligni e ignoranti coloro che la dipingono piccola, bruna, e bruttina anzi che no.
Fuor di scherzo : io conosco d' essere un uomo singolare, e stravagante fors' anche ; ma dovrò per- ciò vergognarmi.
di che.
sono più giorni che tu mi vuoi cacciar per la testa il grillo di arrossire : ma con tua pace, io non so, posso, devo arros- sire di cosa alcuna rispetto a Teresa, pentirmi, dolermi.
Sta bene.
32 ULTIME LETTERE Padova.
Di questa lettera si sono smarrite due carte dove Jacopo narrava certo dispiacere a cui per la sua natura veemente e suoi modi assai schietti andò incontro.
V editore propostosi di pubblicare religiosamente V autografo, crede acconcio d' inse- rire ciò che di tutta la lettera gli rimane, tanto più che da questo si può forse desumere quello che manca.
manca la prima carta.
riconoscente de' benefici sono riconoscentissimo anche delle ingiurie ; e nondimeno tu sai quante volte io le ho perdonate : ho beneficato chi mi ha offeso, e talora ho compianto chi mi ha tradito.
Ma q\iando mi s' affacciò quello sciagurato, quantun- que da tre anni quasi io non lo rivedeva, m' intesi ardere tutte le membra ; eppur mi contenni.
Ma doveva egli con nuovi sarcasmi inasprire 1' antico mio sdegno.
Io ruggiva quel giorno come un leone, e mi pareva che V avrei sbranato, anche se 1' avessi trovato nel santuario.
Due giorni dopo, il codardo scansò le vie dell' onore, eh' io gli aveva esibite, e tutti gridavano la DI JACOPO ORTIS.
33 crociata contro di me, come s'io avessi dovuto trangugiarmi pacificamente una ingiuria da colui, che ne' tempi addietro mi aveva mangiata la metà del cuore.
Questa galante gentaglia affetta gene- rosità, perchè non ha coraggio di vendicarsi pale- semente : ma chi vedesse i notturni pugnali, e le ca- lunnie, e le brighe.
E dall' altra parte io non V ho soperchiato.
Io gli dissi : voi avete braccia, e petto al pari di me, ed io sono mortale come voi.
Egli pianse, gridò ; ed allora la ira, quella furia mia dominatrice, cominciò ad ammansarsi, perchè dall' avvilimento di lui mi accorsi che il coraggio non deve dare diritto per opprimere il debole.
Ma deve per questo ildebole provocare chi sa trarne ven- detta ì Credimi ; ci vuole una stupida bassezza, o una sovrumana filosofia per risparmiare quel nemico che ha la faccia impudente, 1* anima negra, e la mano tremante.
Frattanto V occasione mi ha smascherato tutti que' signorotti, che mi giuravano tanta amicizia, che ad ogni mia parola faceano le meraviglie, e che ad ogni ora mi proferivano la loro borsa e il lor cuore.
Sepolture.
bei marmi, e pomposi epi- taffjj ma se tu li schiudi vi trovi vermi e fetore.
Pensi tu, mio Lorenzo, che se 1' avversità ci ridu- cesse a domandare del pane, vi sarebbe taluno memore delle sue promesse.
o niuno o qualche a- stuto soltanto, che co' suoi beneficj vorrebbe com- prare il nostro avvilimento.
Amici da bonaccia, nelle burrasche ti annegano.
Per costoro tutto è 34 ULTIME LETTERE calcolo in fondo.
Onde se v' ha taluno nelle cui viscere fremano le generose passioni, o le deve strozzare, o rifuggirsi come le aquile e le fiere ma- gnanime ne' monti inaccessibili e nelle foreste lungi dalla invidia e dalla vendetta degli uomini.
Le sublimi anime passeggiano sopra le teste della mol- titudine che oltraggiata dalla loro grandezza tenta d'incatenarle o di deriderle, e chiama pazzie le azioni eh' ella immersa nel fango non può ammirare e conoscere -—Io non parlo di me ; ma quand' io penso agli ostacoli che frappone la società al genio ed al cuore dell' uomo, e come ne' governi licen- ziosi o tirannici tutto à briga, interesse e finzione.
io m'inginocchio a ringraziar la natura che dotan- domi di queste indole nemica di ogni servitù, mi ha fatto vincere la fortuna e mi ha insegnato ad innal- zarmi sopra la mia educazione.
So che la prima, sola, vera scienza è quella dell' uomo, la quale non si può studiare nella solitudine, e ne' libri 5 e so che ognuno dee prevalersi della propria fortuna, o dell' altrui per camminare con qualche sostegno su i pre- cipizi della vita.
Sia : per me, pavento d' essere ingannato da chi sa istruirmi, precipitato da quella stessa fortuna che potrebbe innalzarmi, e battuto dalla mano che ha la forza di sostenermi.
35.
s'io fossi nuovo : ma ho sentito fieramente tutte le passioni, ne potrei vantarmi intatto da tutti i vizj.
E vero, che niun vizio mi ha vinto mai, e eh' io in questo terrestre pellegrinaggio sono d' improvviso passato dai giardini ai deserti : ma confesso ad un tempo che i miei ravvedimenti nacquero da un certo sdegno orgoglioso, e dalla disperazione di trovare la gloria, e la felicità a cui dai primi anni io ago- gnava.
S' io avessi venduta la fede, rinegata la verità, trafficato il mio ingegno., credi tu eh' io non vivrei più onorato e tranquillo ' Ma gli onori e la tranquillità del mio secolo guasto meritano forse di essere acquistati col sagrificio dell' anima ì Forse più che 1' amore della virtù, il timore della bassezza m' ha rattenuta sovente da quelle colpe, che sono rispettate ne' potenti, tollerate ne' più, ma che per non lasciare senza vittime il simulacro della giustizia sono punite nei miseri.
No \ umana forza, prepotenza divina mi faranno recitare mai nel teatro del mondo la parte del piccolo briccone, Per vegliare le notti nel gabinetto delle belle più illustri, io so che conviene professare libertinaggio, perchè vogliono mantenersi riputazione dove sospettano ancora il pudore.
E taluna m' insegnò le arti della seduzione, e mi confortò al tradimento.
e avrei forse tradito e sedotti ; ma il piacere eh' io ne spe- rava scendeva amarissimo dentro il mio cuore, il quale non ha saputo mai pacificarsi coi tempi, e far alleanza con la ragione.
E perciò tu mi udivi tante volte esclamare che tutto dipende dai cuore.
dal 36 ULTIME LETTERE cuore che gli uomini, il cielo, i nostri medesimi interessi possono cangiar mai.
Nella Italia più eulta, e in alcune città della Francia ho cercato ansiosamente il bel mondo ch'io sentiva magnificare con tantaenfasi: madappertutto ho trovato volgo di nobili, volgo di letterati, volgo di belle, e tutti sciocchi, bassi, maligni -, tutti.
Mi sono intanto sfuggiti que' pochi che vivendo negletti fra il popolo, o meditando nella solitudine serbano rilevati i caratteri della loro indole non an- cora strofinata.
Intanto io correva di qua di là, di su di giù come le anime de' scioperati cacciate da Dante alle porte dell' inferno, non reputandole degne di stare fra i perfetti dannati.
In tutto un anno sai tu che raccolsi.
ciance, vituperi, e noja mortale.
E qui dond'io guardava il passato tre- mando, e mi rassicurava, credendomi in porto, il demonio mi strascina a fatti malanni.
Onde tu vedi ch'io debbo drizzar gli occhj sol- tanto al raggio di salute che il caso propizio mi ha presentato.
Ma ti scongiuro, risparmia il solito sermone : Jacopo Jacopo.
questa tua indocilità ti fa divenire misantropo.
E ti pare che, se odiassi gli uomini, mi dorrei come fo de' lor vizj.
tutta- via poiché non so riderne, e temo di rovinare, io stimo miglior partito la ritirata.
E chi mi affida dall' odio di questa razza d' uomini tanto da me diversa.
giova disputare onde scoprire per chi stia la ragione : non lo so j la pretendo tutta per me.
Quel che importa, si é (e tu in ciò sei d' ac- DI JACOPO ORTIS.
37 cordo), che questa indole mia schietta, ferma, leale, o piuttosto ineducata, caparbia, imprudente, e la religiosa etichetta che veste d'una stessa divisa tutti gli esterni costumi di costoro, non si confanno; e davvero io non mi sento in umore di cangiar d' abito.
Per me dunque è disperata perfino la tregua, anz' io sono in aperta guerra, e la sconfitta è im- minente ; poiché non so neppure combattere con la maschera della dissimulazione, virtù d' assai credito e di maggiore profitto.
Ve' la gran presunzione.
io mi reputo meno brutto degli altri, e sdegno perciò di contraffarmi ; anzi buono o reo eh' io mi sia, ho la generosità, o di' pure la sfrontatezza, di presen- tarmi nudo, e quasi quasi come la madre natura mi ha fatto.
Che se talvolta io dico a me stesso: pensi tu che la verità in bocca tua sia men temeraria.
io da ciò ne desumo che sarei matto se, avendo trovato nella mia solitudine la tranquillità de' beati i quali s' imparadisano nella contemplazione del sommo bene, io per.
per evitare il pericolo cV innamorarmi (ecco la tua stessa espressione), mi commettessi alla discrezione di questa ciurma cerimoniosa e maligna.
Padova, 3 Dicembre.
Questo scomunicato paese m' addormenta V anima, nojata della vita : tu puoi garrirmi a tua posta, in Padova non so che farmi : se tu mi vedessi con che faccia sguajata sto qui scioperando e durando fatica a incominciarti questa meschina lettera.
II 38 ULTIME LETTERE padre di Teresa è tornato a' colli Euganei, e mi ha scritto : gli ho risposto annunziandogli il mio ritor- no ; e mi pare mill' anni.
Questa università (come saranno, pur troppo, tutte le università delle terra !) è per lo più composta di professori orgogliosi e nemici fra loro, e di scolari dissipatissimi.
Sai tu perchè fra la turba de' dotti gli uomini sommi son così rari.
Quell' istinto ispi- rato dall' alto che costituisce il Genio non vive che nella indipendenza e nellasolitudine, quando i tempi vietandogli d' operare, non gli lasciano che lo scri- vere.
Nella società si legge molto, non si medita, mwW* e si copia : parlando sempre, si svapora quella bile generosa che fa sentire, pensare, e scrivere forte- mente : per balbettar molte lingue, si balbetta anche la propria, ridicoli a un tempo agli stranieri e a noi stessi : dipendenti dagl' interessi, dai pregiudizj, e dai vizj degli uomini fra i quali si vive, e guidati da una catena di doveri e di bisogni, si commette alla moltitudine la nostra gloria, e la nostra felici- : si palpa la ricchezza eia possanza, e si paventa perfino di essere grandi perchè la fama aizza i per- secutori^.
l' altezza di animo fa sospettare i governi -, e i principi vogliono gli uomini tali da non riuscire eroi, ne incliti scellerati mai.
E però chi in tempi schiavi è pagato per istruire, rado o non mai si sacrifica al vero e al suo sacrosanto istituto ; quin- di quell' apparato delle lezioni cattedratiche le quali ti fanno diffìcile la ragione, e sospetta la verità.
Se non eh' io d'altronde sospetto che gli uomini DI JACOPO ORTIS.
39 tutti sieno altrettanti ciechi che viaggino al bujo, alcuni de' quali si schiudano le palpebre a fatica immaginando di distinguere le tenebre fra le quali denno pur camminar brancolando.
Ma questo sia per non detto.
e' ci sono certe opinioni che an- drebbero disputate con que' pochi soltanto che guardano le scienze col sogghigno con cui Omero guardava le gagliardie delle rane e de' topi.
A questo proposito : vuoi tu darmi retta una volta.
poiché v' ha il compratore, vendi in corpo e in anima tutti i miei libri.
Che ho a fare di quattro migliaja e più di volumi che' io non so voglio leggere.
Preservami que' pochissimi che tu vedrai ne' margini postillati di mia mano.
O come un tempo io m' affannava profondendo co' librai tutto il mio.
ma questa pazzia non m' è passata se non per cedere forse il luogo ad un' altra.
11 danaro dallo a mia madre.
Cercando di rifarla di tante spese io non so come, ma, a dirtela, darei fondo a un tesoro— questo ripiego mi è sembrato il più accon- cio.
I tempi diventano sempre più calamitosi, e non è giusto che quella povera donna meni per me disagiata la poca vita che ancora le avanza.
Addio.
Da' colli Euganei, 4 Gennajo 1798.
Perdona; credeva più saggio.
Il genere umano è questo branco di ciechi che tu vedi urtarsi, spingersi, battersi, e incontrare o strascinarsi dietro 40 ULTIME LETTERE la inesorabile fatalità.
A che dunque seguire, o temere ciò che ti deve succedere.
M' inganno.
V umana prudenza può rompere questa catena invisibile di casi e d' infiniti minimi accidenti che noi chiamiamo destino.
sia : ma può ella per questo mettere sicuro lo sguardo fra 1' ombre dell' avvenire.
tu nuovamente mi esorti a fug- gire Teresa ; e non è lo stesso che dirmi : abbandona ciò che ti fa cara la vita ; trema del male, e.
t' imbatti nel peggio.
Ma poniamo che' io paventando prudentemente il pericolo dovessi chiudere 1' anima a ogni barlume di felicità, tutta la mia vita non somiglierebbe forse le austere giornate di questa neb- biosa stagione, le quali ci fanno desiderar di poter non-esistere fin tanto eh' esse infestano la natura.
Or di' il vero, Lorenzo ; quanto sarebbe meglio che parte almen del mattino fosse confortata dal raggio del sole a costo ancora che la notte rapisse il in- nanzi sera.
Che s' io dovessi far sempre la guardia a questo mio cuore prepotente, sarei con me stesso in eterna guerra, e senza prò.
Mi butto a corpo morto, e vada come sa andare.
Intanto io Sento 1' aura mia antica, e i dolci colli Veggo apparir.
* * Petrarca.
DI JAOOPO ORTIS.
41 10 Gennajo.
Odoardo spera distrigato il suo affare tra un mese; così eglis crive: tornerà dunque al più tardi a primavera.
Allora sì, verso i primi d' aprile, crederò ragionevole d' andarmene.
allora.
13 Gennajo.
Umana vita.
sogno; ingannevole sogno al quale noi pur diam gran prezzo, siccome le donnicciuo- le ripongono la loro ventura nelle superstizioni e ne' presagi.
Bada : ciò cui tu stendi avidamente la mano è un' ombra forse, che mentre è a te cara, a tal altro è nojosa.
Sta dunque tutta la mia felicità nella vota apparenza delle cose che mi circondano ; e s' io cerco alcun che di reale, o torno a ingannar- mi, o spazio attonito e spaventato nel nulla.
Io non lo so.
ma, per me, temo che la natura abbia cos- tituita la nostra specie quasi minimo anello passivo dell' incomprensibile suo sistema, dotandone di co- tanto amor proprio, perchè il sommo timore e la somma speranza creandoci nella immaginazione una infinita serie di mali e di beni, ci tenessero pur sem- pre occupati di questa esistenza breve, dubbia, infelice.
E mentre noi serviamo ciecamente al suo fine, ride ella frattanto del nostro orgoglio che ci fa reputare 1' universo creato solo per noi, e noi soli degni e capaci di dar leggi a tutto quello eh' esiste.
A 42 ULTIME LETTERE Andava dianzi perdendomi per le campagne, inferrajuolatosino agli occhj, osservando lo squallore della terra tutta sepolta sotto le nevi senza erba fronda che attestasse le sue passate dovizie.
Ne po- tevano gli occhj miei lungamente fissarsi su le spalle de' monti, il vertice de' quali era immerso in una negra nube di gelida nebbia che piombava ad accre- scere il lutto dell' aere freddo ed ottenebrato.
E mi parea di vedere quelle nevi disciogliersi e precipitare a torrenti che innondavano il piano, strascinandosi impetuosamente piante, armenti, capanne, estermi- nando in un giorno le fatiche di tanti anni, e le spe- ranze di tante famiglie.
Trapelava di quando in quan- do un raggio di sole il quale quantunque restasse poi vinto dalla caligine, lasciava pur divedere che sua mercè soltanto il mondo non era dominato da una perpetua notte profonda.
Ed io rivolgendomi a quella parte di cielo che albeggiando manteneva ancora le tracce del suo splendore : o Sole, diss' io, tutto can- gia quaggiù.
ma tu giammai, eterna lampa, non ti cangi.
mai.
Pur verrà che Dio ritirerà il suo sguardo da te, e tu pure cadrai nel vano antico del caos : più allora le nubi corteggeranno i tuoi raggi cadenti ; più 1* alba inghirlandata di celesti rose verrà cinta di un tuo raggio su Y oriente ad an- nunziar che tu sorgi.
Godi intanto della tua carriera.
L'uomo solo non gode de' suoi giorni, e se talvolta gli è dato di passeggiare per li fiorenti prati d' aprile, dee pur sempre temere 1' infocato aere dell' estate,, e il ghiaccio mortale del verno.
K- DI JACOPO ORTIS.
43 22 Gennajo.
Così va, caro amico : stava mi al mio focolare dove alcuni villani de' contorni s' adunano in cer- chio per riscaldarsi, raccontandosi a vicenda le loro novelle e le antiche avventure.
Entrò una fanciulla scalza, assiderata, e voltasi all' ortolano, lo richiese della limosina per la povera vecchia.
Mentre ella stava rifocillandosi al fuoco, egli le preparava due fasci di legne e due pani bigi.
La villanella se li prese, e salutandoci se ne andò.
Usciva io pure, e senz' avvedermi, la seguitava calcando dietro le sue peste le neve.
Giunta a un mucchio di ghiac- cio si fermò cercando con gli occhi un altro sentiero, ed io raggiungendola : - andate lontano, buona ragazza.
Niente più di mezzo miglio, signore.
Parmi che i fasci vi pesino troppo ; lasciate che ne porti uno anch' io.— I fasci tanto non mi sarebbero di gran peso, se potessi sostenermeli su le spalle con tutte due le braccia} ma questi pani m' intri- gano.— Or via, porterò i pani dunque.— Non ris- pose, ma si fé' tutta rossa e mi porse i pani eh' io mi riposi sotto il tabarro.
Dopo breve ora entrammo in una capannuccia in mezzo la quale sedeva una vec- chierella con un caldano fra i piedi pieno di brace sovra le quali stendeva le palme, appoggiando i polsi su le estremità de' ginocchj.— Buongiorno, buona madre.— Buongiorno.
Come state, buona madre.
a questa ne a dieci altre interrogazioni mi 44 ULTIME LETTERE fu possibile di trarre risposta -, perchè essa attendeva a riscaldarsi le mani, alzando gli occhi di quando in quando per vedere se eravamo ancora partiti.
Po- sammo trattanto quelle poche provvisioni 5 e a' nos- tri saluti e alle promesse di ritornare domani la vecchia non rispose se non se un' altra volta quasi per forza : Buongiorno.
Tornando a casa, la villanella mi raccontava, che quella donna ad onta di forse ottanta anni e più e di una difficilissima vita, perchè talvolta avveniva che i temporali vietavano a' contadini di recarle la limosina che raccoglievano, in guisa che vedevasi sul punto di perire di fame, tuttavia tremava ognor di morire e borbottava sempre sue preci perchè il cielo la tenesse ancor viva.
Ho poi udito dire a' vecchj del contado, che da molti anni le morì di un' archibugiata il marito dal quale ebbe figliuoli e figliuole, e quindi generi, nuore e nepoti eh' ella vide tutti perire e cascarle V un dopo 1' altro a' piedi nell' anno memorabile della fame.
Eppur, caro amico, i passati i presenti mali la uccidono, e brama ancora una vita che nuota sempre in un mar di dolore.
Ahi dunque.
tanti affanni assediano la nostra vita, che per mantenerla vuoisi non meno che un cieco istinto prepotente per cui (quantunque la na- tura ci porga i mezzi di liberarcene) siamo spesso forzati a comperarla coli' avvilimento, col pianto, e talvolta ancor col delitto.
45 A TERESA.
9 Febbrarò.
Eccomi sempre con te -, sono ornai cinque giorni, eh' io non posso vederti, e tutti i miei pen- sieri sono consecrati a te sola, a te sola, a te con- solatrice del mio cuore.
E vero ; i$ non ti posso fare felice.
Quel mio Genio, di cui spesso ti parlo, mi condurrà al sepolcro per la via delle lagrime.
Io non posso farti felice N.
e lo diceva stamattina a tuo padre, che sedea presso al mio letto e sorrideva delle mie malinconie : ed io gli confessava, che fuori di te nulla di lusinghiero e di caro mi resta in que- sta povera vita.
Tutto è follia, mia dolce amica ; tutto pur troppo.
E quando questo mio sogno soave terminerà, quando gli uomini e la fortuna ti rapi- ranno a questi oechj, io calerò il sipario : la gloria, il sapere, la gioventù, le ricchezze tutti fantasmi, che hanno recitato fino ad ora nella mia commedia, non fanno più per me : io calerò il sipario, e la- scerò che gli uomini s' affannino per fuggire i dolori di una vita che ad ogni minuto si accorcia, e che pure que' meschini se la vorrebbero persuadere immortale.
Suona mezzanotte : a di- spetto della mia infreddatura io m' era posto tutto impellicciato presso al caminetto che mandavaancora le ultime fiamme, per rispondere due righe a mia madre, e senza avvedermene ho scritto una lettera 46 ULTIME LETTERE lunga lunga e tutta malinconica cerne questa.
Quanta diversità dal mio biglietto di jeri che era gajo come la Isabellina quando sorride.
E adesso, s' io proseguissi, tenterei invano di distormi dalle mie solite prediche.
Buona notte dunque.— O.
io sono intirizzito ; il fuoco ha lasciato me, poiché s' avvedeva eh' io non mi preparava a lasciarlo.
3 Aprile.
Quando 1' anima è tutta assorta in una spe- cie di beatitudine, le nostre deboli facoltà oppresse dalla somma del piacere diventano quasi stupide, mute, e incapaci di fatica.
Che s' io non menassi una vita da santo, ti scriverei con un po' più di frequenza.
Se le sventure aggravano il carico della vita, noi corriamo a farne parte a qualche infelice ; ed egli tragge conforto dal sapere che non è il solo condannato alle lagrime Ma se lampeggia qual- che momento di felicità, noi ci concentriamo tutti in noi stessi, temendo che la nostra sventura possa, partecipandosi, diminuirsi, o 1' orgoglio nostro sol- tanto ci consiglia a menarne trionfo.
E poi sente assai poco la propria passione, o lieta o trista che sia, chi sa troppo minutamente descriverla.
Frattanto tutta la natura ritorna bella.
bella così quale dev' essere stata quando nascendo per la prima volta dall' informe abisso del caos mandò fo- riera ìa ridente aurora a' aprile ; ed ella abbando- DI JACOPO ORTIS.
47 nando i suoi biondi capelli sul' oriente, o cingendo poi a poco a poco i' universo del roseo suo manto, diffuse benefica le fresche rugiade, e destò 1' alata vergine de' venticelli per annunziare ai fiori, alle nuvole, alle onde e agli esseri tutti che la salutava- no, la comparsa del Sole : del Sole.
sublime imma- gine di Dio, luce, anima, vita di tutto il creato.
6 Aprile.
E vero : troppo.
questa mia fantasia mi di- pinge così realmente la felicità eh' io desidero e me la pone dinanzi agli occhj, e sto per toccarla con mano e mi mancano ancor pochi passi.
e poi.
l' infelice mio cuore se la vede svanire e piange quasi perdesse un bene posseduto da lungo tempo.
Ma tuttavia.
egli le scrive che la cabala forense gli fu da prima engion di ritardo, e che poi la rivolu- zione ha interrotto per qualche giorno il corso de' tribunali : aggiungi l'interesse che soffoca tutte le altre ^passioni, un nuovo amore forse.
ma tu dirai ; e tutto ciò cosa importa.
Nulla, caro Lo- renzo : a Dio non piaccia eh' io mi prevalga della freddezza d'Odoardo.
ma non so come si possa starle lontano un sol giorno di più.
Andrò dun- que ognor più lusingandomi per tracannarmi- poscia la mortale bevanda che mi sarò io medesimo prepa- rata.
48 ULTIME LETTERE 11 Aprile.
Ella sedeva sopra un sofà rimpetto la finestra delle Colline, osservando le nuvole che passeggia- vano per P ampiezza del cielo.
Vedi, mi disse, quelP azzurro profondo.
Io le stava accanto muto muto con gli occhi fissi su la sua mano che tenea socchiuso un libricciuolo— lo non so come.
ma non mi avvidi che la tempesta cominciava a mug- gire, e il settentrione atterrava le piante più giova- ni.
Poveri arbuscelli.
esclamò Teresa.
Mi scossi.
S' addensavano le tenebre della notte che i lampi rendeano più negre.
Diluviava.
tuonava.
Poco dopo vidi le finestre chiuse, e i lumi nella stanza.
Il ragazzo per far ciò eh' ei solea fare tutte le sere e temendo del mal-tempo, venne a rapirci lo spetta- colo :.
ella natura adirata -, e Teresa che stava sopra pensiero, non se ne accorse e lo lasciò fare.
Le tolsi di mano il libro e aprendolo a caso, lessi : " La tenera Gliceria lasciò su queste mie lab- " bra P estremo sospiro.
Con Gliceria ho perduto " tutto quello eh' io poteva mai perdere.
La sua " fossa e il solo palmo di terra eh' io degni di chia- " mar mio.
Niuno, fuori di me, ne sa il luogo.
" L' ho coperta di folti rosaj i quali fioriscono come " un giorno fioriva il suo volto, e diffondono la fra- <* granza soave che spirava il suo seno.
Ogni anno " nel mese delle rose io visito il sacro boschetto.
49 " Sedo su quel cumulo di terra che serba le sue ossa; rt colgo una rosa, e.
meditando : tal tu fiorivi un " dì.
E sfoglio quella rosa, e la sparpaglio.
e " mi rammento quel dolce sogno de' nostri amori.
" O mia Gliceria, ove sei tu.
una lagrima cade u su 1' erba che spunta su la sua sepoltura, e appa- " ga T ombra amorosa." Tacqui.— Perchè non leggete.
diss' ella so- spirando e guardandomi, lo rileggeva : e tornando a proferir nuovamente : tal tu fiorivi un d\.
la mia voce soffocata si arresta; una lagrima di Teresa gronda su la mia mano che stringe la sua.
17 Aprile.
Ti risovviene di quella giovinetta che quattro anni fa villeggiava appiè' di queste colline.
Era ella innamorata del nostro Olivo P***, e tu sai eh' egli, impoverito, non potè più averla in isposa.
Oggi io 1' ho riveduta maritata a un nobile, parente della famiglia T***.
Passando per le sue posses- sioni, venne a visitare Teresa.
Io sedeva per terra attento all' esemplare della mia Isabellina che scri- vea 1' abbica sopra una sedia.
Com' io la vidi, m' alzai correndole incontro quasi quasi per abbracciar- la :— quanto diversa !, contegnosa, affettata, stentò pria di conoscermi, e poi fece le maraviglie masti- cando un complimentuccio mezzo a me, mezzo a Teresa.
ed io scommetto eh' ella lo aveva impa- D 50 ULTIME LETTERE rato a memoria, e che la mia vista non preveduta Y ha sconcertata.
Cinguettò e di giojelli e di nastri e di vezzi e di cuffie.
Nauseato io di fatte fra- scherie, tentai il suo cuore rammentandole queste campagne e que' giorni beati.
Ah, ah, rispose sbadatamente, e proseguì ad anatomizzare V oltra- montano travaglio de' suoi orecchini.
Il marito frattanto (perchè egli fra il Popolone de pigmei ha scroccato fama di savant come 1' Algarotti e il ***) gemmando il suo pretto parlare toscano di mille fra- si francesi, magnificava il prezzo di quelle inezie, e il buon gusto della sua sposa.
Stava io per pren- dere il mio cappello, ma un' occhiata di Teresa mi fé' star cheto.
La conversazione venne di mano in mano a cadere su' libri che noi leggevamo in campagna.
Allora tu avresti udito Messere tesserci il panegirico della prodigiosa biblioteca de' suoi maggiori, e della collezione di tutte V edizioni degli antichi storici eh' ei ne' suoi viaggi si prese la cura di completare.
Io rideva, ed ei proseguiva la sua lizione di, frontespizj.
Quando Gesù volle, tornò un servo eh' era ito in traccia del signore T*** ad avvertire Teresa che non Y avea potuto trovare, perchè egli era uscito a caccia per le montagne ; e la lezione fu interrotta.
Chiesi alla sposa novelle di Olivo eh' io dopo le sue disgrazie non avea più veduto.
Immagina com' io restassi quando m' in- tesi freddamente rispondere dall' antica sua amante ; egli è morto: È morto.
sclamai balzando in DI JACOPO 011TIS.
51 piedi, e guatandola stupidito.
Descrissi quindi a Teresa 1' egregia indole di quel giovine senza pari, e la sua nemica fortuna che lo astrinse a combattere con la povertà e con la infamia ; e morì mondimeno scevro di taccia e di colpa.
Il marito allora prese a narrarci la morte del padre di Olivo, le pretensioni di suo fratello pri- mogenito, le liti sempre più.
accanite, e la sentenza de' tribunali che giudici fra due figli di uno stesso padre, per arricchire l'uno, spogliarono l'altro; divoratosi il povero Olivo fra le cabale del foro an- che quel poco che gli rimanea.
Moralizzava su questo giovine stravagante che riscusò i soccorsi di suo fratello, e invece di placarselo, lo inasprì sem- pre più sì, lo interruppi : se suo fratello non ha potuto essere giusto, Olivo non doveva essere vile.
Tristo colui che ritira il suo cuore dai consi- gli e dal compianto dell' amiciza, e sdegna i mutui sospiri della pietà e rifiuta il parco soccorso che la mano deli' amico gli porge.
Ma ben mille volte più tristo chi confida nell' amicizia del ricco, e presu- mendo virtù in chi non fu mai sciagurato, accoglie quel beneficio che dovrà poscia scontare con altret- tanta onestà.
La felicità non si collega con la sventura che per comperare la gratitudine e tiran- neggiare la virtù.
L' uomo smanioso di opprimere, profitta dei capricci della fortuna per acquistare un diritto di prepotenza.
I soli infelici sanno vendi- care gli oltraggi della sorte, consolandosi scam- d2 52 ULTIME LETTERE bievolmente ; ma colui che giunse a sedere alla mensa del ricco, tosto, benché tardi, s' avvede Come sa di sale Lo pane altrui.* E per questo, oh quanto è men doloroso andar ac- cattando di porta in porta la vita, anziché umiliarsi, o esecrare 1' indiscreto benefattore che, ostentando il | suo beneficio, esige in ricompensa il tuo rossore e ; la tua libertà.
Ma voi, mi rispose il marito, non mi avete la- sciato finire.
Se Olivo uscì dalla casa paterna, ri- nunziando tutti gli interessi al primogenito, perchè poi volle pagare i debiti di suo padre.
Non andò incontro egli stesso alla indigenza ipotecando per questa sciocca delicatezza anche la sua porzione della dote materna.
Perchè.
se V erede defraudò i creditori co' sutterfugj forensi, Olivo non potea comportare che le ossa di suo padre fossero maladette da coloro che nelle avversità lo aveano soccorso con le loro sostanze ; e eh' ei fosse mostrato a dito per le strade come il figliuolo di un fallito.
Questa generosità diffamò il primogenito il quale dopo avere invano tentato il fratello co' beneficj, gli giurò poscia ini- micizia mortale e veramente fraterna.
Olivo intan- to perde V ajuto di quelli che lo lodavano forse nel loro secreto, perchè restò soverchiato dagli scelle- rati, essendo più agevole approdar la virtù, che so- * Dante.
53 stenerla a spada tratta e seguirla.
Per questo V uomo dabbene in mezzo a' malvagi rovina sempre ; e noi siam soliti ad associarci al più forte, a calpe- stare chi giace, e a giudicar dall' evento.
Io invece di piangere Olivo ringrazio il sommo Iddio che lo ha chiamato lontano da tante ribalderie, e dalle nostre imbecillità.
Vi son certi uomini che hanno bisogno della morte perchè non sanno assue- farsi alla feccia de 1 nostri delitti.
La sposa parea intenerita.
Oh pur troppo.
esclamò con un sospiro affettato.
Ma.
chi per altro ha bisogno di pane non deve assottigliarsi tanto su 1' onore.— Inaudita bestemmia.
proruppi : voi dunque perchè favoriti dalla fortuna vorreste essere virtuosi voi soli 5 anzi perchè la virtù su la oscura vostr' anima non risplende, vorreste reprimerla anche nei petti degV infelici, che pure non hanno altro conforto, e illudere in questa maniera la vostra coscienza?— Gli occhj di Teresa mi davano ragione ed io prose- guiva.— Coloro che non furono mai sventurati, non sono degni della loro felicità.
Orgogliosi.
guar- dano la miseria per insultarla: pretendono che tutto debba offrirsi in tributo alla ricchezza e al piacere.
Ma 1' infelice che serba la sua dignità è uno spet- tacolo di coraggio a' buoni, e di rimbrotto a' mal- vagi—Io gridava come un indiavolato.
e sono uscito cacciandomi le mani ne' capelli.
Grazie a' primi casi della mia vita che mi costituirono sven- turato.
Lorenzo mio.
io non sarei forse tuo amico j d3 54 ULTIME LETTERE io non sarei amico di questa fanciulla.
Mi sta sempre davanti 1' avvenimento di stamattina.
Qui.
dove siedo solo, tutto solo, mi guardo intorno e temo di rivedere alcuno de' miei conoscenti.
Chi 1' avrebbe mai detto.
Il cuore di colei non ha pal- pitato al nome del suo primo amore.
ella anzi ha osato turbare le ceneri di lui che le ha per la prima volta ispirato V universale sentimento della vita.
un solo sospiro.
.ma che stravaganza.
afflig- gersi perchè non si trova fra gli uomini quella virtù che forse, ahi.
forse non e che voto nome.
Io non ho 1' anima negra ; e tu il sai, mio Lo- renzo ; nella mia prima gioventù avrei sparso fiori su le teste di tutti i viventi : chi, chi mi ha fatto così rigido e ombroso verso la più parte degli uomini se non la loro perfidia.
Perdonerei tutti i torti che mi hanno fatto.
Ma quando mi passa dinanzi la vene- rabile povertà che mentre s' affatica, mostra le sue vene succhiate dalla onnipotente opulenza; e quan- do io vedo tanti uomini, infermi, imprigionati, affa- mati, e tutti supplichevoli sotto il terribile flagello di certe leggi.
ah no, io non mi posso ricon- ciliare.
Io grido allora vendetta con quella turba di tapini co' quali divido il pane e le lagrime ; e ardisco ridomandare in lor nome la porzione che hanno ereditato dalla natura, madre benefica ed imparziale.
Sì, Teresa, io vivrò teco ; ma teco soltanto.
Tu sei uno di que' pochi angioli sparsi que e sulla faccia della terra per accreditare la virtù, ed infon- DI JACOPO ORTIS.
55 clere negli animi perseguitati ed aflitti 1' amore dell' umanità.
Ma s' io ti perdessi, quale scampo si aprirebbe a questo giovine infastidito di tutto il resto del mondo.
Se poco fa tu 1' avessi veduta.
mi stringeva la mano, dicendomi— siate discreto ; in verità quelle due oneste persone mi pareano compunte : e se Olivo non fosse stato infelice, avrebbe avuto anche oltre la tomba un amico.
Ahi.
proseguì dopo un lungo silenzio : per amar la virtù conviene dunque vivere nel dolore.
Lorenzo, Lorenzo.
1' anima sua celeste risplendeva ne' lineamenti del viso.
29 Aprile.
Vicino a lei io sono pieno della esistenza che appena sento di esistere.
Così quandi io mi desto dopo un pacifico sonno, se il raggio del sole mi riflette su gli occhi, la mia vista si abbaglia e si perde in un torrente di luce.
Da gran tempo mi lagno della inerzia in cui vivo.
Al riaprirsi della primavera mi proponeva di studiare botanica ; e in due settimane io aveva raccolte alcune centinaja di piante che adesso non so più dove sieno.
Mi sono assai volte dimenticato il mio Linneo sopra i sedili del giardino, o appiè di qualche albero : 1' ho finalmente perduto.
Jeri Michele me ne ha recati due fogli tutti umidi di 56 ULTIME LETTERE rugiada ; e stamattina mi raccontava che il rima- nente era stato mal concio dal cane dell' ortolano.
Teresa mi sgrida : per contentarla mi pongo a scrivere 5 ma sebbene incominci con la più bella vocazione che mai, non so andar innanzi per più di tre righe.
Mi propongo mille argomenti ; mi si affacciano mille idee -, scelgo, rigetto, poi torno a scegliere 5 scrivo finalmente, straccio, cancello, e perdo qualche volta una intera giornata j la mente si stanca, le dita abbandonano la penna, e mi av- veggo d'avere gittate il tempo e la fatica.
La pazza figura eh' io fo quand' ella siede lavo- rando, ed io leggo.
M' interrompo a ogni tratto, ed ella : proseguite.
Torno a leggere j dopo due carte la mia pronunzia diventa più rapida e termina borbottando in cadenza : Teresa s' affanna : leggete un po' meglio : io continuo 5 ma gli occhj miei, non so come, si sviano insensibilmente dal libro, e si trovano frattanto immobili su quell'angelico viso.
Divento muto ; cade il libro e si chiude j perdo il segno, so più ritrovarlo.
Ma pure.
se potessi afferrare tutti i pensieri che mi passano per la mente.
ne vo tratto tratto segnando su i cartoni e su i margini del mio Plutar- co.
Ho incominciato la storia di Lauretta per mostrare al mondo in quella sfortunata lo specchio della fatale infelicità de' mortali.
T' includo quel no' ehe ho scritto.
E viviti lieto.
57 FRAMMENTO DELLA STORIA DI LAURETTA.
" Non so se il cielo badi alla terra.
Ma se ci ha " qualche volta badato (o almeno il primo giorno " che la umana razza ha incominciato a formico- " lare) io credo eh' egli abbia scritto negli eterni " libri : l' uomo sarà' infelice.
" oso appellarmi di questa sentenza, perchè " non saprei forse a che tribunale, tanto più che mi et giova crederla utile alle tante altre razze viventi " ne' mondi innumerabili.
Ringrazio nondimeno " quella Mente che mescendosi nell* immenso u mondo degli esseri, li fa sempre rivivere, agi- M tandoli ; perchè con le miserie, ci ha dato almeno " il dono del pianto, ed ha punito coloro che con " una insolente filosofia si vogliono ribellare dalla ** umana sorte, negando loro gì' inesausti piaceri a della compassione— Se vedi alcuno addolorato * ( e piangente non piangere.
* Stoico.
non sai tu " che le lagrime di un uomo compassione vole sono u per gì' infelici più dolci della rugiada su l'erbe a appassite.
» Epitteto; manuale, xxn.
58 ULTIME LETTERE u O Lauretta.
io piansi con te sul sepolcro del ' tuo povero amante, e ini ricordo che la mia com- 1 passione temprava 1' amarezza del tuo dolore.
T' f abbandonavi sul mio seno, e i tuoi biondi capelli ' mi coprivano il volto, e il tuo pianto bagnava le mie guance ; poi traevi un fazzoletto e m' asciu- ' gavi, ed asciugavi le tue lagrime che tornavano ' a sgorgarti dagli occhj e scórrerti su le labbra : ' abbandonata da tutti.
ma io no -, non ti ho abbandonata mai.
'* Quando tu erravi fuor di te stessa per le romite f spiagge del mare, io seguiva furtivamente i tuoi f passi per poterti salvare dalla disperazione del tuo 1 dolore.
Poi ti chiamava a nome, e tu mi stendevi ' la mano, e sedevi al mio fianco.
Saliva in cielo 1 la luna, e tu guardandola cantavi pietosamente.
' taluno avrebbe osato deriderti : ma il Consolatore ' de' disgraziati che guarda con un occhio stesso e ' la pazzia e la saviezza degli uomini, e che com- ' piange e i loro delitti e le loro virtù.
udiva forse 1 le tue meste voci, e t' ispirava qualche conforto : ' le preci del mio cuore t' accompagnavano : a Dio sono accetti A voti, e i sacrificj delle anime ad- ' dolorate.
I flutti gemeano con flebile fiotto, e ' i venti che gV increspavano gli spingeano a lambir ' quasi la riva dove noi stavamo seduti.
E tu alzan- 1 doti appoggiata al mio braccio t' indirizzavi a quel f sasso ove ti parea di vedere ancora il tuo Eugenio, ' e sentir la sua voce, e la sua mano, e i suoi.
' baci Or che mi resta.
esclamavi ; la guerra DI JACOPO ORTIS.
59 '* mi allontana i fratelli, e la morte mi ha rapito il " padre e V amante ; abbandonata da tutti.
* O bellezza, genio benefico della natura.
'* Ove mostri V amabile tuo sorriso scherza la gioja, r « e si diffonde la voluttà per eternare la vita dell' M universo: chinonticonoscee non ti senteincresca " al mondo e a se stesso.
Ma quando la virtù ti " rende più vereconda e più cara, e le sventure, " togliendoti la baldanza e la invidia della felicità, " ti mostrano ai mortali coi crini sparsi, e privi delle " allegre ghirlande.
chi è colui che può passarti " davanti e non altro offrirti che un' inutile occhiata " di compassione.
(e Ma io t' offriva, o Lauretta, le mie lagrime " e questa capanna dove tu avresti mangiato del " mio pane, e bevuto nella mia tazza.
Tutto quello " eh' io aveva.
e meco forse la tua vita, sebbene non " lieta, sarebbe stata libera almeno e pacifica.
Il u cuore nella solitudine e nella pace va a poco a poco " obbliando i suoi affanni ; perchè la libertà regna u soltanto in grembo alla semplice e solitaria natura.
" E dove tu sei, libertà, le petrose rupi s' ornano " d' arbuscelli, e borea frena i suoi turbini.
" Una sera d'autunno lalunaappenasi mostra- *.
va alla terra rifrangendo i suoi raggi su le nuvole " trasparenti, che accompagnandola 1' andavano " tratto tratto coprendo, e che sparse per 1' ampiezza " del cielo rapiano al mondo le stelle.
Noi stavamo " intenti ai lontani fuochi de' pescatori, e al canto <e del gondoliere che col suo remo rompea il silenzio 60 ULTIME LETTERE " e la calma dell' oscura lag-una.
Ma Lauretta vol- " gendosi, cercò con gli oechj intorno il suo cagnuo- u lino ed errò lunga pezza chiamandolo : stanca " finalmente tornò dov' io sedeva, e guardandomi ' ' parea che volesse dirmi : anch' egli mi ha già ab- " ban donata ; e tu forse.
" Io?— Chi 1' avrebbe mai detto che quella i\ dovesse essere 1* ultima sera eh' io la vedeva.
Ella " era vestita di bianco ; un nastro cilestro raccogliea " le sue chiome, e tre mammole appassite spunta- f 1 vano in mezzo al lino che copriva il suo seno.— Io " 1' ho accompagnata fino alla porta della sua casa; " e sua madre che venne ad aprirci mi ringraziava " della cura eh' io mi prendeva per la sua disgraziata " figliuola.
Quando fui solo m' accorsi che m' era " rimasto fra le mani il suo fazzoletto : lo renderò " domani, diss' io.
" I suoi mali incominciavano già a mitigarsi, " ed io forse.
—è vero ; io non poteva darti il tuo " Eugenio ; ma ti sarei stato sposo, padre, fratello.
" La persecuzione de' tiranni proscrisse improvvisa- " mente il mio nome, ho potuto, o Lauretta, " lasciarti neppur 1' ultimo addio.
" Quand' io penso all' avvenire e mi chiudo gli " occhj per non conoscerlo, e tremo e mi abbandono " colla memoria a' giorni passati, io vo per lungo " tratto vagando sotto gli alberi di queste valli, e " mi ricordo le sponde del mare, e i fuochi lontani, " e il canto del gondoliere.
M' appoggio ad un e< tronco.
sto pensando j il cielo me V avea con- DI JACOPO ORTIS.
61 " ceduta ; ma V avversa fortuna me V ha rapita.
u traggo il suo fazzoletto : infelice chi ama per am- '* bizione.
ma il tuo cuore, o Lauretta, e fatto per " la schietta natura : m' asciugo gli occhj, e torno " sul far della notte alla mia casa.
" Che fai tu frattanto.
torni errando lungo le u spiagge e porgendo inni elagrime a Dio.
Vieni.
14 tu corrai le frutta del mio giardino} tu berrai nella " mia tazza, tu mangerai del mio pane : se tornerà il " tuo cagnuolino, io ne prenderò cura perchè non " vada smarrito per le campagne.
Quando si ris- ** veglierà il tuo martirio, e lo spirito sarà vinto " dalla passione, io ti verrò dietro per sostenerti in " mezzo al cammino, e per guidarti, se ti smarrissi, '* alla mia casa ; ma ti verrò dietro tacitamente per " lasciarti libero almeno il conforto del pianto.
Io " ti sarò padre, fratello.
ma, il mio cuore.
" se tu sapessi, il mio cuore !--- una lagrima bagna " la carta e cancella ciò che vado scrivendo.
" Io 1' ho veduta con i fiori della gioventù e del- " la bellezza ; e poi tradita, raminga, orfana.
Io " V ho veduta baciare le labbra morenti del suo unico " consolatore.
e poscia inginocchiarsi con pietosa " superstizione davanti a sua madre lagrimando e " pregandola acciocché ritirasse la maledizione che " ne' giorni del furore quella madre infelice aveva " fulminata contro la sua figliuola.
Così la po- " vera Lauretta mi lasciò nel cuore per sempre la " compassione delle sue sventure.
Preziosa eredità " eh' io ora dividerò con voi, uomini sventurati.
62 ULTIME LETTERE " con voi a' quali non resta altro conforto che di " amare la virtù e di compiangerla.
Voi non mi tc conoscete, ma io, chiunque voi siate, sono sem- " pre il vostro amico.
" Un giorno forse, un giorno, se questi pochi " fogli eh' io dal mio romitorio consacro alle tue <c disgrazie, cadranno sotto gli occhj di colui che " senza avere pietà alla tua bellezza e alla tua gio- '.
ventù, ti trasse dalla casa paterna e ti rapì il fiore " della innocenza, ah sì.
egli verserà fra i rimor- " si una lagrima su la tua virtù che, pur troppo.
ti " ha ridotta più misera.
E che può mai la virtù <( quando il destino domanda la vittima?— Ma tu no, " Lauretta, benché la tua smarrita ragione abbia u abbandonato il tuo cuore, tu non amerai più V " uomo che ti ha tradito.
Nella tua umiliazione, " sdegnerai di essere sollevata da quella mano che " ti ha guidata su la via del dolore.
I suoi beneficj " potrebbero insanguinarti più de' suoi delitti.
L' " unico che ti potea consolare era Eugenio.
ma " Eugenio ..." 4 Maggio.
Hai tu veduto dopo i giorni della tempesta prorompere fra V auree nuvole dell' oriente il vivo raggio del sole e riconsolar la natura.
Tale per me è la vista di costei.
Discaccio i miei desiderj, con- danno le mie speranze, piango i miei inganni ; no-, io non la vedrò più; io non 1' amerò.
Odo una voce DI JACOPO ORTIS.
63 che mi chiama traditore ; la voce di suo padre.
M' adiro contro me stesso, e sento risorgere nel mio cuore una virtù sanatrice, un pentimento.
.Eccomi dunque fermo nella mia risoluzione ; fermo più che mai : ma poi.
All' apparir del suo volto ritornano le mie illusioni, V anima mia si trasforma, e obblia se medesima, e s' imparadisa nella contemplazione della bellezza.
8 Maggio.
Ella non £ ama, e se pure volesse amarti non può.
E vero, Lorenzo : ma s' io consentissi a strap- parmi il velo dagli occhj, dovrei subito chiuderli in sonno eterno ; poiché senza questo angelico lume, la vita mi sarebbe terrore, il mondo caos, la natura notte e deserto.
Anziché spegnere le faci che rischiarano la prospettiva teatrale e disingannare villanamente gli spettatori, non è assai meglio calar del tutto il sipario, e lasciarli nella loro illusione.
Ma se V inganno ti nuoce : che monta.
se il dis- inganno mi uccide.
Una domenica intesi il parroco che sgridava i villani perchè s' ubbriacavano.
Egli frattanto non s' accorgeva che avvelenava a que' meschini il con- forto di addormentare nell' ebbrietà della sera le fatiche del giorno, di non sentir 1' amarezza del loro pane bagnato di sudore e di lagrime, e di non pen- sare al rigore e alla fame che il vicino verno minac- cia.
64 ULTIME LETTERE 11 Maggio.
Conviene dire che la natura abbia pur d' uopo di questo globo, e della specie di viventi litigiosi che lo stanno abitando.
E per provvedere alla con- servazione di tutti, anziché legarci in reciproca fra- tellanza, ha costituito ciascun uomo così amico di medesimo che volentieri aspirerebbe all' esterminio dell' universo per vivere più sicuro della propria esistenza e rimanersi despota solitario di tutto il creato.
Niuna generazione ha mai veduto per tutto il suo corso la dolce pace ; la guerra fu sempre 1' arbitra de' diritti, e la forza ha dominato tutti i secoli.
Così P uomo or aperto, or secreto, e sempre im- placabile nemico della umanità, conservandosi con ogni mezzo, cospira all' intento della natura che ha d' uopo della esistenza di tutti : e P uman genere, quantunque divori perpetuamente stesso, vive, e si propaga.
Odi.
Di buon' ora ho accompagnato Teresa e sua sorellina in casa di una lor conoscente venuta a vil- leggiare.
Credeva di desinare in lor compagnia, ma per mia disgrazia aveva fin dalla settimana pas- sata promesso al chirurgo di andare a pranzo con lui, e se Teresa non me ne facea sovvenire, io, a dirti la verità, me n' era dimenticato.
Mi vi sono dunque avviato un oretta innanzi il mezzogiorno , ma affannato dal caldo, mi sono alla metà della strada coricato sotto un ulivo : al vento di jeri fuor di DI JACOPO ORTIS.
65 stagione, oggi è succeduta un' arsura nojosissima ; e me ne stava al frasco spensieratamente come se avessi già desinato.
Voltando la testa mi sono av- veduto di un contadino che guardavami brusca- mente : Che fate voi qui.
Sto, come vedete, riposando.
Avete voi possessioni.
percotendo la terra col calcio del suo schioppo.
Perchè ì Perchè.
sdraiatevi su i vostri prati, se ne avete, e non venite a pestare 1* erba degli altri : e partendo fate eh' io tornando, vi trovi.
Io non mi era mosso, ed egli se n' era ito.
A bella prima, io non aveva badato alle sue bravate ; ma.
ripensandoci j se ne avete.
e se la fortuna non avesse conceduto a' miei padri due passi di ter- reno, tu m' avresti negato anche nella parte più sterile del tuo prato 1' estrema pietà del sepolcro.
ma osservando che 1' ombra dell' ulivo diventava più lunga, mi sono ricordato del pranzo.
Poco fa tornandomi a casa ho trovato su la mia porta 1' uomo stesso di stamattina :— Signore, vi stava aspettando ; se mai.
vi foste adirato mecoj vi domando perdono.
Riponete il cappello; io non me ne sono già offeso.— Perchè mai questo mio cuore nelle stesse occasioni ora è pace pace, ora è tutto tempesta.
Diceva quel viaggiatore ; il flusso e riflusso de* miei umori governa tutta la mia vita.
Forse 66 ULTIME LETTERE un minuto prima il mio sdegno sarebbe stato assai più grave dell' insulto.
Perchè dunque abbandonarci al capriccio del primo che ne offende, permettendo eh' egli ci possa turbare con una ingiuria non meritata.
Vedi come 1' amor proprio adulatore tenta con questa pomposa sentenza di ascrivermi a merito un' azione eh' è derivata forse da.
chi lo sa.
In pari occasioni non ho usato di eguale moderazione : è vero che passata un' ora ho filosofato contro di me ; ma la ragione è venuta zoppicando ; e il pentimento, per chi aspira alla saviezza, è sempre tardo : ma.
io v' aspiro : io non sono che un di que' tanti fig- liuoli della terra, non altro ; e porto meco tutte le passioni e le miserie della mia specie.
Il contadino proseguiva : Vi ho fatto villania, ma io non vi conosceva ; que' lavoratori che sega- vano fieno ne' prati vicini mi hanno dopo avvertito.
—Non importava, buon uomo : come va il grano quest' anno.
Bene.
ma vi prego, caro signore, scusa- temi ; non vi conosceva.
Buon uomo ; o conoscendo o non conoscen- do non offendete nessuno, perchè correte sempre pericolo o di provocare il potente, o di maltrattare il debole : per me, potete starvene in pace.
Dice bene il signore ; Dio gliene rimeriti.
E se ne andò.
Intanto.
crescono ogni giorno i martiri perse- guitati dal nuovo usurpatore della mia patria.
' DI JACOPO ORTIS.
67 Quanti andranno tapinando e profughi ed esiliati, senza il letto di poca erba o 1' ombra di un ulivo.
Dio lo sa.
Lo straniero infelice e cacciato perfino dalla balza dove le pecore pascono tranquillamente.
12 Maggio.
Non ho osato no, non ho osato.
Io poteva abbracciarla e stringerla qui, a questo cuore.
L' ho veduta addormentata : il sonno le tenea chiusi que' grandi occhj neri, ma le rose del suo sembiante si spargeano allora più vive che mai su le sue guance rugiadose.
Giacea il suo bel corpo abbandonato sopra un sofà.
Un braccio le sosteneva la testa e 1* altro pendea mollemente.
Io 1* ho più volte veduta a passeggiare e a danzare, mi sono sentito sin den- tro 1' anima e la sua arpa e la sua voce, e l'ho ado- rata pien di spavento come se 1' avessi veduta di- scendere dal paradiso.
ma così bella come oggi, io non 1' ho veduta mai, mai.
Le sue vesti mi la- sciavano travedere i contorni di quelle angeliche forme ; e 1' anima mia le contemplava e.
che pos- so dirti.
tutto il furore e l'estasi dell' amore- mi ave- ano infiammato e rapito fuori di me.
Io toccava come un divoto e le sue vesti e le sue chiome odo- rose e il mazzetto di fiori eh' ella aveva in mezzo al suo seno.
sì, sotto questa mano divenuta sacra ho sentito palpitare il suo cuore.
Io respirava gli aneliti della sua bocca socchiusa.
io stava per suc- chiare tutta la voluttà di quelle labbra celesti.
un 68 ULTIME LETTERE suo bacio.
e avrei benedette le lagrime che da tanto tempo bevo per lei.
—Ma allora allora io 1' ho sentita sospirare fra il sonno : mi sono arretrato re- spinto quasi da una mano divina.
T' ho insegnato io forse ad amare, ed a piangere.
e cerchi tu un breve instante di sonno perchè ti ho turbate le tue notti innocenti e tranquille.
a questo pensiero me le sono prostrato davanti immobile immobile ratte- nendo il sospiro : e sono fuggito per non ridestar- la alla vita angosciosa in cui geme.
Non si querela, e questo mi strazia ancor più : ma quel suo viso sempre più mesto, e quel guardarmi con tanta pie- tà, e tremare sempre al nome di Odoar-o, e sospi- rare sua madre.
ah.
il cielo non ce 1' avrebbe conceduta se non dovesse anch' ella partecipare del dolore.
Eterno Iddio.
esisti tu per noi mortali.
o sei tu padre snaturato verso le tue creature.
So che quando hai mandato su la terra la virtù tua fi- gliuola primogenita le hai data per guida la sventu- ra.
Ma perchè poi lasciasti la giovinezza e la beltà così deboli da non poter sostenere le discipline di austera istitutrice.
In tutte le mie afflizioni ho al- zato le braccia sino a te, ma non ho osato mor- morare piangere : ahi adesso.
e perchè farmi conoscere la felicità s' io doveva bramarla fiera- mente, e perderne la speranza per sempre.
per sempre.
no no, Teresa è mia, tutta ; tu me 1' hai conceduta perchè mi creasti un cuore capace di amarla immensamente, eternamente.
14 Maggio.
S* io fossi pittore.
quale ampia materia al mio pennello.
1* artista immerso nella idea deliziosa del bello addormenta o mitiga almeno tutte le altre pas- sioni.
Ma.
se anche fossi pittore.
ho veduto ne' pittori e ne' poeti la bella e talvolta anche la schietta natura, ma la natura somma, immensa, ini- mitabile non 1' ho veduta dipinta mai.
Omero, Dante, e Shakespeare, i tre maestri di tutti gì' in- gegni sovrumani, hanno investito la mia immagi- nazione ed infiammato il mio cuore : ho bagnato di caldissime lagrime i loro versi 5 e ho adorato le loro ombre divine come se le vedessi assise su le volte ec- celse che sovrastano 1' universo a dominare 1' eter- nità.
Pure gli originali che mi vedo davanti mi riem- piono tutte le potenze dell' anima, e non oserei, Lo- renzo.
non oserei, se anche si trasfondesse in me Michelangelo, tirarne le prime linee.
Sommo Iddio.
quando tu miri una sera di primavera ti compiaci forse della tua creazione ì tu mi hai versato per con- solarmi una fonte inesausta di piacere, ed io 1' ho guardata sovente con indifferenza.
Su la cima del monte indorato dai pacifici raggi del sole che va mancando, io mi vedo accerchiato da una catena di colli su i quali ondeggiano le messi, e si scuotono le viti sostenute in ricchi festoni dagli ulivi e dagli olmi : le balze e i gioghi lontani van sempre ere- 70 ULTIME LETTERE scendo come se gli uni fossero imposti su gli altri.
Di sotto a me le coste del monte sono spaccate in burroni infecondi fra i quali si vedono offuscarsi le ombre della sera che a poco a poco si innalzano ; il fondo oscuro e orribile sembra la bocca di una vora- gine.
Nella falda del mezzogiorno V aria è signo- reggiata dal bosco che sovrasta e offusca la valle do- ve pascono al fresco le pecore, e pendono dall' erta le capre sbrancate.
Cantano flebilmente gli uccelli come se piangessero il giorno che muore, mugghia- no le giovenche, e il vento pare che si compiaccia del susurrar delle fronde.
Ma da settentrione si di- vidono i colli, e s' apre all' occhio una interminabile pianura : si distinguono ne' campi vicini i buoi che tornano a casa ; lo stanco agricoltore li siegue ap- poggiato al suo bastone; e mentre le madri e le mo- gli apparecchiano la cena all' affaticata famiglia, fu- mano le lontane ville ancor biancicanti, e le capan- ne disperse per la campagna.
I pastori mungono il gregge, e la vecchierella che stava filando su la por- ta dell' ovile, abbandona il lavoro e va carezzando e fregando il torello, e gli agnelletti che belan intor- no alle loro madri, La vista intanto si va dilun- gando, e dopo lunghissime file di alberi e di campi termina nell' orizzonte dove tutto si minora e si confonde : lancia il sole partendo pochi raggi, co- me se quelli fossero gli estremi addio che alla natura ; le nuvole rosseggiano, poi vanno languen- do, e pallide finalmente si abbujano : allora la pia- DI JACOPO ORTIS.
71 nura si perde, V ombre si diffondono su la faccia della terra, ed io, quasi in mezzo all' oceano, da quella parte non vedo che il cielo.
Jeri sera appunto io scendeva a passo a passo dal monte.
Il mondo era in cura alla notte, ed io non sentiva che il canto della villanella, e non ve- deva che i fuochi de' pastori.
Scintillavano tutte le stelle, e mentr' io salutava ad una ad una le costel- lazioni, la mia mente contraeva un non so che di celeste, ed il mio cuore s' innalzava come se aspi- rasse ad una regione più sublime assai della terra.
Mi sono trovato su la montagnuola presso la chiesa ; suonava la campana de' morti, e un senso d' umanità trasse i miei sguardi sul cimiterio dove ne' loro tu- muli coperti di erba dormono gli antichi padri della villa : Abbiate pace, o nude reliquie: la materia è tornata alla materia ; nulla scema, nulla cresce, nulla si perde quaggiù ; tutto si trasforma e si riproduce.
umana sorte.
men infelice degli altri chi non la te- me.
Spossato mi sdrajai boccone sotto il boschetto de' pini, e in quella muta oscurità, mi sfilavano di- nanzi alla mente tutte le mie sventure e tutte le mie speranze.
Da qualunque parte io corressi anelando alla felicità, dopo un aspro viaggio pieno di errori e di tormenti, mi vedeva spalancata le sepoltura dove io m' andava a perdere con tutti i mali e tutti i beni di questa inutile vita.
E mi sentiva avvilito e piangeva perchè avea bisogno di consolazione.
e ne' miei singhiozzi io invocava Teresa.
Udii un calpestio fra gli alberi, e mi parea d' intendere bis- 72 ULTIME LETTERE bigliare alcune voci.
Mi sembrò poi di vedere Te- resa con sua sorella.
Impaurite a prima vista fug- givano.
Io le chiamai per nome, e la Isabellina riconosciutomi mi si gittò addosso con mille baci.
M' alzai.
Teresa s' appoggiò al mio braccio, e noi passeggiammo taciturni lungo la riva del fiumicello sino al lago de' cinque fonti.
E ci siamo quasi di consenso fermati a mirar 1' astro di venere che ci lampeggiava su gli occhj.
Oh.
diss' ella con quel dolce entusiasmo tutto suo, credi tu che il Petrarca non abbia anch' egli visitato sovente queste solitu- dini, sospirando fra le ombre pacifiche della notte la sua perduta amica.
Quando leggo i suoi versi io me lo dipingo qui.
malinconico.
errante.
seduto sul tronco di un albero, pascersi de' suoi mesti pensieri, e volgersi al cielo cercando con gli occhj lagrimosi lo spirito di Laura.
Io non so co- me quell' anima tutta celeste abbia potuto soprav- vivere in tanto dolore, e fermarsi fra le miserie de' mortali : oh dolce amico.
quando s' ama davvero.
ella mi stringeva la mano ed io mi sentiva il cuore che non voleva starmi più in petto.
Sì, an- gelo, tu sei nato per me, ed io.
non so come ho pófmto soffocare queste parole che mi scoppiava- no dalle labbra.
Ella saliva la collina ed io la seguitava.
Le mie facoltà erano tutte di Teresa -, ma la tempesta che le aveva agitate era alquanto cessata.
Tutto è amore, diss' io ; 1' universo non è che amore.
E ehi lo ha mai più sentito o meglio dipinto del Pe- DI JACOPO ORTIS.
73 trarca.
Adoro, come divinità, que' pochi genj che si sono innalzati sopra gli altri mortali ; ma il Petrar- ca Ì0...1' amo : e mentre il mio intelletto gli sacrifica come a nume, il mio cuore lo invoca padre e amico consolatore.
Teresa mi rispose con un sospiro.
La salita 1' aveva stancata : riposiamo, diss' ella: P erba era umida., ed io le mostrai un gelso poco lontano.
Il più bel gelso cbe mai.
E alto, solitario, frondoso : fra' suoi rami v' ha un nido di cardellini ; e noi lo chiamiamo sempre il nostro al- bero favorito.
La ragazzina intanto ci aveva la- sciati, saltando su e giù, cogliendo fioretti e gettan- doli dietro le lucciole che andavano aleggiando : Teresa giaceva sotto il gelso, ed io seduto vicino a lei con la testa appoggiata al tronco le recitava le odi di Saffo j sorgeva la luna.
Perchè mentre scrivo il mio cuore batte for- te.
beata sera.
14 Maggio, ore 11.
Sì, Lorenzo.
odilo.
La mia bocca è umida ancora di un bacio di Teresa, e le mie guance sono state innondate dalle sue lagrime.
Mi ama sì.
mi ama !— lasciami, Lorenzo, lasciami in tutta P estasi di questo momento di paradiso.
14 Maggio, a sera.
O quante volte ho ripigliata la penna, e non ho potuto continuare.
mi sento un po' calmato e tor- E 74 ULTIME LETTERE no a scriverti.— Teresa giacea sotto il gelso.
io le recitava le odi di Saffo.
ma come poss' io di- pingerti quell' istante divino.
Ella mi ama sì.
mi ama.
A queste parole tutto ciò eh' io vedeva mi sembrava un riso dell' universo -, io mirava con occhj di riconoscenza il cielo e mi parea eh' egli si spalancasse per accoglierci : deh.
a che non venne la morte.
e 1' ho invocata.
; ho baciato Teresa i fiori eie piante esalavano in quel momento un odore soave; le aure erano tutte armonia; i rivi risuonava- no da lontano ; e tutte le cose s' abbellivano allo splendore della luna che era tutta piena della luce infinita della divinità.
Gli elementi e gli esseri esultavano nella gioja di due cuori ebbri di amore.
Ho baciata e ribaciata quella mano.
e Teresa mi abbracciava tutta tremante, e transfondea i suoi sospiri nella mia bocca, e il suo cuore palpitava su questo petto : mirandomi co' suoi grandi occhi lan- guenti, mi baciava, e le sue labbra umide, socchiuse mormoravano su le mie.
ahi.
che ad un tratto mi si è staccata dal seno quasi atterrita.
chiamò sua sorella e s' alzò correndole incontro.
Io me le sono prostrato, e tendeva le braccia come per afferrar le sue vesti.
ma non ho osato chiamarla scon- giurarla.
la sua virtù mi avea spaventato, e Teresa mi sembrava sacra.
Me le sono accostato treman- do.
Non posso essere vostra mai !...ella pronun- ciò queste parole dal cuore profondo e con una oc- chiata con cui parea rimproverarmi e compianger- mi.
Accompagnandola lungo la via, non mi guar- DI JACOPO ORTIS.
75 più, io avea più coraggio di dirle una parola.
Giunta alla porta del giardino mi prese di mano la Isabellina e lasciandomi : addio, diss' ella, e rivol- gendosi dopo pochi passi.
addio.
lo rimasi estatico : avrei baciate 1' orme de' suoi piedi : pendeva un suo braccio, e i suoi capelli rilucenti al raggio della luna svolazzavano molle- mente : ma poi.
appena appena il lungo viale e la fosca ombra degli alberi mi concedevano di tra- vedere le ondeggianti sue vesti che da lontano an- cor biancheggiavano 3 e poiché 1* ebbi perduta ten- deva T orecchio sperando di udir la sua voce.
Partendo, mi volsi con le braccia aperte, quasi per consolarmi, all' astro di Venere : era anch' egli sparito.
15 Maggio.
Dopo quel bacio io son fatto divino.
Le mie idee sono più sublimi e ridenti, il mio aspetto più gajo, il mio cuore più compassionevole.
Mi pare che tutto s' abbellisca a' miei sguardi ; il lamentar degli augelli, e il bisbiglio de* zefiri fra le frondi son oggi più soavi che mai : le piante si fecondano, e i fiori si colorano sotto a' miei piedi ; non fuggo più gli uomini, e tuttala natura mi sembra mia.
Il mio ingegno è tutto bellezza e armonia.
Se dovessi scolpire o dipingere la stessa beltà, io sdegnando ogni modello terreno la troverei nella mia immagi- nazione.
O amore.
le arti belle sono tue figlie -, e 2 76 ULTIME LETTERE tu primo hai guidato su la terra la sacra poesia solo alimento degli animi generosi che tramandano dalla solitudine i loro canti sovrumani sino alle più tarde generazioni, spronandole con le voci e con i pen- sieri spirati dai numi ad altissime imprese: tu raccen- di ne' nostri petti la sola vera virtù utile a' mortali, la pietà, per cui sorride talvolta il labbro dell' in- felice condannato ai sospiri : e per te rivive sempre il piacere fecondatore degli esseri senza del quale tutto sarebbe caos e morte.
Se tu fuggissi, la terra diverrebbe ingrata, gli animali nemici fra loro, il sole stesso malefico, e il mondo pianto, terrore e distruzione universale.
Adesso che 1' anima mia risplende di un tuo raggio, io dimentico le mie sventure -, io rido delle minacce della fortuna, e rinunzio alle lusinghe dell' avvenire.
O Lo- renzo.
sto spesso sdrajato su la riva del lago de' cinque fonti : io mi sento vezzeggiare la faccia e le chiome dai venticelli chealitandosommovonol' erba, e allegrano i fiori, e increspano le limpide acque del lago.
Lo credi tu.
io delirando deliziosamente mi veggo dinanzi le ninfe ignude, saltanti, in- ghirlandate di rose, e invoco in lor compagnia le muse e 1' amore ; e fuor dei rivi che cascano sonanti e spumosi, vedo uscir sino al petto con le chiome stillanti sparse su le spalle rugiadose, e con gli occhj ridenti le Najadi, amabili custodi delle fon- tane.
Illusioni.
grida il filosofo : e non è tutto illusione.
tutto.
Beati gli antichi che si credeano degni de' baci delle immortali dive del cielo, che DI JACOPO ORTIS.
77 sacrificavano alla bellezza e alle grazie, che diffon- deano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell' uomo, e che trovavano il bello ed il vero ac- carezzando gli idoli della lor fantasia.
ma intanto senza di esse io non pentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e nojosa indolenza : e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele.
21 Maggio.
Ohimè' che notti lunghe angosciose.
—il timore di non rivederla mi desta : divorato da un sentimento profondo, ardente, smanioso, sbalzo dal letto ai balcone e non concedo riposo alle mie membra nude aggrezzate, se prima non discerno su T oriente un raggio di giorno.
Corro palpitando al suo fianco e.
stupido.
soffoco le parole e i so- spiri : non concepisco, non odo : il tempo vola, e la notte mi strappa da quel soggiorno di paradiso.— Ahi lampo.
tu rompi le tenebre, splendi, passi, ed accresci il terrore e V oscurità.
25 Maggio.
Ti ringrazio, eterno Iddio, ti ringrazio.
Tu hai dunque ritirato il tuo spirito, e Lauretta ha lasciato alla terra le sue infelicità : tu ascolti i gemiti che partono dalle viscere dell' anima, e mandi la 78 ULTIME LETTERE morte per isciogliere dalle catene della vita le tue creature perseguitate ed afflitte.
Mia cara amica.
il tuo sepolcro beva almeno queste lagrime, solo tributo eh' io posso offrirti : le zolle che ti nascon- dono sieno coperte di poca erba : tu vivendo speravi da me qualche conforto -, eppure.
non ho potuto nemmeno prestarti gli ultimi ufficj -, ma.
ci rive- dremo.
sì.
Quand' io, caro Lorenzo, mi ricordava di quella povera fanciulla, certi presentimenti mi gri- davano dal cuore profondo : ella è morta.
Pure se tu non me ne avessi scritto, io certo non lo avrei saputo mai ; perchè.
e chi si cura della virtù quand' ella è avvolta nella povertà.
Spesso mi sono posto a scriverle.
M' è caduta la penna, e ho bagnata la carta di lagrime : temeva eh' ella mi rac- contasse i suoi martirj, e mi destasse nel cuore una corda la cui vibrazione non sarebbe cessata tosto.
Pur troppo.
noi sfuggiamo d' intendere i mali de' nostri amici ; le loro miserie ci sono gravi, e il nostro orgoglio sdegna di porgere il conforto delle parole, caro agli infelici, quando non si può unire un soccorso vero e reale.
fors' ella mi anno- verava fra la turba di coloro che ubbriacati dalla prosperità abbandonano gli sventurati.
Lo sa il cielo.
Frattanto Dio ha conosciuto eh' ella non poteva reggere più : egli tempera i venti in favore delV agnello recentemente tosato ; e.
.tosato al vivo.
Tornerò, Lorenzo : conviene eh' io esca ; il mio cuore si gonfia e geme come se non volesse DI JACOPO ORTIS.