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Le mie prigioni

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Ho io scritto queste Memorie per vanita di parlar di me.
Bramo che ciò non sia , e per quanto uno possa di se giudice costituirsi j parmi d y avere avuto alcune mire migliori : quella di contribuire a confortare qualche infelice coli 3 esponi- mento de' mali che patii e delle consola- zioni eh 3 esperimentai essere conseguibili nelle somme sventure ; - quella d' attes- tarle che in mezzo a 3 miei lunghi tormenti non trovai pur V umanità così iniqua , così indegna d } indulgenza , così scarsa d' egregie anime, come suol venire rap- presentata; quella d' invitare i cuori nobili ad amare assai, a non odiare al- cun mortale , ad odiar solo irreconcilia- bilmente le basse finzioni , la pusillani- mità , la perfidia, ogni morale degrada- mene ; quella di ridirle una verità già notissima, ma spesso dimenticata : la Religione e la Filosofia comandare V una e V altra energico volere e giudizio pa- cato y e senza queste unite condizioni non esservi ne giustizia, ne dignità, ne prin- cipj securi.
LE MIE PRIGIONI.
CAPO PRIMO.
Il venerdì i3 ottobre 1820 fui arrestalo a Milano, e condotto a Santa Margherita.
Erano le tre pomeridiane.
Mi si fece un lungo inter- rogatorio per tutto quel giorno e per altri an- cora.
Ma di ciò non dirò nulla.
Simile ad un amante maltrattato dalla sua bella, e dignito- samente risoluto di tenerle broncio, lascio la politica ov' ella sta, e parlo d'altro.
Alle nove della sera di quel povero ve- nerdì T attuario mi consegnò al custode , e quesli, condottomi nella stanza a me destinata, si fece da me rimettere con geniile invito, per restituirmeli a tempo debito, orologio, denaro , e ogni altra cosa eh' io avessi in tasca , e m'augurò rispettosamente la buona notte.
k LE MIE PRIGIONI.
Fermatevi , caro voi , gli dissi ; oggi non ho pranzato -, fatemi portare qualche cosa.
Subito , la locanda è qui vicina -, e sen- tirà 3 signore , che buon vino.
Vino, non ne bevo.
A questa risposta , il signor Angiolino mi guardò spaventato, e sperando ch'io scher- zassi : I custodi di carceri che tengono bet- tola, inorridiscono d'un prigioniero astemio.
Non ne bevo , davvero.
IVI' incresce per lei; patirà al doppio la solitudine.
E vedendo ch'io non mutava proposito , uscì; ed in meno di mezz'ora ebbi il pranzo.
Mangiai pochi bocconi , tracannai un bicchier d'acqua, e fui lasciato solo.
La stanza era a pian terreno , e metteva sul cortile.
Carceri di qua, carceri di -, carceri di sopra, carceri dirimpetto.
M'appoggiai alla finestra , e stetti qualche tempo ad ascol- tare l'andare e venire de' carcerieri , ed il frenetico canto di parecchi de' rinchiusi.
Pensava : Un secolo fa , questo era un monastero : avrebbero mai le sante e penitenti vergini che lo abitavano immaginato che le loro celle sonerebbero oggi, non più di fem- minei gemiti e d' inni divoti , ma di bestemmie CAPO PRIMO.
5 e di canzoni invereconde , e che conterrebbero uomini d' ogni fatta, e per lo più destinati agli ergastoli o alle forche.
E fra un secolo , chi respirerà in queste celle.
Oh fugacità del tempo.
oh mobilità perpetua delle cose.
Può chi vi considera affliggersi , se fortuna cessò di sorridergli, se vien sepolto in prigione , se gii si minaccia il patibolo.
Jeri , io era uno de' più felici mortali del mondo : oggi non ho più alcune delle dolcezze che confortavano la mia vita -, non più libertà , non più consorzio d'amici, non più speranze.
No: il lusingarsi sarebbe follia.
Di qui non uscirò se non per essere gettato ne' più orribili covili , o con- segnato al carnefice.
Ebbene , il giorno dopo la mia morte , sarà come s'io fossi spirato in un palazzo, e portato alla sepoltura co' più grandi onori.
Così il riflettere alla fugacità del tempo , mi invigoriva l'animo.
Ma mi ricorsero alia mente il padre , la madre , due fratelli , due sorelle, un'altra famiglia ch'io amava quasi fosse la mia-, ed i ragionamenti filosofici nulla più valsero.
M'intenerii, e piansi come un fanciullo.
CAPO IL Tre mesi prima, io era andato a Torino, ed avea riveduto , dopo parecchi annidi sepa- razione, i miei cari genitori, uno de' fratelli e le due sorelle.
Tutta la nostra famiglia s'era sempre tanto amata.
Niun figliuolo era stato più dime colmato di benefizi dal padre e dalla madre.
Oh come al rivedere i venerati vecchi io m'era commosso , trovandoli notabilmente più aggravati dall'età che non m'immaginava.
Quanto avrei allora voluto non abbandonarli più , consacrarmi a sollevare colle mie cure la loro vecchiaja.
Quanto mi dolse , ne' brevi giorni ch'io stetti a Torino, di aver parecchi doveri che mi portavano fuori del tetto paterno , e di dare cosi poca parte del mio tempo agli amati congiunti.
La povera madre diceva con melanconica amarezza : <c Ah.
il nostro Silvio non è venuto a Torino per veder noi.
» Il mattino che ripartii per Milano, la separazione fu dolorosissima.
Il padre entrò in carrozza con me , e m' accom- pagnò per un miglio -, poi tornò indietro CAPO IL 7 soletto.
Io mi voltava a guardarlo , e piangeva e baciava un anello che la madre m' avea dato , e mai non mi sentii così angosciato di allon- tanarmi da' parenti.
Non credulo a' presenti- menti, io stupiva di non poter vincere il mio dolore , ed era sforzato a dire con ispavento ; (( Donde questa mia straordinaria inquietu- dine.
» Pareami pur di prevedere qualche grande sventura.
Ora , nel carcere , mi risovvenivano quello spavento, quell'angoscia; mi risovvenivano tutte le parole udite , tre mesi innanzi , da' genitori.
Quel lamento della madre : « Ah. » mi ripiombava sul cuore.
Io mi rimproverava di non essermi mostrato loro mille volte più tenero.
Li amo cotanto, e ciò dissi loro cosi debolmente.
Non dovea mai più vederli , e mi saziai cosi poco de' loro cari volti.
e fui così avaro delle testimonianze dell'amor mio.
Questi pensieri mi stra- ziavano l'anima.
Chiusila finestra, passeggiai un'ora, cre- dendo di non aver requie tutta la notte» Mi posi a letto, e la stanchezza m'addormentò.
* w-w w-v W-k CAPO III.
Lo svegliarsi la prima notte in carcere e cosa orrenda.
Possibile.
(dissi ricordan- domi dove io fossi) possibile.
Io qui.
E non è ora un sogno il mio.
Jeri dunque m' arresta- rono.
Jeri mi fecero quel lungo interrogatorio, che domani , e chi sa fin quando dovrà conti- nuarsi.
Jer sera, avanti di addormentarmi, io piansi tanto, pensando a 5 miei genitori.
Il riposo.
il perfetto silenzio , il breve sonno che avea ristorato le mie forze men- tali, sembravano avere centuplicato in me la possa del dolore.
In quell'assenza totale di distrazioni , l'affanno di tutti i miei cari, ed in particolare del padre e della madre.
allor- ché udrebbero il mio arresto, mi si pingea nella fantasia con una forza incredibile.
In quest'istante, diceva io.
dormono ancora tranquilli, o vegliano pensando forse con dolcezza a me , non punto presaghi del luogo ov'io sono.
Oh felici, se Dio li to- gliesse dal mondo , avanti che giunga aTorino la notizia della mia sventura.
Chi darà loro la forza di sostenere questo colpo.
CAPO III.
9 Una voce interna parea rispondermi : Colui che tutti gli afflitti invocano ed amano e sentono in se stessi.
Colui che dava la forza ad una Madre di seguire il Figlio al Golgota , e di stare sotto la sua croce.
l' amico degl' infelici , T amico dei mortali.
Quello fu il primo momento , che la reli- gione trionfò del mio cuore-, ed all'amor filiale debbo questo benefizio.
Per T addietro, senza essere avverso alla religione , io poco e male la seguiva.
Le vol- gari obbiezioni, con cui suole essere combat- tuta, non mi parevano un gran che, e tutta- via mille sofistici dubbi infievolivano la mia fede.
Già da lungo tempo questi dubbi non cadevano più sull' esistenza di Dio , e m' an- dava ridicendo che se Dio esiste , una conse- guenza necessaria della sua giustizia è un'al- tra vita per 1' uomo , che pati in un mondo cosi ingiusto : quindi la somma ragionevolezza di aspirare ai beni di quella seconda vita : quindi un culto d' amore di Dio e del pros- simo, un perpetuo aspirare a nobilitarsi con generosi sacrifizi.
Già da lungo tempo m'an- dava ridicendo tutto ciò , e soggiungeva : E che altro è il Cristianesimo se non questo perpetuo aspirare a nobilitarsi.
E mi me- io LE MIE PRI GIONI.
ravigliava come pura , filosofica , inat- taccabile manifestandosi l'essenza del Cristia- nesimo , fosse venuta un' epoca in cui la filo- sofia osasse dire : Farò io d' or innanzi le sue veci.
Ed in qual modo farai tu le sue veci.
Insegnando il vizio.
No certo.
Inse- gnando la virtù.
Ebbene sarà amore di Dio e del prossimo \ sarà ciò che appunto il Cri- stianesimo insegna.
Ad onta eh' io così da parecchi anni sen- tissi, sfuggiva di conchiudere : sii dunque conseguente I sii cristiano.
non ti scandalez- zar più degli abusi.
non malignar più su qualche punto difficile della dottrina della Chiesa , giacché il punto principale è questo, ed è lucidissimo : ama Dio ed il prossimo.
In prigione deliberai finalmente di strin- gere tale conclusione, e la strinsi.
Esitai al- quanto , pensando che se taluno veniva a sapermi più religioso di prima, si crederebbe in dovere di reputarmi bacchettone ed avvi- lito dalla disgrazia.
Ma sentendo ch'io non era ne bacchettone, avvilito, mi compiac- qui di non punto curare i possibili biasimi non meritati , e fermai d' essere e di dichia- rarmi d' or in avanti cristiano.
CAPO IV.
Rimasi stabile in questa risoluzione più tardi j ma cominciai a ruminarla e quasi vo- lerla in quella prima notte di cattura.
Verso il mattino le mie smanie erano calmate , ed io ne stupiva.
Ripensava a' genitori ed agli altri amati, e non disperava più della loro forza d' animo , e la memoria de' virtuosi sentimenti , eh' io aveva altre volte conosciuti in essi, mi consolava.
Perchè dianzi cotanta perturbazione in me, immaginando la loro, ed or cotanta fiducia neir altezza del loro coraggio.
Era questo felice cangiamento un prodigio.
era un na- turale effetto della mia ravvivata credenza in Dio.
E che importa il chiamar prodigi , o no, i reali sublimi benefizi della religione.
A mezzanotte, due secondini (così chia- mansi i carcerieri dipendenti dal custode) erano venuti a visitarmi, e m J aveano trovato di pessimo umore.
All' alba tornarono , e mi trovarono sereno e cordialmente scherzoso.
Stanotte, signore, ella aveva una faccia le mie prigioni.
da basilisco , disse il Tirola ; ora è tutt' altro , e ne godo, segno che non è perdoni V es- pressione un birbante : perchè i birbanti (io sono vecchio del mestiere, e le mie osser- vazioni hanno qualche peso), i birbanti sono più arrabbiati il secondo giorno dei loro ar- resto, che il primo.
Prende tabacco.
Non ne soglio prendere , ma non vo' ricusare le vostre grazie.
Quanto alla vostra osserva- zione, scusatemi, non è da quel sapiente che sembrate.
Se stamane non ho più faccia da basilisco, non potrebb'egli essere che il mu- tamento fosse prova d' insensatezza , di faci- lità ad illudermi , a sognar prossima la mia libertà.
Ne dubiterei, signore, s'ella fosse in prigione per altri motivi ; ma per queste cose di stato, al giorno d'oggi, non è possibile di credere che finiscano così su due piedi.
Ed ella non è siffattamente gonzo da immaginar- selo.
Perdoni sa : vuole un'altra presa.
Date qua.
Ma come si può avere una faccia cosi allegra , come avete, vivendo sem- pre fra disgraziati.
Crederà che sia per indifferenza sui dolori altrui : non lo so nemmeno positiva- mente io , a dir vero ; ma Y assicuro che CAPO IV.
i3 spesse volte il veder piangere mi fa male.
E talora fingo d' essere allegro, affinchè i poveri prigionieri sorridano anch'essi.
Mi viene, buon uomo, un pensiero che non ho mai avuto : che si possa fare il carce- riere ed essere d' ottima pasta.
Il mestiere non fa niente, signore.
Al di di quel voltone eh' ella vede , oltre il cortile , v'è un altro cortile ed altre carceri tutte per donne.
Sono.
non occorre dirlo.
donne di mala vita.
Ebbene, signore, ve n' che sono angeli, quanto al cuore.
E s'ella fosse secondino.
Io.
(e scoppiai dal ridere.
) Tirola restò sconcertato dal mio riso , e non proseguì.
Forse intendea , che s' io fossi stato secondino , mi sarebbe riuscito malage- vole non affezionarmi ad alcuna di quelle disgraziate.
Mi chiese ciò ch'io volessi per colezione.
Uscì , e qualche minuto dopo mi portò il caffè.
Io lo guardava in faccia fissamente , con un sorriso malizioso , che voleva dire : « Por- teresti tu un mio viglietto ad un altro infe- lice , al mio amico Piero.
» Ed egli mi ris- pose con un altro sorriso , che voleva dire : i4 LE MIE PRIGIONI.
a No.
signore ; e se vi dirigete ad alcuno de 5 miei compagni , il quale vi dica di sì, badate che vi tradirà.
» Non sono veramente certo , eh' egli mi capisse, ne ch'io capissi lui.
So bensì, ch'io fui dieci volte sul punto di dimandargli un pezzo di carta , ed una matita , e non ardii , perchè v.
era alcun che negli occhi suoi , che sembrava avvertirmi di non fidarmi di al- cuno, e meno d'altri che di lui.
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CAPO V.
i5 CAPO V.
Se Tirola , colla sua espressione di bontà , non avesse anche avuto quegli sguardi così furbi; se fosse slata una fisionomia più no- bile , io avrei ceduto alla tentazione di farlo mio ambasciatore , e forse un mio viglietto giunto a tempo all'amico gli avrebbe dato la forza di riparare qualche sbaglio , e forse ciò salvava, non lui , poveretto, che già troppo era scoperto, ma parecchi altri e me.
Pazienza.
doveva andar così.
Fui chiamato alla continuazione dell' in- terrogatorio, e ciò durò tutto quel giorno, e parecchi altri , con nessun altro intervallo che quello de' pranzi.
Finché il processo non si chiuse , i giorni volavano rapidi per me, cotanto era l'eserci- zio della mente in queir interminabile rispon- dere a varie dimancle , e nel raccogliermi alle ore di pranzo ed a sera , per riflettere a tutto ciò che mi s'era chiesto e ch'io aveva risposto, ed a tutto ciò, su cui probabilmente sarei ancora interrogato.
Alla fine della prima settimana m'accadde 16 LE MIE PRIGIONI, un gran dispiacere.
Il mio povero Piero, bra- moso , quanto lo era io , che potessimo met- terci in qualche comunicazione, mi mandò un viglietto, e si servì, non d'alcuno de se- condini, ma d'un disgraziato prigioniero, che veniva con essi a fare qualche servigio nelle nostre stanze.
Era questi un uomo dai ses- santa ai settantanni, condannato a non so quanti mesi di detenzione.
Con una spilla eh' io aveva , mi forai un dito, e feci col sangue poche linee di risposta che rimisi al messaggero.
Egli ebbe la mala ventura d'essere spiato, frugato, colto col vi- glietto addosso, e, se non erro, bastonato.
In- tesi alte urla che mi parvero del misero vec- chio, e noi rividi mai più.
Chiamato io a processo, fremetti al veder- mi presentata la mia cartolina vergata col san- gue (la quale , grazie al cielo, non parlava di cose nocive, ed avea l'aria d'un semplice sa- luto).
Mi si chiese con che mi fossi tratto san- gue, mi si tolse la spilla , e si rise dei burlati.
Ah, io non risi.
Io non poteva levarmi dagli occhi il vecchio messaggero.
Avrei volentieri sofferto qualunque castigo, purché gli perdo- nassero; e quando mi giunsero quelle urla, che dubitai essere di lui , il cuore mi s'empi di lacrime.
i 1 Invano chiesi parecchie volte di esso al cus- tode e a' secondini.
Crollavano il capo, e di- cevano : <( L'ha pagata cara colui non ne farà più di simili gode un po' più di ri- poso.
)> ]Ne voleano spiegarsi di più.
Accennavano essi la prigionia ristretta in cui veniva tenuto queir infelice, o parlavano cosi , perch' egli fosse morto sotto le basto- nate od in conseguenza di quelle.
Un giorno mi parve di vederlo, al di del cortile , sotto il portico, con un fascio di le- gna sulle spalle.
Il cuore mi palpitò, come s'ia rivedessi un fratello, 18 LE MIE PRIGIONI.
k<V«V\VWWVW\ CAPO VL Quando non fui più martirato dagl' inter- rogatorii, e non ebbi più nulla che occupasse le mie giornate , allora sentii amaramente il peso della solitudine.
Ben mi si permise ch'io avessi una Bibbia ed il Dante ; ben fu messa a mia disposizione dal custode la sua biblioteca , consistente in alcuni romanzi di Scuderi , del Piazzi , e peg- gio -, ma il mio spirito era troppo agitato, da potersi applicare a qualsiasi lettura.
Imparava ogni giorno un canto di Dante a memoria, e questo esercizio era tuttavia macchinale, ch'io lo faceva pensando meno a que' versi che a' casi miei.
Lo stesso mi avveniva leg-* gendo altre cose , eccettualo alcune volte qual- che passo della Bibbia.
Questo divino libro eh' io aveva sempre amato molto, anche quan- do pareami d' essere incredulo, veniva ora da me studiato con più rispetto che mai.
Se non che , ad onta del buon volere , spessissimo io lo leggea colla mente ad altro, e non capiva.
A poco a poco divenni capace di meditarvi CAPO VI.
19 più fortemente , e di sempre meglio gus- tarlo.
Siffatta lettura non mi diede mai la mini- ma disposizione alla bacchettoneria , cioè a quella divozione malintesa che rende pusilla- nime o fanatico.
Bensì m'insegnava ad amar Dio e gli uomini , a bramare sempre più il regno della giustizia, ad abborrire l'iniquità, perdonando agl'iniqui.
Il Cristianesimo, in- vece di disfare in me ciò che la filosofia potea avervi fatto di buono, lo confermava , lo avva- lorava di ragioni più alte , più potenti.
Un giorno avendo letto che bisogna pregare incessantemente , e che il vero pregare non è borbottare molte parole alla guisa de' pagani , ma adorar Dio con semplicità , in parole , in azioni, e fare che le une e le altre sieno l'adempimento del suo santo volere, mi pro- posi di cominciare davvero quest'incessante preghiera , cioè di non permettermi più nep- pure un pensiero, che non fosse animato dal desiderio di conformarmi ai decreti di Dio.
Le formole di preghiera da me recitate in adorazione furono sempre poche , non già per disprezzo (che anzi le credo saltuarissime , a chi più, a chi meno, per fermare l'atten- zione nel culto) , ma perchè io mi sento così io LE MIE PRIGIONI, fatto, da non essere capace di recitarne molte, senza vagare in distrazioni e porre F idea del culto in obblio.
L' intento di stare di continuo alla presenza di Dio, invece di essere un faticoso sforzo della mente , ed un soggetto di tremore , era per me soavissima cosa.
Non dimenticando che Dio è sempre vicino a noi , eh' egli è in noi , o piuttosto che noi siamo in esso, la solitudine perdeva ogni giorno più il suo orrore per me : ce Non sono io in ottima compagnia.
» m'an- dava dicendo.
E mi rasserenava, e canterel- lava, e zufolava con piacere e con tenerezza.
Ebbene , pensai , non avrebbe potuto venirmi una febbre e portarmi in sepoltura.
Tutti i miei cari , che si sarebbero abbando- nati al pianto, perdendomi, avrebbero pure acquistato a poco a poco la forza di rasse- gnarsi alla mia mancanza.
Invece d'una tom- ba, mi divorò una prigione : degg'io credere che Dio non li munisca d' egual forza.
Il mio cuore alzava i più fervidi voli per loro, talvolta con qualche lagrima -, ma le la- grime stesse erano miste di dolcezza.
Io aveva piena fede che Dio sosterrebbe loro e me.
Non mi sono ingannato.
CAPO VII.
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Il vivere libero è assai più bello del vivere in carcere; chi ne dubita.
Eppure anche nelle miserie d' un carcere , quando ivi si pensa che Dio è presente, che le gioje del mondo sono fugaci , che il vero bene sta nella coscienza e non negli oggetti esteriori , puossi con piacere sentire la vita.
Io in meno d' un mese avea pigliato , non dirò perfettamente ma in comportevole guisa, il mio partito.
Vidi che non volendo commettere l'indegna azione di comprare l' impunità col procac- ciare la rovina altrui , la mia sorte non po- teva essere se non il patibolo od una lunga prigionia.
Era necessità adattarvisi.
Respi- rerò finche mi lasciano fiato , dissi , e quando me lo tofranno , farò come tutti i malati allorché sono giunti all' ultimo momento.
Morrò.
Mi studiava di non lagnarmi di nulla , e di dare all' anima mia tutti i godimenti possibili.
Il più consueto godimento si era di andarmi rinnovando V enumerazione dei beni che ave- 22 LE MIE PRIGIONI, vano abbellito i miei giorni : un ottimo pa- dre j un' ottima madre , fratelli e sorelle eccellenti, i tali e tali amici , una buona edu- cazione, l'amore delle lettere ec.
Chi più di me era stato dotato di felicità.
Perchè non ringraziarne Iddio , sebbene ora mi fosse tem- perata dalla sventura.
Talora facendo queir enumerazione m' inteneriva e piangeva un istante; mail coraggio e la letizia tornavano.
Fin da' primi giorni io aveva acquistato un amico.
ISon era il custode, non alcuno de' secondini, non alcuno de' signori proces- santi.
Parlo per altro d' una creatura umana.
Chi era.
Un fanciullo , sordo e muto , cinque o sei anni.
Il padre e la madre erano ladroni, e la legge li aveva colpiti.
Il misero orfanello veniva mantenuto dalla Polizia con parecchi altri fanciulli della stessa condizione.
Abitavano tutti in una stanza in faccia alla mia , ed a certe ore aprivasi loro la porta , affinchè uscissero a prender aria nel cortile.
Il sordo e muto veniva sotto la mia fines- tra, e mi sorrideva, e gesticolava.
Io gli get- tava un bel pezzo di pane : ei lo prendeva, facendo un salto di gioja, correva a' suoi compagni, ne dava a tutti, e poi veniva a mangiare la sua porzioncella presso la mia CAPO VII.
<23 finestra, esprimendo la sua gratitudine col sorriso de' suoi begli occhi.
Gli altri fanciulli mi guardavano da lon- tano , ma non ardìano avvicinarsi : il sordo- muto aveva una gran simpatia per me , ne già per sola cagione d' interesse.
Alcune volte ei non sapea che fare del pane eh' io gli get- tava , e mi facea segni eh' egli e i suoi com- pagni aveano mangiato bene, e non potevano prendere maggior cibo.
S' ei vedea venire un secondino nella mia stanza, ei gli dava il pane perchè me lo restituisse.
Benché nulla aspettasse allora da me , ei continuava a ruz- zare innanzi alla finestra, con una grazia amabilissima, godendo eh' io lo vedessi.
Una volta un secondino permise al fanciullo d' en- trare nella mia prigione : questi , appena en- trato , corse ad abbracciarmi le gambe , met- tendo un grido di gioja.
Lo presi fra le braccia , ed è indicibile il trasporto con cui mi colmava di carezze.
Quanto amore in quella cara animetta.
Come avrei voluto po- terlo far educare , e salvarlo dall' abbiezione in che si trovava.
Non ho mai saputo il suo nome.
Egli stesso non sapeva di averne uno.
Era sempre lieto , e non lo vidi mai piangere se non una volta 24 LE BUE PRIGIONI, che fu battuto , non so perchè , dal carce- riere.
Cosa strana.
Vivere in luoghi simili sembra il colmo dell' infortunio , eppure quel fanciullo avea certamente tanta felicità , quanta possa averne a queir età il figlio d J un principe.
Io facea questa riflessione , ed im- parava che puossi rendere Tumore indipen- dente dal luogo.
Governiamo Y immagina- tiva, e staremo bene quasi dappertutto.
Vn giorno è presto passato , e quando la sera uno si mette a letto senza fame e senza acuti do- lori , che importa se quel letto è piuttosto fra mura che si chiamino prigione , o fra mura che si chiamino casa o palazzo.
Ottimo ragionamento.
Ma come si fa a governare Y immaginativa.
Io mi vi provava, e ben pareami talvolta di riuscirvi a meravi- glia : ma altre volte la tiranna trionfava , ed io indispettito stupiva della mia debolezza.
CAPO Vili.
Nella mia sventura son pur fortunato.
diceva io , che m' abbiano dato una prigione a pian terreno , su questo cortile , ove a quat- tro passi da me viene quel caro fanciullo , con cui converso alla muta si dolcemente.
Mirabile intelligenza umana.
Quante cose ci diciamo egli ed io colle infinite espressioni degli sguardi e della fisonomia.
Come com- pone i suoi moti con grazia , quando gli sor- rido.
come li corregge , quando vede che mi spiacciono.
Come capisce che lo amo, quando accarezza o regala alcuno de' suoi compagni.
Nessuno al mondo se lo immagina, eppure io stando alla finestra, posso essere una specie d'educatore per quella povera creaturina.
A forza di ripetere il mutuo esercizio de' segni , perfezioneremo la comunicazione delle nostre idee.
Più sentirà d'istruirsi e d'ingentilirsi con me , più mi s' affezionerà.
Io sarò per lui il genio della ragione e della bontà ; egli im- parerà a confidarmi i suoi dolori , i suoi pia- ceri , le sue brame : io a consolarlo , a nobi- 2 26 LE MIE PRIGIONI, litarlo, a dirigerlo in tutta la sua condotta.
Chi sa che tenendosi indecisa la mia sorte di mese in mese, non mi lascino invecchiar qui.
Chi sa che quel fanciullo non cresca sotto a' miei occhi , e non sia adoprato a qual- che servizio in questa casa.
Con tanto inge- gno quanto mostra d' avere , che potrà egli riuscire.
Ahimè.
niente di più che un ottimo secondino o qualch' altra cosa di simile.
Eb- bene j non avrò io fatto buon* opera f se avrò contribuito ad ispirargli il desiderio di pia- cere alla gente onesta ed a se stesso , a dargli V abitudine de' sentimenti amorevoli.
Questo soliloquio era naturalissimo.
Ebbi sempre molta inclinazione pe' fanciulli , e T ufficio d' educatore mi parea sublime.
Io adempiva simile ufficio da qualche anno verso Giacomo e Giulio Porro , due giova- netti di belle speranze , eh' io amava come figli miei e come tali amerò sempre.
Dio sa , quante volte in carcere io pensassi a loro.
quanto m' affliggessi di non poter compiere la loro educazione.
quanto ardenti voti for- massi , perchè incontrassero un nuovo maes- tro , che mi fosse eguale nell' amarli.
Talvolta esclamava tra me : Che brutta parodìa è questa.
Invece di Giacomo e Giù- CAPO Vili.
27 lio , fanciulli ornati de' più splendidi incanti che natura e fortuna possano dare , mi tocca per discepolo un poveretto , sordo , muto , stracciato, figlio d'un ladrone.
che ai più al più diverrà secondino-, il che in termine un po' meno garbato si direbbe sbirro.
Queste riflessioni mi confondeano , mi sconfortavano.
Ma appena sentiva io lo strillo del mio mutolino , che mi si rimescolava il sangue , come ad un padre che sente la voce del figlio.
E quello strillo e la sua vista dissi- pavano in me ogni idea di bassezza a suo ri- guardo, E che colpa ha egli s'è stracciato e difettoso, e di razza di ladri.
Un'anima umana, nell'età dell' innocenza, è sempre rispettabile.
Cosi diceva io; e lo guardava ogni giorno più con amore , e mi parea che crescesse in intelligenza, e confermavami nel dolce divisamento d' applicarmi ad ingenti- lirlo-, e fantasticando su tutte le possibilità , pensava che forse sarei un giorno uscito di carcere ed avrei avuto mezzo di far mettere quel fanciullo nel collegio de' sordi e muti, e d' aprirgli così la via ad una fortuna più bella che d'essere sbirro.
Mentre io m' occupava cosi deliziosamente 28 LE MIE PRIGIONI, del suo bene , un giorno due secondini ven- gono a prendermi.
Si cangia alloggio, signore.
Che intendete dire.
C.
è comandato di trasportarla in un' altra camera.
Perchè.
Qualch' altro grosso uccello è stato preso, e questa essendo la miglior camera.
capisce bene.
Capisco : è la prima posa de' nuovi ar- rivati.
E mi trasportarono alla parte del cortile opposta , ma , ohimè.
non più a pian terreno, non più atta al conversare col mutolino.
Traversando quel cortile , vidi quel caro ra- gazzo seduto a terra, attonito, mesto : capì eh' ei mi perdeva.
Dopo un istante s'alzò, mi corse incontro ; i secondini voleano cac- ciarlo , io lo presi fra le braccia , e , sudicetto com 5 egli era , lo baciai e ribaciai con tene- rezza , e mi staccai da lui debbo dirlo.
cogli occhi grondanti di lagrime.
CAPO IX.
29 CAPO IX.
Povero mio cuore.
tu ami facilmente e caldamente , ed oh a quante separazioni sei già stato condannato.
Questa non fu certo la men dolorosa ; e la sentii tanto più che il nuovo mio alloggio era tristissimo.
Una stan- zaccia , oscura , lurida , con finestra avente non vetri alle imposte , ma carta , con pareti contaminate da goffe pitturacce di colore , non oso dir quale \ e ne' luoghi non dipinti , erano iscrizioni.
Molte portavano semplice- mente nome, cognome e patria di qualche in- felice , colla data del giorno funesto della sua cattura.
Altre aggiungeano esclamazioni con- tro falsi amici, contro se stesso, contro una donna, contro il giudice ec.
Altre erano com- pendi d ; autobiografia.
Altre contenevano sen- tenze morali.
V erano queste parole di Pascal : a Coloro che combattono la religione , im- parino almeno qual ella sia , prima di com- batterla.
Se questa religione si vantasse d' avere una veduta chiara di Dio , e di possederlo senza velo , sarebbe un combatterla il dire , che non si vede niente nel mondo che lo 3o LE MIE PRIGIONI.
mostri con tanta evidenza.
Ma poiché dice anzi, essere gli uomini nelle tenebre e lontani da Dio , il quale s' è nascosto alia loro cogni- zione, ed essere appunto il nome ch'egli si nelle Scritture , Deus absconditus.
qual vantaggio possono essi trarre , allorché nella negligenza che professano quanto alla scienza della verità, gridano che la verità non vien loro mostrata.
» Più sotto era scritto (parole dello stesso autore) : a Non trattasi qui del lieve interesse di qualche persona straniera ; trattasi di noi me- desimi e del nostro tutto.
L'immortalità dell' anima è cosa , che tanto importa o che toccaci profondamente , che bisogna aver perduto ogni senno, per essere nell'indifferenza di saper che ne sia.
» Un altro scritto diceva : <c Benedico la prigione , poiché ra' ha fatto conoscere l'ingratitudine degli uomini, la mia miseria, e la bontà di Dio.
» Accanto a queste umili parole erano le più violente e superbe imprecazioni d' uno che si diceva ateo , e che si scagliava contro Dio come se si dimenticasse d' aver detto che non v' era Dio.
Dopo una colonna di tali bestemmie , ne CAPO IX.
3i seguiva una d'ingiurie contro i vigliacchi , così li chiamava egli, che la sventura del carcere fa religiosi.
Mostrai quelle scelleratezze ad uno de' se- condini, e chiesi chi l'avesse scritta.
Ho piacere d'aver trovata quest'iscrizione, disse : ve ne son tante , ed ho poco tempo da cercare.
E senz' altro , diessi con un coltello a grat- tare il muro per farla sparire.
Perchè ciò.
dissi.
Perchè il povero diavolo che l' ha scritta, e fu condannato a morte per omicidio preme- ditato , se ne pentì , e mi fece pregare di questa carità.
Dio gli perdoni.
sclamai.
Qual omici- dio era il suo.
Non potendo uccidere un suo nemico , si vendicò uccidendogli il figlio , il più bel fanciullo che si desse sulla terra.
Inorridii.
A tanto può giungere la ferocia.
E siffatto mostro teneva il linguaggio insul- tante d' un uomo superiore a tutte le debo- lezze umane.
Uccidere un innocente.
un fanciullo.
32 LE MIE PRIGIONI.
CAPO X.
Ijj quella mia nuova stanza, così tetra e così immonda, privo della compagnia del caro muto , io era oppresso di tristezza.
Stava molte ore alla finestra la quale metteva sopra una galleria , e al di della galleria vedeasi r estremità del cortile e la finestra della mia prima stanza.
Chi erami succeduto colà.
Io vi vedeva un uomo che molto passeggiava colla rapidità di chi è pieno d 7 agitazione.
Due o tre giorni dappoi , vidi che gli avevano dato da scrivere , ed allora se ne stava tutto il al tavolino.
Finalmente lo riconobbi.
Egli usciva della sua stanza accompagnato dal custode : andava agli esami.
Era Melchiorre Gioja.
Mi si strinse il cuore.
Anche tu, valen- tuomo, sei qui.
(Fu più fortunato di me.
Dopo alcuni mesi di detenzione, venne ri- messo in libertà.
) La vista di qualunque creatura buona mi consola, m'affeziona, mi fa pensare.
Ah.
pensare ed amare sono un gran bene.
Avrei CAPO X.
33 dato la mia vita per salvar Gioja di carcere ; eppure il vederlo mi sollevava.
Dopo essere stato lungo tempo a guardarlo , a congetturare da' suoi moti se fosse tranquillo d'animo od inquieto, a far voti per lui , io mi sentiva maggior forza , maggiore abbon- danza d'idee, maggior contento di me.
Ciò vuol dire che lo spettacolo d'una creatura umana, alla quale s'abbia amore, basta a temprare la solitudine.
M' avea dapprima recato questo benefizio un povero bambino muto, ed or me lo recava la lontana vista d'un uomo di gran merito.
Forse qualche secondino gli disse dov'io era.
Un mattino aprendo la sua finestra, fece sventolare il fazzoletto in atto di saluto.
Io gli risposi collo stesso segno.
Oh, quale piacere m'inondò l'anima in quel momento.
Mi pareva che la distanza fosse sparita, che fos- simo insieme.
Il cuore mi balzava come ad un innamorato che rivede Y amata.
Gesticolavamo senza capirci, e colla stessa premura, come se ci capissimo : o piuttosto ci capivamo real- mente -, que' gesti voleano dire tutto ciò che le nostre anime sentivano, el'una non igno- rava ciò che l'altra sentisse.
Qual conforto sembravanmi dover essere I 34 LE MIE PRIGIONI, in avvenire que' saluti.
E l'avvenire giunse, ma que' saluti non furono più replicati.
Ogni volta ch'io rivedea Gioja alla finestra, io faceva sventolare il fazzoletto.
Invano.
I secondini mi dissero che gli era stato proibito d'eccitare i miei gesti o di rispondervi.
Bensì guardavami egli spesso , ed io guardava lui , e così ci dicevamo ancora molte cose.
CAPO XI.
35 CAPO XI.
Sulla galleria eh' era sotto la finestra , al livello medesimo della mia prigione, passa- vano e ripassavano da mattina a sera altri prigionieri, accompagnati da secondino-, an- davano agli esami, e ritornavano.
Erano per lo più gente bassa.
Vidi nondimeno anche qualcheduno che parea di condizione civile.
Benché non potessi gran fatto fissare gli occhi su loro , tanto era fuggevole il loro passaggio, pure attraevano la mia attenzione-, tutti qual più qual meno mi commoveano.
Questo tristo spettacolo, a' primi giorni, accresceva i miei dolori: ma a poco a poco mi v'assue- feci, e fini per diminuire anch' esso 1' orrore della mia solitudine.
Mi passavano parimente sotto gli occhi molte donne arrestate.
Da quella galleria s'andava, per un voltone, sopra un altro cortile, e erano le carceri muliebri e l'os- pedale delle sifilitiche.
Un muro solo , ed assai sottile mi dividea da una delle stanze delle donne.
Spesso le poverette mi assorda- 36 LE MIE PRIGIONI, vano colle loro canzoni, talvolta colle loro risse.
A tarda sera, quando i romori erano cessati, io le udiva conversare.
Se avessi voluto entrare in colloquio, avrei potuto.
Me n'astenni, non so perchè.
Per ti- midità.
per alterezza.
per prudente riguardo di non affezionarmi a donne degradate.
Do- vevano esservi questi motivi tutti tre.
La donna, quando è ciò che debb' essere, è per me una creatura sublime.
Il vederla , T udirla, il parlarle mi arricchisce la mente di nobili fantasie.
Ma avvilita, spregevole, mi perturba , m' affligge , mi spoetizza il cuore.
Eppure (gli eppure sono indispensabili per dipingere l'uomo, ente si composto) fra quelle voci femminili ve n' avea di soavi , e queste e perchè non dirlo.
m'erano care.
Ed una di quelle era più soave delle altre, e s'udiva più di rado, e non proferiva pensieri volgari.
Cantava poco, e-per lo più questi soli due patetici versi : Chi rende alla meschina La sua felicità.
Alcune volte cantava le litanie.
Le sue compagne la secondavano , ma io aveva il CAPO XI.
3 dono di discernere la voce di Maddalena dalle altre, che pur troppo sembravano accanile a rapirmela.
Si, quella disgraziata chiamasi Maddalena.
Quando le sue compagne raccon lavano i loro dolori , ella compativale e gemeva , e ripe- teva : Coraggio , mia cara 5 il Signore non abbandona alcuno.
Chi poteva impedirmi d'immaginarmela bella e più infelice che colpevole, nata per la virtù , capace di ritornarvi , s' erasene scos- tata.
Chi potrebbe biasimarmi s'io m'inte- neriva udendola, s'io l'ascoltava con vene- razione , s' io pregava per lei con un fervore particolare.
L'innocenza è veneranda, ma quanto lo è pure il pentimento.
Il migliore degli uomini, l'Uomo-Dio, sdegnava egli di porre il suo pietoso sguardo sulle peccatrici , di rispettare la loro confusione , d' aggregarle fra le anime eh' ei più onorava.
Perchè disprezziamo noi tanto Indonna caduta nell'ignominia.
Ragionando cosi, fui cento volte tentato di alzar la voce, e fare una dichiarazione d' amor fraterno a Maddalena.
Una volta avea già co- minciato la prima sillaba vocativa : « Mad.
» Cosa strana.
il cuore mi batteva , come ad 38 LE MIE PRIGIONI, un ragazzo di quindici anni innamorato; e , eh' io ri avea trent' uno , che non è più l'età dei palpiti infantili.
Non potei andar avanti.
Ricominciai : « Mad.
Mad.
» E fu inutile.
Mi trovai ridicolo , e gridai dalla rabbia : « Matto.
e non Mad.
» CAPO XII.
3 9 CAPO XII.
Così finì il mio romanzo con quella pove- retta se non che le fui debitore di dolcissimi sentimenti per parecchie settimane.
Spesso io era melanconico , e la sua voce m esila- rava : spesso pensando alla viltà ed all' ingra- titudine degli uomini , io m' irritava contro loro , io disamava l' universo , e la voce di Maddalena tornava a dispormi a compassione ed indulgenza.
Possa tu, o incognita peccatrice, non essere stata condannata a grave pena.
Od a qualunque pena sii tu stata condannata, possa tu profittarne e rinobilitarti , e vivere e morir cara al Signore.
Possa tu essere compianta e rispettata da tutti quelli che ti conoscono , come lo fosti da me che non ti conobbi.
Possa tu ispirare, in ognuno che ti vegga, la pazienza , la dolcezza , la brama della virtù , la fiducia in Dio, come le ispiravi in colui che t' amò senza vederti.
La mia immagina- tiva può errare figurandoti bella di corpo, ma l'anima tua, ne son certo, era bella.
Le 40 LE MIE PRIGIONI, tue compagne parlavano grossolanamente, e tu con pudore e gentilezza -, bestemmiavano , e tu benedicevi Dio*, garrivano, e tu compo- nevi le loro liti.
Se alcuno t' ha porto la mano per sottrarti dalla carriera del disonore , se t'ha beneficata con delicatezza, se ha asciu- gate le tue lagrime, tutte le consolazioni pio- vano su lui , su' suoi figli , e sui figli de' suoi figli!- Contigua alla mia, era una prigione abi- tata da parecchi uomini.
Io li udiva anche parlare.
Uno di loro superava gli altri in au- torità, non forse per maggiore finezza di con- dizione , ma per maggior facondia ed auda- cia.
Questi facea , come si dice, il dottore.
Rissava e metteva in silenzio i contendenti coli' imperiosità della voce, e colla foga delle parole -, dettava loro ciò che doveano pensare e sentire , e quelli , dopo qualche renitenza , finivano per dargli ragione in tutto.
Infelici.
non uno di loro, che temperasse le spiacevolezze della prigione , esprimendo qualche soave sentimento, qualche poco di religione e d'amore.
Il caporione di que' vicini mi salutò, e ris- posi.
Mi chiese com'io passassi quella male- detta vita.
Gli dissi , che , sebben trista , CAPO XII.
4i niuna vita era maledetta per me, e che , sino alla morte , bisognava procacciar di godere il piacer di pensare e d'amare.
Si spieghi, signore, si spieghi.
Mi spiegai, e non fui capito.
E quando, dopo ingegnose ambagi preparatorie , ebbi il coraggio d'accennare, come esempio, la te- nerezza carissima che in me veniva destata dalla voce di Maddalena , il caporione diede in una grandissima risata, Che cos'è.
che cos'è.
gridarono i suoi compagni.
Il profano ridisse con carica- tura le mie parole, e le risate scoppiarono in coro, ed io feci pienamente la figura dello sciocco.
Avviene in prigione come nel mondo.
Quelli che pongono la lor saviezza nel fremere, nel lagnarsi, nel vilipendere, credono follia il compatire, l'amare, il consolarsi con belle fantasie, che onorino l'umanità ed il suo Au- tore.
42 LE MIE PRIGIONI, % *»"W *^*^V*^**"W%/*^k %•»/*» CAPO XIII.
Lasciai ridere, e non opposi sillaba.
I vi- cini mi diressero due o tre volte la parola ; io stetti zitto.
Non sarà più alla finestra se ne sarà ito tenderà Y orecchio ai sospiri di Madda- lena si sarà offeso delle nostre risa.
Così andarono dicendo per un poco.
E final- mente il caporione impose silenzio agli altri che susurravano sul mio conto.
Tacete, bestioni, che non sapete quel che diavolo vi dite.
Qui il vicino non è un si grand' asino come credete.
Voi non siete ca- paci di riflettere su niente.
Io sghignazzo, ma poi rifletto , io.
Tutti i villani mascalzoni sanno far gli arrabbiati, come facciamo noi.
Un po' più di dolce allegria , un po' più di ca- rità, un po' più di fede ne' benefizii del cielo, di che cosa vi pare sinceramente, che sia in- dizio.
Or che ci rifletto anch' io, rispose uno, mi pare che sia indizio d' essere alquanto meno mascalzone.
CAPO XIII.
43 Bravo.
gridò il caporione con urlo sten- toreo ; questa volta torno ad aver qualche stima della tua zucca.
Io non insuperbiva molto, d'essere sola- mente reputato alquanto meno mascalzone di loro ; eppur provava una specie di gioja , che que' disgraziati si ricredessero, circa Y im- portanza di coltivare i sentimenti benevoli.
Mossi T imposta della finestra , come se tor- nassi allora.
Il caporione mi chiamò.
Risposi, sperando che avesse voglia di moralizzare a modo mio.
M'ingannai.
Gli spiriti volgari sfuggono i ragionamenti serii : se una nobile verità traluce loro, sono capaci di applaudirla un istante , ma tosto dopo ritorcono da essa lo sguardo, e non resistono alla libidine d' osten- tar senno, ponendo quella verità in dubbio e scherzando.
' Mi chiese poscia, s'io era in prigione per debiti.
No.
Forse accusato di truffa.
Intendo accu- sato falsamente , sa.
Sono accusato di tutt' altro.
Di cose d' amore.
« D' omicidio.
44 LE 3IIE PRIGIONI No.
Di carboneria.
Appunto.
E che sono questi carbonari.
Li conosco così poco, che non saprei dirvelo.
Un secondino c'interruppe con gran col- lera, e dopo d'aver colmato d'improperii i miei vicini , si volse a me colla gravità.
non d'uno sbirro, ma d'un maestro, e disse : , \ ergogna , signore.
degnarsi di conversare con ogni sorta di gente.
Sa ella che costoro son ladri.
Arrossii.
e poi arrossii d'aver arrossito, e mi parve, che il degnarsi di conversare con ogni specie d'infelici sia piuttosto bontà che colpa.
CAPO XIV.
45 CAPO XIV.
Il mattino seguente andai alla finestra , per vedere Melchiorre Gioja, ma non conversai più co' ladri.
Risposi al loro saluto, e dissi che m'era vietato di parlare.
Venne l'attuario che m'avea fatto gì' inter- rogatomi, e m'annunciò con mistero una vi- sita che m'avrebbe recato piacere.
E quando gli parve d' avermi abbastanza preparato , disse : Insomma è suo padre \ si compiaccia di seguirmi.
Lo seguii abbasso negli uffici , palpitando di contento e di tenerezza , e sforzandomi d'avere un aspetto sereno che tranquillasse il mio povero padre.
Allorché avea saputo il mio arresto, egli avea sperato che ciò fosse per sospetti da nulla, e ch'io tosto uscissi.
Ma vedendo che la de- tenzione durava, era venuto a sollecitare il Governo Austriaco per la mia liberazione.
Misere illusioni dell' amor paterno.
Ei non potea credere, ch'io fossi stato cosi temera- rio da espormi al rigore delle leggi , e la stu- 46 LE MIE PRIGIONI.
diala ilarità con che gli parlai , lo persuase ch'io non avea sciagure a temere.
Il breve colloquio che ci fu conceduto m'agitò indicibilmente ; tanto più ch'io re- primeva ogni apparenza d'agitazione.
Il più difficile fu di non manifestarla , quando con- venne separarci.
Nelle circostanze in cui era i' Italia , io tenea per fermo che l'Austria avrebbe dato esempii straordinarii di rigore , e eh' io sarei stato condannato a morte od a molti anni di prigionia.
Dissimulare questa credenza ad un padre.
lusingarlo colla dimostrazione di fon- date speranze di prossima libertà.
non pro- rompere in lagrime abbracciandolo, parlan- dogli della madre , de' fratelli e delle sorelle, eh' io .pensava non riveder più mai sulla terra.
pregarlo con voce non angosciata, che venisse ancora a vedermi se poteva.
Nulla mai mi costò tanta violenza.
Egli si divise consolatissimo da me, ed io tornai nel mio carcere col cuore straziato.
Appena mi vidi solo, sperai di potermi sol- levare, abbandonandomi al pianto.
Questo sollievo mi mancò.
Io scoppiava in singhiozzi, e non potea versare una lagrima.
La disgrazia di non piangere è una delle più crudeli ne' CAPO XIV.
4: sommi dolori , ed oh quante volte Y ho pro- vata.
Mi prese una febbre ardente con fortissimo mal di capo.
Non inghiottii un cucehiajo di minestra in tutto il giorno.
Fosse questa una malattia mortale, diceva io, che abbreviasse i miei martirii.
Stolta e codarda brama.
Iddio non l'esaudì, ed or ne lo ringrazio.
E ne lo ringrazio , non solo perchè dopo dieci anni di carcere , ho riveduto la mia cara famiglia, e posso dirmi felice *, ma anche perchè i patimenti aggiun- gono valore all' uomo , e voglio sperare che non sieno stati inutili per me.
AB LE MIE PRIGIONI.
CAPO XV.
Due giorni appresso , mio padre tornò.
Io aveva dormito bene la notte, ed era senza febbre.
Mi ricomposi a disinvolte e liete ma- niere, e niuno dubitò di ciò che il mio cuore avesse sofferto , e soffrisse ancora.
Confido, mi disse il padre, che fra pochi giorni sarai mandato a Torino.
Già t'abbiamo apparecchiata la stanza, e t'aspettiamo con grande ansietà.
I miei doveri d' impiego m'obbligano a ripartire.
Procura, te ne pre- go, procura di raggiungermi presto.
La sua tenera e melanconica amorevolezza mi squarciava 1' anima.
Il fingere mi pareva comandato da pietà, eppure io fingeva con una specie di rimorso.
Non sarebbe stato cosa più degna di mio padre e di me , s' io gli avessi detto : Probabilmente non ci vedremo più in questo mondo.
Separiamoci da uomini , senza mormorare, senza gemere 5 e ch'io oda pronunciare sul mio capo la pa- terna benedizione.
Questo linguaggio mi sarebbe mille volte CAPO XV.
più piaciuto della finzione.
Ma io guardava gli occhi di quel venerando vecchio , i suoi lineamenti , i suoi grigi capelli , e non mi sembrava che V infelice potesse aver la forza d' udire tai cose.
E se per non volerlo ingannare, io l'avessi veduto abbandonarsi alla disperazione, forse svenire, forse (orribile idea!) essere colpito da morte nelle mie braccia.
Non potei dirgli il vero, lasciarglielo tralucere.
La mia foggiata serenità lo illuse pienamente.
Ci dividemmo senza lagrime.
Ma ritornato nel carcere/ fui angosciato come l'altra volta, o più fieramente ancora; ed in- vano pure invocai il dono del pianto.
Rassegnarmi a tutto l'orrore d'una lunga prigionia, rassegnarmi al patibolo, era nella mia forza.
Ma rassegnarmi all'immenso do- lore che ne avrebbero provato padre, madre, fratelli e sorelle , ah.
questo era quello a cui la mia forza non bastava.
Mi prostrai allora in terra con un fervore quale io non aveva mai avuto si forte , e pro- nunciai questa preghiera : Mio Dio , accetto tutto dalla tua mano ; ma invigorisci prodigiosamente i cuori a cui io era necessario, eh' io cessi d' esser loro 3 5o LE MIE PRIGIONI, tale , e la vita d' alcun di loro non abbia per- ciò ad abbreviarsi pur d' un giorno.
Oh beneficio della preghiera.
Stetti più ore colla mente elevata a Dio , e la mia fidu- cia cresceva a misura ch'io meditava sulla bontà divina, a misura ch'io meditava sulla grandezza dell' anima umana , quando esce del suo egoismo , e si sforza di non aver più altro volere che il volere dell' infinita Sa- pienza.
, ciò si può.
ciò è il dovere dell' uomo.
La ragione, che è la voce di Dio , la ragione ne dice che bisogna tutto sacrificare alla virtù.
E sarebbe compiuto il sacrificio di cui siamo debitori alla virtù , se nei casi più dolo- rosi luttassimo contro il volere di Colui che d'ogni virtù è il principio.
Quando il patibolo o qualunque altro mar- tirio è inevitabile, il temerlo codardamente, il non saper muovere ad esso benedicendo il Signore, è segno di miserabile degradazione od ignoranza.
Ed è non solamente d'uopo consentire alla propria morte, ma all'affli- zione che ne proveranno i nostri cari.
Altro non lice se non dimandare che Dio la tem- peri , che Dio tutti ci regga ; tal preghiera è sempre esaudita.
CAPO XYI.
5i CAPO XVI.
Volsero alcuni giorni , ed io era nel me- desimo stato \ cioè in una mestizia dolce , piena di pace e di pensieri religiosi.
Pareami d' aver trionfato d' ogni debolezza , e di non essere più accessibile ad alcuna inquietudine.
Folle illusione.
U uomo dee tendere alla perfetta costanza , ma non vi giunge mai sulla terra.
Che mi turbò.
La vista d' un amico infelice -, la vista del mio buon Piero , che passò a pochi palmi di distanza da me , sulla galleria, mentr'io era alla finestra.
L'aveano tratto del suo covile per condurlo alle carceri criminali.
Egli, e coloro che l'accompagnavano, pas- sarono così presto, che appena ebbi campo a riconoscerlo, a vedere un suo cenno di saluto, ed a restituirglielo.
Povero giovane.
Nel fiore dell' età , con un ingegno di splendide speranze , con un carat- tere onesto , delicato , amantissimo, fatto per godere gloriosamente della vita , precipitato in prigione per cose politiche , in tempo da 52 LE MIE PRIGIONI.
non poter certamente evitare i più severi ful- mini della legge.
Mi prese tal compassione di lui , tale af- fanno di non poterlo redimere, di non poterlo almeno confortare colla mia presenza e colle mie parole, che nulla valeva a rendermi un poco di calma.
Io sapeva quant' egli amasse sua madre, suo fratello, le sue sorelle, il cognato , i nipotini ; quant' egli agognasse contribuire alla loro felicità, quanto, fosse riamato da tutti quei cari oggetti.
Io sentiva qual dovesse essere l'afflizione di ciascun di loro a tanta disgrazia.
Non vi sono termini per esprimere la smania che allora s' impa- dronì di me.
E questa smania si prolungò cotanto, eh' io disperava di più sedarla.
Anche questo spavento era un' illusione.
O afflitti , che vi credete preda d'un inelut- tabile , orrendo , sempre crescente dolore , pazientate alquanto, e vi disingannerete.
somma pace, somma inquietudine possono durare quaggiù.
Conviene persuadersi di questa verità, per non insuperbire nelle ore felici e non avvilirsi in quelle del perturba- mento.
A lunga smania successe stanchezza ed apatia.
Ma l'apatia neppure non é durevole, CAPO XVI.
53 e temelti di dover, quindi in poi, alternare senza rifugio, tra questa e V opposto eccesso.
Inorridii alla prospettiva di simile avvenire e ricorsi anche questa volta ardentemente alla preghiera.
Io dimandai a Dio d' assistere il mio misero Piero come me, e la sua casa come la mia.
Solo ripetendo questi voti, potei veramente tranquillarmi.
54 LE MIE PRIGIONI.
CAPO XVII.
Ma quando l'animo era quetato, io riflet- teva alle smanie sofferte, e adirandomi della mia debolezza, studiava il modo di guarirne.
Giovommi a tal uopo questo espediente.
Ogni mattina , mia prima occupazione , dopo breve omaggio al Creatore , era il fare una diligente e coraggiosa rassegna d'ogni possibile evento atto a commuovermi.
Su ciascuno fermava vivamente la fantasia , e mi vi preparava : dalle più care visite , fino alla visita del car- nefice , io le immaginava tutte.
Questo tristo esercizio sembrava per alcuni giorni incom- portevole , ma volli essere perseverante , ed in breve ne fui contento.
Al primo dell'anno (1821) , il conte Luigi Porro ottenne di venirmi a vedere.
La tenera e calda amicizia eh' era tra noi , il bisogno che avevamo di dirci tante cose, l'impedimento che a.
questa effusione era posto dalla presenza d'un attuario, il troppo breve tempo che ci fu dato di stare insieme , i sinistri presenti- menti che mi angosciavano, lo sforzo che fa- CAPO XVII.
55 cevamo egli ed io di parer tranquilli, tutto ciò parea dovermi mettere una delle più ter- ribili tempeste nel cuore.
Separato da quel caro amico , mi sentii in calma -, intenerito , ma in calma.
Tale è l'efficacia del premunirsi contro le forti emozioni.
Il mio impegno d' acquistare una calma co- stante , non movea tanto dal desiderio di dimi- nuire la mia infelicità , quanto dall' apparirmi brutta, indegna dell'uomo, l'inquietudine.
Una mente agitata non ragiona più : avvolta fra un turbine irresistibile d'idee esagerate si forma una logica sciocca , furibonda , mali- gna : è in uno stato assolutamente antifiloso- fico, anticristiano.
S' io fossi predicatore, insisterei spesso sulla necessità di bandire l'inquietudine : non si può esser buono ad altro patto.
Com'era pa- cifico con e cogli altri Colui che dobbiamo tutti imitare.
Non v'è grandezza d'animo, non v'è giustizia senza idee moderate, senza uno spirito tendente più a sorridere che ad adirarsi degli avvenimenti di questa breve vita.
L'ira non ha qualche valore , se non nel caso rarissimo , che sia presumibile d' umi- 56 LE MIE PRIGIONI.
Ilare con essa un malvagio e di rilrarlo dall' iniquità.
Forse si danno smanie di natura diversa da quelle eh' io conosco, e meno condannevoli.
Ma quella che m'avea fin allora fatto suo schiavo , non era una smania di pura affli- zione : vi si mescolava sempre molto odio, molto prurito di maledire , di dipingermi la società, o questi o quegli individui, conco- lori più esecrabili.
Malattia epidemica nel mondo.
L'uomo si reputa migliore, abbor- rendo gli altri.
Pare che tutti gli amici si di- cano all'orecchio : « Amiamoci solamente fra noi 5 gridando che tutti sono ciurmaglia , sem- brerà che siamo semidei.
» Curioso fatto, che il vivere arrabbiato piac- cia tanto.
Vi si pone una specie d'eroismo.
Se l'oggetto contro cui jeri si fremeva è morto, se ne cerca subito un altro.
Di chi mi la- menterò oggi.
chi odierò.
sarebbe mai quello il mostro.
Oh gioja.
l'ho trovato.
Venite , amici , laceriamolo.
Così va il mondo : e senza lacerarlo, posso ben dire che va male.
capo xvnr.
5.
fc»^V"V%^WX^.-V«»'*'WV*'%i w»*«* »•*/>.
w*-% «/-v^i CAPO XVIII.
Non v era molta malignità nel lamentarmi dell' orridezza della stanza, ove m'aveano pos- to.
Per buona ventura , restò vota una mi- gliore , e mi si fece Y amabile sorpresa di dar- mela.
Non avrei io dovuto esser contentissimo a tale annuncio.
Eppure Tant' è ; non ho po- tuto pensare a Maddalena senza rincresci- mento.
Che fanciullaggine.
affezionarsi sem- pre a qualche cosa, anche con motivi, per verità , non molto forti.
Uscendo di quella cameraccia , voltai indietro lo sguardo, verso la parete alla quale io m' era sovente ap- poggiato, mentre, forse un palmo più in , vi s'appoggiava dal lato opposto la misera peccatrice.
Avrei voluto sentire ancora una volta que'due patetici versi : Chi rende alla meschina La sua felicità.
Vano desiderio.
Ecco una separazione di LE MIE PRIGIONI, più nella mia sciagurata vita.
Non voglio par- larne lungamente , per non far ridere di me : ma sarei un ipocrita, se non confessassi che ne fui mesto per più giorni.
Neil' andarmene , salutai due de' poveri la- dri , miei vicini , eh' erano alla finestra.
Il ca- porione non v'era, ma avvertito dai compa- gni , v'accorse, e mi risalutò anch' egli.
Si mise quindi a canterellare l'aria : Chi rende alla meschina.
Voleva egli hurlarsi di me.
Scommetto che se facessi questa dimanda a cinquanta persone , quaranlanove risponde- rebbero : « Sì.
)) Ebbene ad onta di tanta pluralità di voti, inclino a credere che il buon ladro intendea di farmi una gentilezza.
Io la ricevetti come tale , e gliene fui grato , e gli diedi ancora un' occhiata : ed egli spor- gendo il braccio fuori de' ferri col berretto in mano, faceami ancor cenno, allorch'io voltava per discendere la scala.
Quando fui nel cortile, ebbi una conso- lazione.
V'era il mutolino sotto il portico.
Mi vide, mi riconobbe, e volea corrermi in- contro.
La moglie del custode, chi sa per- chè.
l'afferrò pel collare e lo cacciò in casa.
Mi spiacque di non poterlo abbracciare, ma i saltetti eh' ei fece per correre a me mi com- CAPO XVIII.
s 9 mossero deliziosamente.
È cosa dolce Y es- sere amato.
Era giornata di grandi avventure.
Due passi più in , mossi vicino alla finestra della stanza già mia , e nella quale ora stava Gioja.
«Buon giorno, Melchiorre?» gli dissi passando.
Alzò il capo , e balzando verso me, gridò : « Buon giorno, Silvio.
» Ahi.
non mi fu dato di fermarmi un istante.
Voltai sotto il portone, salii una sca- letta, e venni posto in una cameruccia pu- lita, al di sopra di quella di Gioja.
Fatto portar il letto , e lasciato solo dai se- condini , mio primo affare fu di visitare i muri.
V erano alcune memorie scritte , quali con matita, quali con carbone, quali con punta incisiva.
Trovai graziose due strofe francesi, che or m' incresce di non avere im- parate a memoria.
Erano firmate le due de Normandie.
Presi a cantarle , adattandovi alla meglio l' aria della mia povera Madda- lena -, ma ecco una voce vicinissima che le ricanta con altr' aria.
Com'ebbe finito, gli gridai « Bravo.
» Ed egli mi salutò gentil- mente, chiedendomi s'io era Francese.
No; sono Italiano, e mi chiamo Silvio Pellico.
6o LE MIE PRIGIONI.
L'autore della Francesca da Rimini.
E qui un gentile complimento , e le natu- rali condoglienze sentendo eh' io fossi in car- cere.
Mi dimandò di qual parte d' Italia fossi na- tivo.
Di Piemonte, dissi -, sono Salurzese.
E qui nuovo gentile complimento sul ca- rattere e sul!' ingegno de' Piemontesi , e par- ticolare menzione de' valentuomini Saluzzesi , e in ispecie di Bodoni.
Quelle poche lodi erano fine, come si fanno da persona di buona educazione.
Or mi sia lecito , gli dissi , di chiedere a voi, signore, chi siete.
Avete cantata una mia canzoncina.
Quelle due belle strofette che stanno sul muro , sono vostre.
, signore.
Voi siete dunque.
L'infelice duca di Normandia.
CAPO XIX.
61 CAPO XIX.
Il custode passava sotto le nostre finestre , e ci fece tacere.
Quale infelice duca di Normandia.
andava io ruminando.
Non è questo il titolo che da- vasi al figlio di Luigi XVI.
Ma quel povero fanciullo è indubitatamente morto.
Eb- bene, il mio vicino sarà uno de' disgraziati che si sono provati a farlo rivivere.
Già parecchi si spacciarono per Luigi XVII , e furono riconosciuti impostori : qual mag- gior credenza dovrebbe questi ottenere.
Sebbene io cercassi di stare in dubbio , un invincibile incredulità prevaleva in me , ed ognor continuò a prevalere.
Nondimeno de- terminai di non mortificare Y infelice , qua- lunque frottola fosse per raccontarmi.
Pochi istanti dappoi , ricominciò a cantare, indi ripigliammo la conversazione.
Alla mia dimanda sull' esser suo , rispose : eh' egli era appunto Luigi XVII, e si diede a 6<i LE MIE PRIGIONI.
declamare con forza contro Luigi XVIII suo zio, usurpatore de' suoi diritti.
Ma questi diritti , come non li faceste valere al tempo della Ristorazione.
Io mi trovava allora mortalmente am- malato a Bologna.
Appena risanalo, volai a Parigi, mi presentai alle Alte Potenze, ma quel eh' era fatto era fatto : 1' iniquo mio zio non volle riconoscermi; mia sorella s'unì a lui per opprimermi.
Il solo buon principe di Condé m' accolse a braccia aperte, ma la sua amicizia nulla poteva.
Una sera, perle vie di Parigi, fui assalito da sicarii, armati di pugnali , ed a stento mi sottrassi a' loro colpi.
Dopo aver vagato qualche tempo in Norman- dia, tornai in Italia, e mi fermai a Modena.
Di lì, scrivendo incessantemente ai monarchi d'Europa, e particolarmente all'imperatore Alessandro, che mi rispondea colla massima gentilezza , io non disperava d'ottenere final- mente giustizia, o se, per politica, voleano sacrificare i miei diritti al trono di Francia, che almeno mi s'assegnasse un decente ap- pannaggio.
Venni arrestato, condotto ai confini del ducalo di Modena , e conse- gnato al governo Austriaco.
Or , da otto CAPO XIX.
63 mesi , sono qui sepolto , e Dio sa , quando uscirò.
Non prestai fede a tutte le sue parole.
Ma eh' ei fosse sepolto era una verità , e m' is- pirò una viva compassione.
Lo pregai di raccontarmi in compendio la sua vita.
Mi disse con minutezza tutti i parti- colari eh' io già sapeva intorno Luigi XVII , quando lo misero collo scellerato Simon , cal- zolaio-, quando lo indussero ad attestare un' infame calunnia contro i costumi della po- vera regina sua madre , ec.
ec.
E finalmente , che essendo in carcere , venne gente una notte a prenderlo; un fanciullo stupido per nome Mathurin fu posto in sua vece , ed ei fu trafugato.
V era nella strada una carrozza a quattro cavalli , ed uno de' cavalli era una macchina di legno, nella quale ei fu celato.
Andarono felicemente al Reno , e passati i confini, il generale (mi disse il nome, ma non me lo ricordo) che Tavea liberato, gli fece per qualche tempo da educatore, da padre -, lo mandò o condusse quindi in Ame- rica.
il giovane re senza regno, ebbe molte peripezie, patì la fame ne' deserti, mi- litò , visse onorato e felice alla corte del re del Brasile, fu calunniato, perseguitato, co- 64 LE MIE PRIGIONI, stretto a fuggire.
Tornò in Europa in sul fi- nire deli' impero Napoleonico -, fu tenuto pri- gione a ZSapoli da Giovacchino Murat^ e quando si rivide libero ed in procinto di riclamare il trono di Francia , lo colpì a Bo- logna quella funesta malattia , durante la quale Luigi XYIII fu incoronato.
CAPO XX.
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CAPO XX.
Ei raccontava questa storia con una sor- prendente aria di verità.
Io non potendo cre- derlo , pur T ammirava.
Tutti i fatti della rivoluzione francese gli erano notissimi ; ne parlava con molto spontanea eloquenza , e ri- feriva ad ogni proposito aneddoti curiosis- simi.
V'era alcun che di soldatesco nel suo dire, ma senza mancare di quella eleganza oh' è data dall' uso delia fina società.
Mi permetterete, gli dissi, ch'io vi tratti alla buona, ch'io non vi dia titoli.
Questo è ciò che desidero, rispose.
Dalla sventura , ho almeno tratto questo guadagno , che so sorridere di tutte le vanità.
V assicuro , che mi pregio più d' esser uomo che d'esser re.
Mattina e sera , conversavamo lungamente insieme ; e, ad onta di ciò ch'io riputava esser commedia in lui , l'anima sua mi parea buona , candida , desiderosa d' ogni bene mo- rale.
Più volte fui per dirgli : Perdonate , io vorrei credere che foste Luigi XVII , ma 66 LE MIE PRIGIONI, sinceramente vi confesso che la persuasione contraria domina in me , abbiate tanta fran- chezza da rinunciare a questa finzione.
E ruminava tra me una bella predicuccia da fargli sulla vanità d' ogni bugia , anche delle bugie che sembrano innocue.
Di giorno in giorno differiva -, sempre aspet- tava che l'intimità nostra crescesse ancora di qualche grado, e mai non ebbi ardire d' ese- guire il mio intento.
Quando rifletto a questa mancanza d' ar- dire , talvolta la scuso come urbanità neces- saria , onesto timore d' affliggere , e che so io.
Ma queste scuse non m'accontentano, e non posso dissimulare , che sarei più soddis- fatto di me , se non mi fossi tenuta nel gozzo T ideata predicuccia.
Fingere di prestar fede ad un'impostura, è pusillanimità : parmi che noi farei più.
Sì, pusillanimilà.
Certo, che per quanto s'involva in delicati preamboli, è aspra cosa il dire ad uno : « Non vi credo.
» Ei si sde- gnerà , perderemo il piacere della sua amici- zia, ci colmerà forse d'ingiurie.
Ma ogni perdita è più onorevole del mentire.
E forse il disgraziato che ci colmerebbe d'ingiurie, vedendo che una sua impostura non è ere- CAPO XX.
67 duta, ammirerebbe poscia in secreto la no- stra sincerità , e gli sarebbe motivo di rifles- sioni che il ritrarrebbero a miglior via.
I secondini inclinavano a credere eh' ei fosse veramente Luigi XVII, ed avendo già veduto tante mutazioni di fortune , non di- speravano che costui non fosse per ascendere un giorno al trono di Francia , e si ricordasse della loro devotissima servitù.
Tranne il fa- vorire la sua fuga , gli usavano tutti i riguardi eh' ei desiderava.
Fui debitore a ciò , dell' onore di vedere il gran personaggio.
Era di statura mediocre, dai a i 45 anni, alquanto pingue, e di fisonomia propriamente Borbonica.
Egli è verisimile , che un' accidentale somiglianza coi Borboni l'abbia indotto a rappresentare quella trista parte.
68 LE MIE PRIGIONI.
CAPO XXL D' ra altro indegno rispetto umano biso- gna eh' io m' accusi.
Il mio vicino non era ateo, ed anzi parlava talvolta de' sentimenti religiosi, come uomo che li apprezza e non v'è straniero-, ma serbava tuttavia molte pre- venzioni irragionevoli contro il Cristianesimo, il quale ei guardava meno nella sua vera es- senza, che nei suoi abusi.
La superficiale filosofia che in Francia precedette e seguì la rivoluzione, Y aveva abbagliato.
Gli pareva che si potesse adorar Dio con maggior pu- rezza , che secondo la religione del Vangelo.
Senza aver gran cognizione di Condillac e di Tracy, li venerava come sommi pensatori , e s' immaginava che quest' ultimo avesse dato il compimento a tutte le possibili indagini metafisiche.
Io che aveva spinto più oltre i miei studi filosofici , che sentiva la debolezza della dot- trina sperimentale, che conosceva i grossolani errori di critica con cui il secolo di Voltaire aveva preso a voler diffamare il Cristianesi- CAPO XXI.
69 mo ; io che avea letto Guénée ed altri valenti smascheratori di quella falsa critica -, io eh 5 era persuaso non potersi con rigore di logica am- mettere Dio e ricusare il Vangelo; io che trovava tanto volgar cosa il seguire la cor- rente delle opinioni anticristiane, e non sa- persi elevare a conoscere quanto il cattoli- cismo, non veduto in caricatura, sia semplice e sublime,* io ebbi la viltà di sacrificare al rispetto umano.
Le facezie del mio vicino mi confondevano , sebbene non potesse sfuggir- mi la loro leggerezza.
Dissimulai la mia cre- denza , esitai , riflettei se fosse , o no , tem- pestivo il contraddire, mi dissi eh' era inutile, e volli persuadermi d' essere giustificato.
Viltà.
viltà.
Che importa il baldanzoso vigore d' opinioni accreditate , ma senza fon- damento.
E vero che uno zelo intempestivo è indiscrezione, e può maggiormente irritare chi non crede.
Ma il confessare con franchez- za, e modestia ad un tempo, ciò che ferma- mente si tiene per importante verità, il con- fessarlo anche laddove non è presumibile d' essere approvato , d' evitare un poco di scherno , egli è preciso dovere.
E siffatta no- bile confessione può sempre adempirsi , senza 7 o LE MIE PRIGIONI.
prendere inopportunamente il carattere di missionario.
Egli è dovere di confessare un' importante verità in ogni tempo , perocché se non è sperabile che venga subito riconosciuta 7 può pure dare tal preparamento all' anima altrui , il quale produca un giorno maggiore impar- zialità di giudizi ed il conseguente trionfo della luce.
CAPO XXII.
71 CAPO XXII.
Stetti in quella stanza un mese e qualche dì.
La notte dei 18 ai 19 di febbrajo ( 1821) sono svegliato da romore di catenacci e di chiavi-, vedo entrare parecchi uomini con lanterna : la prima idea che mi si presentò , fu che venissero a scannarmi.
Ma mentre io guardava perplesso quelle figure, ecco avan- zarsi gentilmente il conte B., il quale mi dice eh' io abbia la compiacenza di vestirmi presto per partire.
Quest' annunzio mi sorprese , ed ebbi la follia di sperare che mi si conducesse ai con- fini del Piemonte.
Possibile che gran tempesta si dileguasse così.
Io racquisterei ancora la dolce libertà.
io rivedrei i miei carissimi genitori, i fratelli, le sorelle.
Questi lusinghevoli pensieri m'agitarono brevi istanti.
Mi vestii con grande celerità, e seguii i miei accompagnatori , senza pur poter salutare ancora il mio vicino.
Mi pare d'aver udito la sua voce, e m' increbbe di non potergli rispondere.
Dove si va.
dissi al conte , montando in 72 LE MIE PRIGIONI, carrozza con lui e con un uffiziale di gendar- meria.
Non posso significarglielo , finché non siamo un miglio al di di Milano.
Vidi che la carrozza non andava verso porta Vercellina, e le mie speranze furono svanite.
Tacqui.
Era una bellissima notte con lume di luna.
Io guardava quelle care vie, nelle quali io aveva passeggiato tanti anni , così felice; quelle case, quelle chiese.
Tutto mi rinnovava mille soavi rimembranze.
Oh corsìa di porta Orientale.
oh pubblici giardini , ov' io avea tante volte vagato con Foscolo, con Monti, con Lodovico di Breme, con Pietro Borsieri , con Porro e co' suoi fi- gliuoli, con tanti altri diletti mortali, con- versando in gran pienezza di vita e di spe- ranze.
Oh come nel dirmi ch'io vi vedeva per V ultima volta , oh come al vostro rapido fuggire a' miei sguardi , io sentiva d' avervi amato e d' amarvi.
Quando fummo usciti della porta, tirai alquanto il cappello sugli occhi, e piansi , non osservato.
Lasciai passare più d'un miglio, poi dissi al conte B.
: Suppongo che si vada a Ve- rona.
Si va più in , rispose ; andiamo CAPO XXII.
7 3 Venezia , ove debbo consegnarla ad una com- missione speciale.
Viaggiammo per posta , senza fermarci , e giungemmo il 20 febbrajo a Venezia.
Nel settembre dell'anno precedente, un mese prima cbe m' arrestassero, io era a Ve- nezia , ed avea fatto un pranzo in numerosa e lietissima compagnia all'albergo della Luna.
sono appunto dal conte e dal gendarme condotto all' albergo della Luna.
Un cameriere strabili vedendomi , ed ac- corgendosi (sebbene il gendarme e i due sa- telliti , che faceano figura di servitori , fossero travestiti) , ch'io era nelle mani della forza.
Mi rallegrai di quest* incontro , persuaso che il cameriere parlerebbe del mio arrivo a più d' uno.
Pranzammo, indi fui condotto al palazzo del doge, ove ora sono i tribunali.
Passai sotto quei cari portici delle Procuratìe , ed innanzi al caffè Florian , ov' io avea goduto si belle sere nell' autunno trascorso : non m' imbattei in alcuno de' miei conoscenti.
Si traversa la piazzetta.
e su quella piaz- zetta, nel settembre addietro, un mendico mi avea detto queste singolari parole : Si vede eh' ella è forestiero, signore: ma io non r i 74 LE MIE PRIGIONI, capisco com' ella e tutti i forestieri ammirino questo luogo : per me è un luogo di disgrazia, e vi passo unicamente per necessità.
Vi sarà qui accaduto qualche malanno.
, signore ; un malanno orribile , e non a me solo.
Iddio la scampi , signore , Iddio la scampi.
E se n' andò in fretta.
Or ripassando io colà , era impossibile che non mi sovvenissero le parole del mendico.
E fu ancora su quella piazzetta , che V anno seguente io ascesi il palco , donde intesi leg- germi la sentenza di morte , eia commutazione di questa pena in quindici anni di carcere duro.
S'io fossi testa un po' delirante di misti- cismo , farei gran caso di quel mendico , pre- dicentemi cosi energicamente esser quello un luogo di disgrazia.
Io non noto questo fatto.
se non come uno strano accidente.
Salimmo al palazzo ; il conte B.
] co' giudici j indi mi consegnò al carceriere , e congedandosi da me, m'abbracciò int rito.
CAPO XXIIL 7 5 CAPO XXIIL Seguii in silenzio il carceriere.
Dopo aver traversato parecchi anditi e parecchie sale , arrivammo ad una scaletta che ci condusse sotto i Piombi, famose prigioni di stato fin dal tempo della Repubblica Veneta.
Ivi il carceriere prese registro del mio nome , indi mi chiuse nella stanza destinatami.
I cosi detti Piombi sono la parte superiore del già palazzo del doge , coperta tutta di piombo.
La mia stanza avea una gran finestra , con enorme inferriata, e guardava sul tetto, pa- rimente di piombo , della chiesa di S.
Marco.
Ài di della chiesa , io vedeva in lontananza il termine della piazza , e da tutte parti un' in- finità di cupole e di campanili.
Il gigantesco campanile di S.
Marco era solamente sepa- rato da me dalla lunghezza della chiesa , ed io udiva coloro che in cima di esso parlavano alquanto forte.
Vedevasi anche , al lato si- 76 LE MIE PRIGIONI.
Bistro della chiesa , una porzione del gran cortile del palazzo ed una delle entrate.
In quella porzione di cortile sta un pozzo pub- blico, ed ivi continuamente veniva gente a cavare acqua.
Ma la mia prigione essendo così alta, gli uomini laggiù mi parevano fan- ciulli , ed io non discerneva le loro parole , se non quando gridavano.
Io mi trovava assai più solitario che non era nelle carceri di Milano.
jNV primi giorni le cure del processo crimi- nale che dalla commissione speciale mi veniva intentato , m'attristarono alquanto , evi s' ag- giungea forse quel penoso sentimento di mag- gior solitudine.
Inoltre io era più lontano dalla mia famiglia , e non avea più di essa notizie.
Le facce nuove eh' io vedeva non m ; erano antipatiche, ma serbavano una serietà quasi spaventata.
La fama aveva esagerato loro le trame dei Milanesi e del resto d'Italia per T indipendenza , e dubitavano eh' io fossi uno de' più imperdonabili motori di quel delirio.
La mia piccola celebrità letteraria era nota al custode , a sua moglie , alla figlia , ai due figli maschi , e persino ai due secondini : i quali tutti , chi sa , che non s' immaginassero che CA.PO XXIII.
77 un autore di tragedie fosse una specie di mago.
Erano serii, diffidenti, avidi ch'io loro dessi maggior contezza di me , ma pieni di garbo.
Dopo i primi giorni si mansuefecero tutti , e li trovai buoni.
La moglie era quella che più manteneva il contegno ed il carattere di carceriere.
Era una donna di viso asciutto asciutto , verso i quarant' anni , di parole asciutte asciutte , non dante il minimo segno d' essere capace di qualche benevolenza ad altri che a' suoi figli.
Solea portarmi il caffè , mattina e dopo pranzo , acqua , biancheria ec.
La seguivano ordinariamente sua figlia , fanciulla di quin- dici anni , non bella ma di pietosi sguardi , e i due figliuoli , uno di tredici anni , l'altro di dieci.
Si ritiravano quindi colla madre , ed i tre giovani sembianti si rivoltavano dolce- mente a guardarmi chiudendo la porta.
Il custode non veniva da me , se non quando aveva da condurmi nella sala ove si adunava la commissione per esaminarmi.
I secondini venivano poco , perchè attendevano alle pri- gioni di polizia , collocate ad un piano info- 7 8 LE MIE PRIGIONI, riore , ov.
erano sempre molti ladri.
Uno di que.
secondini era un vecchio , di più di settantanni 9 ma atto ancora a quella faticosa vita di correre sempre su e giù per le scale ai diversi carceri.
L'altro era un giovinotto di 24 o 25 anni, più voglioso di raccontare i suoi amori che di badare al suo servizio.
CAPO XXIV 79 klVMA^W^M CAPO XXIV.
Ah sì.
le cure d'un processo criminale sono orribili per un prevenuto (T inimicizia allo stato.
Quanto timore di nuocere altrui.
quanta difficoltà di lottare contro tante ac- cuse , contro tanti sospetti.
quanta verisimi- glianza che tutto non s.
intrichi sempre più funestamente , se il processo non termina presto , se nuovi arresti vengono fatti , se nuove imprudenze si scoprono , non che di persone non conosciute ma della fazione me- desima.
Ho fermato di non parlare di politica i t bisogna quindi eh' io sopprima ogni relazione concernente il processo- Solo dirò , che spesso dopo essere stato lunghe ore al costi- tuto 9 io tornava nella mia stanza così esa- cerbato , così fremente , che mi sarei ucciso , se la voce della religione e la memoria de' cari parenti non m' avessero contenuto.
L' abitudine di tranquillità che già mi pa- 8o LE MIE PRIGIONI, reva a Milano d' avere acquistato , era dis- fatta.
Per alcuni giorni disperai di ripigliarla , e furono giorni d'inferno.
Allora cessai di pregare , dubitai della giustizia di Dio , ma- ledissi agli uomini ed all' universo , e rivolsi nella mente tutti i possibili sofismi sulla va- nità della virtù.
L' uomo infelice ed arrabbiato è tremen- damente ingegnoso a calunniare i suoi simili e lo stesso Creatore.
L'ira è più immorale, più scellerata che generalmente non si pensa.
Siccome non si può ruggire dalla mattina alla sera per settimane , e V anima la più domi- nata dai furore ha di necessità i suoi inter- valli di riposo •, quegli intervalli sogliono risentirsi dell' immoralità che li ha preceduti.
Allora sembra d'essere in pace, ma è una pace maligna, irreligiosa j un sorriso selvag- gio , senza carità , senza digmtà -, un amore di disordine, d' ebbrezza, di scherno.
In simile stato io cantava per ore intere con una specie d' allegrezza affatto sterile di buoni sentimenti; io celiava con tutti quelli che entravano nella mia stanza-, io mi sfor- zava di considerare tutte le cose con una sa- pienza volgare, la sapienza de' cinici.
CAPO XXIV.
Si Quel!' infame tempo durò poco : sei o sette giorni.
La mia Bibbia era polverosa.
Uno de' ra- gazzi del custode, accarezzandomi, disse : Dacché ella non legge più quel libraccio , non ha più tanta melanconia, mi pare.
Ti pare.
gli dissi.
E presa la Bibbia, ne tolsi col fazzoletto la polvere, e sbadatamente apertala, mi cad- dero sotto gli occhi queste parole : Et ait ad discipulos suos : Impossibile est ut non ve- niant scandala : vae autem itti per quem veniuntl Utilius est itti) si lapis molaris im- ponatur circa collum ejus et projiciatur in mare > quam ut scandalizet unum de pusillis istis.
Fui colpito di trovare queste parole , ed arrossii che quel ragazzo si fosse accorto , dalla polvere eh' ei sopra vedeavi , eh' io più non leggeva la Bibbia, e eh' ei presumesse ch'io fossi divenuto più amabile, divenendo incurante di Dio.
Scapestratalo.
(gli dissi con amorevole rimprovero e dolendomi d'averlo scandalez- zato).
Questo non è un libraccio , e da alcuni giorni che noi leggo , sto assai peggio.
Quando 82 LE MIE PRIGIONI, tua madre ti permette di stare un momento con me, m'industrio di cacciar via il mal umore; ma se tu sapessi come questo mi vince , allorché son solo , allorché tu m J odi cantare qual forsennato.
».
*^»/W "«.Ik x/-»--».
CAPO XXV, 83 CAPO XXY.
Il ragazzo era uscito; ed io provava un certo godimento d'aver ripreso in mano la Bibbia -, d' aver confessato eh' io stava peggio senza di lei.
Mi parea d' aver dato soddisfa- zione ad un amico generoso, ingiustamente offeso ; d' essermi riconciliato con esso.
Et' aveva abbandonato , mio Dio.
gri- dai.
E m' era pervertito.
Ed avea potuto cre- dere che l' infame riso del cinismo conve- nisse alla mia disperata situazione.
Pronunciai queste parole con una emo- zione indicibile; posi la Bibbia sopra una sedia , m' inginocchiai in terra a leggere , e queir io che si diffìcilmente piango , pro- ruppi in lagrime.
Quelle lagrime erano mille volte più dolci di ogni allegrezza bestiale.
Io sentiva di nuovo Dio.
lo amava.
mi pentiva d' averlo oltraggiato degradandomi.
e protestar non separarmi mai più da lui.
mai piò.
84 LE MIE PRIGIONI.
Oh come un ritorno sincero alla religione consola ed eleva lo spirito.
Lessi, e piansi più d'un' ora ; e m'alzai pieno di fiducia che Dio fosse con me, che Dio mi avesse perdonato ogni stoltezza.
Allora le mie sventure, i tormenti del processo, il verisimile patibolo mi sembrarono poca cosa.
Esultai di soffrire , poiché ciò mi dava occa- sione d J adempiere qualche dovere; poiché, soffrendo con rassegnato animo, io obbediva al Signore.
La Bibbia , grazie al cielo, io sapea leg- gerla.
Non era più il tempo ch'io la giudi- cava colia meschina critica di Voltaire , vili- pendendo espressioni , le quali non sono risibili o false , se non quando , per vera ignoranza o per malizia , non si penetra nel loro senso.
M' appariva chiaramente quanto foss' ella il codice della santità , e quindi della verità; quanto l'offendersi per certe sue imperfezioni di stile fosse cosa infiloso- fica, e simile all'orgoglio di chi disprezza tutto ciò che non ha forme eleganti-, quanto fosse cosa assurda V immaginare che una tal collezione di libri religiosamente venerati avessero un principio non autentico; quanto CAPO XXY.
85 la superiorità di tali scritture sul corano e sulla teologia degl'Indi fosse innegabile.
Molti ne abusarono , molti vollero farne un codice d'ingiustizia, una sanzione alle loro passioni scellerate.
Ciò è vero ; ma siamo sempre : di tutto puossi abusare : e quando mai l' abuso di cosa ottima dovrà far dire eh' ella è in se stessa malvagia.
Gesù Cristo io dichiarò : tutta la legge ed i Profeti, tutta questa collezione di sacri libri , si riduce al precetto d' amar Dio e gli uomini.
E tali scritture non sarebbero verità adatta a tutti i secoli.
non sarebbero la parola sempre viva dello Spirito Santo.
Ridestate in me queste riflessioni, rinno- vai il proponimento di coordinare alla reli- gione tutti i miei pensieri sulle cose umane , tutte le mie opinioni sui progressi deli' inci- vilimento , la mia filantropia, il mio amor patrio, tutti gli affetti dell' anima mia.
I pochi giorni eh' io avea passato nel ci- nismo m' aveano molto contaminato.
Ne sentii gli effetti per lungo tempo, e dovetti faticare per vincerli.
Ogni volta che l'uomo cede alquanto alla tentazione di snobilitare il suo intelletto , di guardare le opere di Dio S6 LE MIE PRIGIONI.
colla infernal lente dello scherno , di cessare dal benefico esercizio della preghiera , il guasto eh' egli opera nella propria ragione lo dispone a facilmente ricadere.
Per più setti- mane fui assalito , quasi ogni gioito , da forti pensieri d.
incredulità : volsi tutta la potenza del mio spirito a respingerli, CAPO XXVI.
87 CAPO XXVI.
Quando questi combattimenti furono ces- sati, e sembrommi d'esser di nuovo fermo nel!' abitudine d' onorar Dio in tutte le mie volontà, gustai per qualche tempo una dol- cissima pace.
Gli esami , a cui sottoponeami ogni due o tre giorni la commissione, per quanto fossero tormentosi, non mi traeano più a durevole inquietudine.
Io procurava, in quel!' ardua posizione , di non mancare U* miei doveri d' onestà e d' amicizia , e poi dicea : Faccia Dio il resto.
Tornava ad essere esatto nella pratica di prevedere giornalmente ogni sorpresa, ogni emozione , ogni sventura supponibile ; e sif- fatto esercizio giovavami novamente assai.
La mia solitudine intanto s' accrebbe.
I due figliuoli del custode, che dapprima mi faceano talvolta un po' di compagnia, furono messi a scuola, e stando quindi pochissimo in caàa, non venivano più da me.
La madre e la sorella , che allorché c'erano i ragazzi , si fermavano anche spesso a favellar meco , S8 LE MIE PRIGIONI, or non comparivano più se non per portarmi il caffè, e mi lasciavano.
Per la madre mi rincresceva poco, perchè non mostrava animo compassionevole.
Ma la figlia, benché brut- tina , avea certa soavità di sguardi e di parole che non erano per me senza pregio.
Quando questa mi portava il caffè e diceva : « L' ho fatto io » mi parea sempre eccellente.
Quando dicea : « L' ha fatto la mamma » era acqua calda.
Vedendo di rado creature umane, diedi retta ad alcune formiche che venivano sulla mia finestra, le cibai sontuosamente, quelle andarono a chiamare un esercito di compa- gne, e la finestra fu piena di siffatti animali.
Diedi parimente retta ad un bel ragno che tappezzava una delle mie pareti.
Cibai questo con moscherini e zanzare , e mi si amicò , sino a venirmi sul Lello e sulla mano , e prendere la preda dalle mie dita.
Fossero quelli stati i soli insetti che m' aves- sero visitato.
Eravamo ancora in primavera , e già le zanzare si moltiplicavano , posso pro- prio dire, spaventosamente.
L'inverno era stato di una straordinaria dolcezza , e , dopo pochi venti in marzo, seguì il caldo.
E cosa indicibile , come s* infocò V aria del covile CAPO XXVI.
&9 eh' io abitava.
Situato a pretto mezzogiorno, sotto un tetto di piombo , e colla finestra sul tetto di S.
Marco , pure di piombo , il cui ri- verbero era tremendo , io soffocava.
Io non avea mai avuto idea d' un calore oppri- mente.
A tanto supplizio s J aggiungeano le zanzare in tal moltitudine , che per quanto io m' agitassi e ne struggessi , io n J era coperto -, il letto , il tavolino , la sedia , il suolo , le pa- reti , la volta 3 tutto n era coperto , e V am- biente ne conteneva infinite, sempre andanti e venienti perla finestra, e facienti un ronzio infernale.
Le punture di quegli animali sono dolorose , e quando se ne riceve da mattina a sera e da sera a mattina , e si dee avere la perenne molestia di pensare a diminuirne il numero , si soffre veramente assai e di corpo e di spirito.
Allorché veduto simile flagello , ne co- nobbi la gravezza , e non potei conseguire che mi mutassero di carcere, qualche tenta- zione di suicidio mi prese, e talvolta temei d' impazzare.
Ma , grazie al cielo , erano smanie non durevoli, e la religione conti- nuava a sostenermi.
Essa mi persuadeva che l'uomo dee patire e patire con forza 5 mi facea sentire una certa voluttà del dolore , 90 LE MIE PRIGIONI.
la compiacenza di non soggiacere , di vincer tutto.
Io dicea : Quanto più dolorosa mi si fa la vita, tanto meno sarò atterrito , se, giovane come sono, mi vedrò condannato al supplicio.
Senza questi patimenti preliminari sarei forse morto codardamente.
E poi , ho io tali virtù da meritare felicità.
Dove son esse.
Ed esaminandomi con giusto rigore, non trovava negli anni da me vissuti , se non po- chi tratti alquanto plausibili : tutto il resto erano passioni stolte, idolatrie, orgogliosa e falsa virtù.
Ebbene, concludeva io, soffri, indegno.
Se gli uomini e le zanzare t* ucci- dessero anche per furore e senza diritto , riconoscili stromenti della giustizia divina , e taci.
CAPO XXVII, 91 CAPO XXVIL Ha T uomo bisogno di sforzo per umiliarsi sinceramente.
per ravvisarsi peccatore.
Non è egli vero , che in generale sprechiamo la gioventù in vanità , ed invece d' adoprare le forze tutte ad avanzare nella carriera del bene, ne adopriamo gran parte a degradarci.
Vi saranno eccezioni ; ma confesso che queste non riguardano la mia povera persona.
E non ho alcun merito ad essere scontento di me : quando si vede una lucerna dar più fumo che fuoco, non vi vuol gran sincerità a dire, che non arde come dovrebbe.
Si-, senza avvilimento, senza scrupoli di pinzochero , guardandomi con tutta la tran- quillità possibile d' intelletto , io mi scorgeva degno dei castighi di Dio.
Una voce interna mi diceva : Simili castighi , se non per questo, ti sono dovuti per quello; valgano a ricon- durti verso Colui eh' è perfetto, e che i mor- tali sono chiamati , secondo le finite loro forze , ad imitare.
Con qual ragione , mentr' io era costretto 92 LE MIE PRIGIONI, a condannarmi di mille infedeltà a Dio , mi sarei lagnato se alcuni uomini mi pareano vili ed alcuni altri iniqui; se le prosperità del mondo m' erano rapite -, s' io dovea con- sumarmi in carcere , o perire di morte vio- lenta.
Procacciai d' imprimermi bene nel cuore tali riflessioni giuste e sentite : e ciò fatto , io vedeva che bisognava essere conse- guente , e che non poteva esserlo in altra guisa, se non benedicendo i retti giudizii di Dio, amandoli, ed estinguendo in me ogni volontà contraria ad essi.
Per viemeglio divenir costante in questo proposito , pensai di svolgere con diligenza d' or innanzi tutti i miei sentimenti, scriven- doli.
Il male si era che la commissione, per- mettendo ch'io avessi calamajo e carta, mi numerava i fogli di questa , con proibizione di distruggerne alcuno, e riservandosi ad esa- minare in che li avessi adoperati.
Per supplire alla carta, ricorsi all'innocente artifizio di levigare con un pezzo di vetro un rozzo tavo- lino eh' io aveva , e su quello quindi scriveva ogni giorno lunghe meditazioni intorno ai doveri degli uomini e di me in particolare.
Non esagero dicendo che le ore così impie- CAPO XXVII.
9 3 gate m' erano talvolta deliziose , malgrado le difficoltà di respiro ch'io pativa per renorme caldo e le morsicature dolorosissime delle zanzare.
Per diminuire la moltiplieità di queste ultime, io era obbligato, ad onta del caldo, d' involgermi bene il capo e le gambe, e di scrivere , non solo co' guanti , ma fasciato i polsi , affinchè le zanzare non entrassero nelle maniche.
Quelle mie meditazioni aveano un carat- tere piuttosto biografico.
Io facea la storia di tutto il bene ed il male che in me s'erano formati dall'infanzia in poi, discutendo meco stesso, ingegnandomi di sciorre ogni dubbio, ordinando quanto meglio io sapea tutte le mie cognizioni, tutte le mie idee sopra ogni cosa.
Quando tutta la superficie adoprabile del tavolino era piena di scrittura , io leggeva e rileggeva, meditava sul già meditato , ed al- fine mi risolveva (sovente con rincrescimento) a raschiar via ogni cosa col vetro, per riavere atta quella superficie a ricevere nuovamente i miei pensieri.
Continuava quindi la mia storia.
sempre rallentata da digressioni d' ogni specie , da analisi or di questo or di quel punto di meta- 9 4 LE MIE PRIGIONI, fisica, di morale, di politica, di religione > e quando tutto era pieno , tornava a leggere e rileggere , poi a raschiare.
Non volendo avere alcuna ragione d'im- pedimento nel ridire a me stesso colla più libera fedeltà i fatti eh' io ricordava e le opi- nioni mie, e prevedendo possibile qualche visita inquisitoria , io scriveva in gergo , cioè con trasposizioni di lettere ed abbreviazioni , alle quali io era avvezzatissimo.
Non m'ac- cadde però mai alcuna visita siffatta , e niuno s accorgeva che io passassi così bene il mio tristissimo tempo.
Quand' io udiva il custode o altri aprire la porta , copriva il tavolino con una tovaglia , e vi mettea sopra il cala- maio ed il legale quinternetto di carta.
CAPO XX Vili.
9 5 CAPO XXVIII.
Quel quinternetto aveva anche alcune delle mie ore a lui consacrate , e talvolta un intero giorno od un' intera notte.
Ivi scri- veva io di cose letterarie.
Composi allora T Ester aV Engaddi e Y Iginio, d'Asti, e le cantiche intitolate : Tancreda > Rosilde, Eligi e Valafrido, Adelfo, oltre parecchi scheletri di tragedie e di altre produzioni , e fra altri quello d'un poema sulla Lega lombarda e d'un altro su Cristoforo Colombo.
Siccome Y ottenere che mi si rinnovasse il quinternetto, quand'era finito, non era sem- pre cosa facile e pronta , io faceva il primo getto d' ogni componimento sul tavolino o su cartaccia in cui mi facea portare fichi secchi o altri frutti.
Talvolta dando il mio pranzo ad uno dei secondini, e facendogli credere ch'io non aveva punto appetito, io l' indu- ceva a regalarmi qualche foglio di carta.
Ciò avveniva solo in certi casi, che il tavolino era già ingombro di scrittura, e non poteva an- cora decidermi a raschiarla.
Allora io pativa 96 LE MIE PRIGIONI.
la fame ; e sebbene il custode avesse in de- posito denari miei , non gli chiedea in tutto il giorno da mangiare , parte perchè non so- spettasse eh' io avea ciato via il pranzo , parte perchè il secondino non s 5 accorgesse ch J io aveva mentito assicurandolo della mia inap- petenza, A sera mi sosteneva con un potente caffè , e supplicava che lo facesse la sìora Zanze (*).
Questa era la figliuola del custode.
la quate , se potea farlo di nascosto della mamma , lo facea straordinariamente carico : tale, che, stante la votezza dello stomaco, mi cagionava una specie di convulsione non dolorosa, che teneami desto tutta notte.
In quello stato di mite ebbrezza io sentiva raddoppiamosi le forze intellettuali, e poe- tava e filosofava e pregava fino all' alba con maraviglioso piacere.
Una repentina spossa- tezza m'assaliva quindi : allora io mi gettava sul letto, e malgrado le zanzare, a cui riu- sciva , beneh' io m' inviluppassi.
di venirmi a suggere il sangue, io dormiva profondamente un'ora o due.
Siffatte notti, agitate da forte caffè preso a stomaco voto, e passate in si dolce esaltazione, {*) Angiola.
CAPO XXVIII.
97 mi pareano troppo benefiche, da non dover- mele procurare sovente.
Perciò , anche senza aver bisogno di carta dal secondino , prendeva non di rado il partito di non gustare un boc- cone a pranzo, per ottenere a sera il deside- rato incanto dalla magica bevanda.
Felice me quand' io conseguiva lo scopo.
Più d' una volta mi accadde che il caffè non era fatto dalla pietosa Zanze, ed era broda inefficace.
Allora la burla mi metteva un poco di mal umore.
Invece di venire elettrizzato , lan- guiva, sbadigliava, sentiva la fame, mi get- tava sul letto, e non potea dormire.
Io poi me ne lagnava colla Zanze , ed ella mi compativa.
Un giorno che ne la sgridai aspramente, quasi che m'avesse ingannato, la poveretta pianse , e mi disse : Signore , io non ho mai ingannato alcuno , e tutti mi danno dell' ingannatrice.
Tutti.
Oh sta a vedere che non sono il solo che s'arrabbii per quella broda.
Non voglio dir questo , signore.
Ah s'ella sapesse.
Se potessi versare il mio misero cuore nel suo.
- Ma non piangete così.
Che diamine avete.
Vi domando perdono, se v'ho sgridata a torto.
Credo benissimo, che non sia per 5 98 LE MIE PRIGIONI.
vostra colpa che m' ebbi un caffè così cattivo.
Eh, non piango per ciò, signore.
Il mio amor proprio restò alquanto morti- ficato , ma sorrisi.
Piangete adunque all' occasione della mia sgridata , ma per tutt' altro.
Veramente sì.
Chi r' ha dato dell' ingannatrice.
Un amante.
E si coperse il volto dal rossore.
E nella sua ingenua fiducia mi raccontò un idillio comico-serio che mi commosse.
CAPO XXIX.
99 ^%^v%/%'V^'»/v%'»/*~v%.»/W%^'%.%^"».%< WV'»^»»V».'V*^V'»<'».'W W^^-fcV-^^W^ CAPO XXIX.
Da quel giorno divenni, non so perchè, il confidente della fanciulla , e tornò a trat- tenersi lungamente con me.
Mi diceva : Signore, ella è tanto buona, ch'io la guardo come potrebbe una figlia guardare suo padre.
Voi mi fate un brutto complimento , rispondeva io , respingendo la sua mano -, ho appena trentadue anni , e già mi guardate come vostro padre.
Via, signore, dirò : come fratello.
E mi prendeva per forza la mano , e me la toccava con affezione.
E tutto ciò era inno- centissimo.
Io diceva poi tra me : Fortuna che non è una bellezza.
altrimenti quest' innocente famigliarità potrebbe sconcertarmi.
Altre volte diceva : Fortuna eh' è così immatura.
Di ragazze di tale età , non vi sa* rebbe mai pericolo eh' io m' innamorassi.
Alte volte mi veniva un po' d'inquietu- tao LE BUE PRIGIONI, dine , parendomi ch'io mi fossi ingannato nel giudicarla bruttina , ed era obbligato di con- venire che i contorni e le forme non erano irregolari.
Se non fosse cosi pallida , diceva io , e non avesse quelle poche lenti sul volto, po- trebbe passare per bella.
Il vero è che non è possibile di non tro- vare qualche incanto nella presenza , negli sguardi , nella favella d' una giovinetta vivace ed affettuosa.