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Mandragola
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PROLOGO
Iddio vi salvi, benigni uditori; Quando e' par che dependa Questa benignità da io esser grato Se voi seguite di non far romori, Noi vogliam che s'intenda Un nuovo caso in questa terra nato Vedete l'apparato, Quale or vi si dimostra; Questa è Firenze vostra.
Un'altra volta sarà Roma, o Pisa; Cosa da smascellarsi per le risa.
Quello uscio che mi è qui in su la man ritta, La casa è d'un dottore, Che 'mparò in sul Buezio leggi assai.
Quella via, che è colà in quel canto fitta, È la Via dello Amore, Dove chi casca non si rizza mai.
Conoscer poi potrai A l'abito d'un frate, Quel priore o abate Abiti il tempio, ch'all'incontro è posto, Se di qui non ti parti troppo tosto.
Un giovane, Callimaco Guadagni, Venuto or da Parigi, Abita là in quella sinistra porta.
Costui, fra tutti gli altri buon compagni A' segni ed a' vestigi L'onor di gentilezza e pregio porta.
Una giovane accorta Fu da lui molto amata, E per questo ingannata Fu come intenderete, ed io vorrei Che voi fussi ingannate come lei.
La favola Mandragola si chiama.
La cagion voi vedrete Nel recitarla, come io m'indovino.
Non è il componitor di molta fama.
Pur se voi non ridete, Egli è contento di pagarvi el vino.
Uno amante meschino, Un dottor poco astuto, Un frate mal vissuto, Un parassito di malizia el cucco, Fien questo giorno el vostro badalucco.
E se questa materia non è degna, Per esser pur leggieri, D'un uom che voglia parer saggio e grave, Scusatelo con questo, che s'ingegna Con questi van pensieri Fare il suo triste tempo più suave, Per ch'altrove non have Dove voltare el viso; Che gli è stato interciso Mostrar con altre imprese altra virtue, Non sendo premio alle fatiche sue.
El premio che si spera è, che ciascuno Si sta da canto e ghigna, Dicendo mal di ciò che vede o sente.
Di qui depende, sanza dubbio alcuno, Che per tutto traligna Da l'antica virtù el secol presente; Imperò che la gente, Vedendo ch'ognun biasma, Non s'affatica e spasma Per far, con mille suoi disagi, un'opra Che 'l vento guasti, o la nebbia ricuopra.
Pur se credesse alcun, dicendo male, Tenerlo pe' capegli, E sbigottirlo, o ritirarlo in parte, Io lo ammunisco, e dico a questo tale Che sa dir male anch'egli, E come questa fu la sua prim'arte; E come in ogni parte Del mondo, ove el sì suona, Non istima persona, Ancor che faccia il sergieri a colui, Che può portar miglior mantel di lui.
Ma lasciam pur dir male a chiunque vuole.
Torniamo al caso nostro, Acciò che non trapassi troppo l'ora.
Far conto non si de' delle parole, Né stimar qualche mostro, Che non sa forse s'e' si è vivo ancora.
Callimaco esce fuora E Siro con seco ha Suo famiglio, e dirà L'ordin di tutto.
Stia ciascuno attento, Né per ora aspettate altro argumento.
CALLIMACO. SIRO. MESSER NICIA. LIGURIO. SOSTRATA. FRATE TIMOTEO. UNA DONNA. LUCREZIA.
La scena è in Firenze.
[I. 1.]
CALLIMACO e SIRO, interlocutori.
Ca. Siro, non ti partire, i' ti voglio un poco.
Si. Eccomi.
Ca. Io credo che tu ti maravigliassi della mia subita partita da Parigi, ed ora ti maravigli, send' io stato qui già un mese senza fare alcuna cosa.
Si. Voi dite el vero.
Ca.
Se io non ti ho detto infino a qui quello che io ti dirò, non è stato per non mi fidare di te, ma per iudicare le cose che l'uomo vuole non si sappino, sia bene non le dire, se non forzato.
Pertanto, pensando io avere bisogno dell'opera tua, ti voglio dire el tutto.
Si.
Io vi son servidore; e' servi non debbono mai domandare e' padroni d'alcuna cosa, né cercare alcuno loro fatto, ma quando per loro medesimi le dicono, debbono servirgli con fede, e cosi ho fatto, e son per fare io.
Già lo so.
Io credo tu mi abbi sentito dire mille volte, ma e' non importa che tu lo intenda mille una, come io avevo dieci anni, quando da e' mia tutori, sendo mio padre e mia madre morti, io fui mandato a Parigi, dove io sono stato venti anni.
E perché in capo di dieci cominciorno, per la passata del re Carlo, le guerre in Italia, le quale ruinorno quella provincia, deliberai di vivermi a Parigi, e non mi ripatriare mai, giudicando potere in quel luogo vivere più sicuro che qui.
Si. Egli è cosi.
Ca. E commesso di qua che fussino venduti tutti e' mia beni, fuora che la casa, mi ridussi a vivere quivi, dove son stato dieci altr'anni con una felicità grandissima…...
Sì. Io lo so.
Avendo compartito el tempo parte alli studii, parte a' piaceri, e parte alle faccende; e in modo mi travagliavo in ciascuna di queste cose, che l'una non mi impediva la via dell'altra.
E per questo, come tu sai, vivevo quietissimamente, giovando a ciascuno e ingegnandomi di non offendere persona; tal che mi pareva di essere grato a' borghesi, a' gentiluomini, al forestiero, al terrazzano, al povero, al ricco.
Si. Egli è la verità.
Ca. Ma parendo alla Fortuna che io avessi troppo bel tempo, fece che capitò a Parigi un Cammillo Calfucci.
Si. Io comincio a indovinarmi del male vostro.
Costui, come gli altri Fiorentini, era spesso convitato da me, e nel ragionare insieme, accadde un giorno che noi venimmo in disputa, dove erano più belle donne, o in Italia, o in Francia.
E perché io non potevo ragionare delle Italiane, sendo si piccolo quando mi partii, alcuno altro Fiorentino, che era presente, prese la parte franzese, e Cammillo la italiana; e dopo molte ragione assegnate da ogni parte, disse Cammillo, quasi che irato, che se tutte le donne italiane fussino mostri, che una sua parente era per riavere l'onore loro.
Si. Io son or chiaro di quello che voi volete dire.
E nominò madonna Lucrezia, moglie di Messer Nicia Calfucci, alla quale dette tante laudi e di bellezze e di costumi, che fece restare stupidi qualunche di noi; e in me destò tanto desiderio di vederla, che io, lasciato ogni altra deliberazione, né pensando più alle guerre o alla pace di Italia, mi messi a venire qui, dove arrivato ho trovato la fama di madonna Lucrezia essere minore assai che la verità, il che occorre rarissime volte, e sommi acceso in tanto desiderio d'essere seco che io non truovo loco.
Si. Se voi me ne avessi parlato a Parigi, io saprei che consigliarvi; ma ora non so io che mi vi dire.
Ca. Io non ti ho detto questo per voler tua consigli, ma per sfogarmi in parte, e perché tu prepari l'animo ad aiutarmi, dove el bisogno lo ricerchi.
Si. A cotesto son io paratissimo; ma che speranza ci avete voi?
Ahimé! nessuna, o poche.
E dicoti: in prima mi fa guerra la natura di lei, che è onestissima, e al tutto aliena dalle cose d'amore; avere el marito ricchissimo, e che al tutto si lascia governare da lei, e se non è giovane, non è al tutto vecchio, come pare; non avere parenti o vicini con chi ella convenga ad alcuna vegghia, o festa, o ad alcuno altro piacere, di che si sogliono delettare le giovani.
Delle persone meccaniche, non gliene capita a casa nessuna, non ha fante, né famiglio che non tremi di lei: in modo che non ci è luogo di alcuna corruzione.
Si. Che pensate adunque potere fare?
E' non è mai alcuna cosa si desperata, che non vi sia qualche via da poterne sperare; e benché la fussi debole e vana, e la voglia e il desiderio che l'uomo ha di condurre la cosa, non la fa parere cosi.
Si. In fine, e che vi fa sperare?
Dua cose: l'una la semplicità di Messer Nicia, che benché sia dottore, egli è el più semplice e il più sciocco uomo di Firenze; l'altra la voglia che lui e lei hanno di avere figliuoli, che, sendo stata sei anni a marito, e non avendo ancor fatti, ne hanno, sendo ricchissimi, un desiderio che muoiono.
Una terza ci è, che la sua madre è stata buona compagna, ma l'è ricca, tale che io non so come governarmene.
Si. Avete voi per questo tentato per ancora cosa alcuna?
Ca. Si ho, ma piccola cosa.
Si. Come?
Tu conosci Ligurio, che viene continuamente a mangiar meco.
Costui fu già sensale di matrimonii, dipoi s'è dato a mendicare cene e desinari.
E perché egli è piacevole uomo, Messer Nicia tien con lui una stretta dimestichezza, Ligurio l'uccella; e benché noi meni a mangiare seco, li presta alle volte danari.
Io me lo son fatto amico, e li ho comunicato il mio amore; lui mi ha promesso d'aiutarmi con le mane e co' piè.
Si. Guardate che non v'inganni: questi pappatori non sogliono avere molta fede.
Egli è el vero.
Nondimeno, quando una cosa fa per uno, si ha a credere quando tu gliene comunichi, che ti serva con fede.
Io gli ho promesso, quando e' riesca, donargli buona somma di danari; quando non riesca, ne spicca un desinare e una cena, che ad ogni modo non mangerei solo.
Si. Che ha egli promesso infino a qui di fare?
Ca. Ha promesso di persuadere a Messere Nicia che vada con la sua donna al bagno in questo maggio.
Si. Che è a voi cotesto?
Che è a me? Potrebbe quel luogo farla diventare d'un'altra natura, perché in simili lati non si fa se non festeggiare.
E io me ne andrei là, e vi condurrei di tutte quelle ragioni piaceri, che io potessi, né lascerei indrieto alcuna parte di magnificenzia; fare' mi familiare suo e del marito.
Che so io? Di cosa nasce cosa, e il tempo la governa.
Si. E' non mi dispiace.
Ca. Ligurio si partì questa mattina da me, e disse che sarebbe con Messer Nicia sopra questa cosa, e me ne risponderebbe.
Si. Eccoli di qua insieme.
Ca. Io mi vo' tirare da parte, per essere a tempo a parlare con Ligurio quando si spicca dal dottore. Tu intanto ne va in casa alle tue faccende, e se io vorrò che facci cosa alcuna, io tel dirò.
Si. Io vo.
[I. 2]
MESSER NICIA, LIGURIO.
Ni. Io credo ch'e' tua consigli sien buoni, e parla'ne iersera con la donna. Disse che mi risponderebbe oggi; ma a dirti el vero, io non ci vo di buone gambe.
Li. Perché?
Ni.
Perché io mi spicco mal volentieri da bomba.
Dipoi a avere a travasare moglie, fante, masserizie, ella non mi quadra.
Oltra di questo, io parlai iersera a parecchi medici.
L'uno dice che io vada a San Filippo, l'altro alla Porretta, l'altro alla Villa; e' mi parvono parecchi uccellacci; e a dirti el vero, questi dottori di medicina non sanno quello che si pescano.
Li. E' vi debbe dare briga quel che voi dicesti prima, perché voi non siete uso a perdere la Cupola di veduta.
Tu erri.
Quando io era più giovane, io son stato molto randagio.
E non si fece mai la fiera a Prato, ch'io non vi andassi, e non ci è castel veruno all'intorno, dove io non sia stato; e ti vo' dire più là: io sono stato a Pisa e a Livorno, o va.
Li. Voi dovete avere veduto la carrucola di Pisa.
Ni. Tu vuo' dire la Verrucola.
Li. Ah! sì, la Verrucola. A Livorno vedesti voi el mare?
Ni. Ben sai, che io il vidi.
Li. Quanto è egli maggiore che Arno?
Ni. Che Arno? Egli è per quattro volte, per più di sei, per più di sette, mi farai dire: e non si vede se non acqua, acqua, acqua.
Li. Io mi maraviglio adunque, avendo voi pisciato in tanta neve, che voi facciate tanta difficultà d'andare al bagno.
Tu hai la bocca piena di latte.
E' ti pare a te una favola avere a sgominare tutta la casa? Pure io ho tanta voglia d'avere figliuoli, che io son per fare ogni cosa.
Ma parlane un poco tu con questi maestri; vedi dove e' mi consigliassino che io andassi; e io sarò intanto con la donna, e ritroverrenci.
Li. Voi dite bene.
[I. 3]
LIGURIO, CALLIMACO.
Li.
Io non credo che sia nel mondo el più sciocco uomo di costui; e quanto la fortuna lo ha favorito! Lui ricco, lui bella donna, savia, costumata ed atta a governare un regno.
E parmi che rare volte si verifichi quel proverbio ne' matrimonii che dice: Dio fa gli uomini, e' si appaiano; perché spesso si vede uno uomo ben qualificato sortire una bestia, e per avverso una prudente donna avere un pazzo.
Ma della pazzia di costui se ne cava questo bene, che Callimaco ha che sperare.
Ma eccolo.
Che vai tu appostando, Callimaco?
Ca. Io ti aveva veduto col dottore, e aspettavo che tu ti spiccassi, da lui per intendere quello avevi fatto.
Egli è uno uomo della qualità che tu sai, di poca prudenzia, di meno animo; e partesi mal volentieri da Firenze.
Pure io ce l'ho riscaldato, e mi ha detto infine che farà ogni cosa.
E credo che, quando e' ci piaccia questo partito, che noi ve lo condurremo; ma io non so se noi ci faremo el bisogno nostro.
Ca. Perché?
Che so io? Tu sai che a questi bagni va d'ogni qualità gente, e potrebbe venirvi uomo a chi madonna Lucrezia piacesse come a te, che fussi ricco più di te, che avessi più grazia di te; in modo che si porta pericolo di non durare questa fatica per altri, e che intervenga che la copia de' concorrenti la faccino più dura, o che dimesticandosi, la si volge ad un altro, e non a te.
Io conosco che tu di' el vero.
Ma come ho a fare? Che partito ho a pigliare? Dove mi ho a volgere? A me bisogna tentare qualche cosa, sia grande, sia periculosa, sia dannosa, sia infame.
Meglio è morire che vivere così.
Se io potessi dormire la notte, se io potessi mangiare, se io potessi conversare, se io potessi pigliare piacere di cosa veruna, io sarei più paziente ad aspettare el tempo; ma qui non ci è rimedio, e se io non son tenuto in speranza da qualche partito, io mi morrò in ogni modo; e veggendo di avere a morire, non sono per temere cosa alcuna, ma per pigliare qualche partito bestiale, crudo, nefando.
Li. Non dir cosi, raffrena cotesto impeto dell'animo.
Tu vedi bene che per raffrenarlo io mi pasco di simili pensieri.
E però è necessario o che noi seguitiamo di mandare costui al bagno, o che noi entriamo per qualche altra via, che mi pasca d'una speranza, se non vera, falsa almeno, per la quale io mi nutrisca un pensiero che mitighi in parte tanti mia affanni.
Li. Tu hai ragione, e io son per farlo.
Io lo credo, ancora che io sappia ch'e' pari tuoi vivono d'uccellare li uomini.
Nondimanco, io non ti credo essere in quel numero, perché quando tu il facessi ed io me ne avvedessi, cercherei di valermene, e perderesti ora l'uso della casa mia, e la speranza d'avere quello che per lo avvenire t'ho promesso.
Non dubitare della fede mia, che quando e' non ci fussi l'utile che io sento, e che io spero, ci è che 'l tuo sangue si affà col mio, e desidero che tu adempia questo tuo desiderio presso a quanto tu.
Ma lasciamo ire questo.
El dottore mi ha commesso che io truovi un medico e intenda a quale bagno sia bene andare.
Io voglio che tu faccia a mio modo, e questo è che tu dica di avere studiato in medicina, e abbi fatto a Parigi qualche sperienza; lui è per crederlo facilmente per la semplicità sua, e per essere tu litterato e poterli dire qualche cosa in grammatica.
Ca. A che ci ha a servir cotesto?
Li. Serviracci a mandarlo a qual bagno noi vorremo, ed a pigliare qualche altro partito che io ho pensato, che sarà più corto, più certo, più riuscibile che'l bagno.
Ca. Che di' tu?
Dico che se tu arai animo e se tu confiderai in me, io ti do questa cosa fatta innanzi che sia domani questa otta.
E quando e' fussi uom che non è, da ricercare se tu se' o non se' medico, la brevità del tempo, la cosa in sé farà che non ne ragionerà, o che non sarà a tempo a guastarci el disegno, quando bene e' ne ragionassi.
Ca. Tu mi risusciti. Questa è troppa gran promessa, e pascimi di troppa grande speranza. Come farai?
Tu el saperrai quando e' fia tempo; per ora non occorre che io te lo dica, perché el tempo ci mancherà a fare nonché a dire.
Tu vanne in casa e quivi mi aspetta, e io anderò a trovare el dottore; e se io lo conduco a te, andrai seguitando el mio parlare e accomodandoti a quello.
Ca. Cosi farò, ancora che tu mi riempia d'una speranza che io temo non se ne vada in fumo.
Canzone.
Chi non fa prova, Amore, Della tua gran possanza, indarno spera Di far mai fede vera Qual sia del cielo il più alto valore; Né sa come si vive insieme, e muore, Come si segue il danno e 'l ben si fugge, Come s'ama sé stesso Men d'altrui, come spesso Timore e speme i cuori agghiaccia e strugge; Né sa come ugualmente uomini e dei Paventan l'arme di che armato siei.
[II, l].
LIGURIO, MESSER NICIA, [SIRO].
Come io vi ho detto, io credo che Dio ci abbi mandato costui, perché voi adempiate il desiderio vostro.
Egli ha fatto a Parigi esperienzie grandissime, e non vi maravigliate se a Firenze e' non ha fatto professione dell'arte; che n'è suto cagione prima per esser ricco, secondo perché egli è ad ogni ora per tornare a Parigi.
Ni. Ormai frate sì, cotesto bene importa; perché io non vorrei che mi mettessi in qualche leccieto e poi mi lasciassi in sulle secche.
Li. Non dubitate di cotesto; abbiate solo paura che non voglia pigliare questa cura; ma se la piglia, e' non è per lasciarvi infino che non ne vede el fine.
Ni. Di cotesta parte i' mi vo' fidare di te; ma della scienzia, io ti dirò ben io, come io li parlo, s'egli è uom di dottrina, perché a me non venderà egli vesciche.
E perché io vi conosco, vi meno io a lui, acciò gli parliate.
E se, parlato gli avrete, e' non vi pare per presenzia, per dottrina, per lingua, uno uomo da metterli il capo in grembo, dite che io non sia desso.
Ni. Or sia, al nome dell'Agnol santo, andiamo. Ma dove sta egli?
Li. Sta in su questa piazza, in quell'uscio che voi vedete a dirimpetto a voi.
Ni. Sia con buona ora.
Li. Ecco fatto.
Si. Chi è?
Li. Evvi Callimaco?
Si. Si, è.
Ni. Che non di' tu maestro Callimaco?
Li. E' non si cura di simil baie.
Ni. Non dire cosi, fa il tuo debito, e se l'ha per male, scingasi.
[II, 2].
CALLIMACO, MESSER NICIA, LIGURIO.
Ca. Chi è quello che mi vuole?
Ni. Bona dies, domine magister.
Ca. Et vobis bona, domine doctor.
Li. Che vi pare?
Ni. Bene, alle guagnele!
Li. Se voi volete ch'io stia qui con voi, voi parlerete in modo che io v'intenda, altrimenti noi faremo duo fuochi.
Ca. Che buone faccende?
Ni. Che so io? Vo cercando due cose che un altro per avventura fuggirebbe: questo è di dare briga a me e ad altri. Io non ho figliuoli, e vorrene, e per aver questa briga vengo a dare impaccio a voi.
A me non fia mai discaro fare piacere a voi, ed a tutti li uomini virtuosi e da bene come voi; e non mi son a Parigi affaticato tanti anni per imparare, per altro, se non per potere servire a' pari vostri.
Gran mercé; e quando voi avessi bisogno dell'arte mia, io vi servirei volentieri.
Ma torniamo ad rem nostram.
Avete voi pensato che bagno fussi buono a disporre la donna mia ad impregnare? Ch'io so che qui Ligurio vi ha detto quello che vi s'abbia detto.
Egli è la verità; ma a volere adempiere il desiderio vostro, è necessario sapere la cagione della sterilità della donna vostra, perché le possono essere più cagioni.
Nam causae sterilitatis sunt: aut in semine, aut in matrice, aut in strumentis seminariis, aut in virga, aut in causa exstrinseca.
Ni. Costui è il più degno uomo che si possa trovare.
Ca. Potrebbe oltre di questo causarsi questa sterilità da voi per impotenzia; e quando questo fussi, non ci sarebbe rimedio alcuno.
Ni. Impotente io? Oh! voi mi farete ridere! Io non credo che sia el più ferrigno ed il più rubizzo uomo in Firenze di me.
Ca. Se cotesto non è, state di buona voglia che noi vi troveremo qualche rimedio.
Ni. Sarebbeci egli altro rimedio ch'e' bagni? Perché io non vorrei quel disagio, e la donna uscirebbe di Firenze mal volentieri.
Li. Sì, sarà, io vo' rispondere io. Callimaco è tanto rispettivo, che è troppo. Non mi avete voi detto di sapere ordinare certa pozione, che indubbiamente fa ingravidare?
Ca. Sì ho. Ma io vo ritenuto con li uomini che io non conosco, perché io non vorrei mi tenessino un cerretano.
Ni. Non dubitate di me, perché voi mi avete fatto maravigliare di qualità che non è cosa che io non credessi o facessi per le vostre mane.
Li. Io credo che bisogni che voi veggiate el segno.
Ca. Senza dubbio, e non si può fare di meno.
Li. Chiama Siro, che vada col dottore a casa per esso, e torni qui; e noi l'aspetteremo in casa.
Ca. Siro, va con lui. E se vi pare, Messer, tornate qui subito, e penseremo a qualche cosa di buono.
Ni. Come, se mi pare? Io tornerò qui in uno stante, che ho più fede in voi che gli Ungheri nelle spade.
[II, 3].
MESSER NICIA, SIRO.
Ni. Questo tuo padrone è un gran valente uomo.
Si. Più che voi non dite.
Ni. Il re di Francia ne de' fare conto.
Si. Assai.
Ni. E per questa cagione e' debbe stare volentieri in Francia.
Si. Così credo.
E fa molto bene.
In questa terra non ci è se non cacastecchi; non ci s'apprezza virtù alcuna.
S'egli stessi qua, non ci sarebbe uomo che lo guardassi in viso.
Io ne so ragionare, che ho cacato le curatelle per imparar due hac; e se io ne avessi a vivere io starei fresco, ti so dire.
Si. Guadagnate voi l'anno cento ducati?
Non cento lire, non cento grossi, o va.
E questo è, che chi non ha lo stato in questa terra, de' nostri pari, non truova cane che gli abbai, e non siamo buoni ad altro, che andare a' mortori, o alle ragunate d'un mogliazzo, o a starci tutto di in sulla panca del Proconsolo a donzellarci.
Ma io ne li disgrazio, io non ho bisogno di persona; cosi stessi chi sta peggio di me.
Non vorrei però che le fussino mia parole, ch'io arei di fatto qualche balzello, o qualche porro di drieto, che mi farebbe sudare.
Si. Non dubitate.
Ni. Noi siamo a casa; aspettami qui, io tornerò ora.
Si. Andate.
[II, 4].
SIRO solo.
Se gli altri dottori fussino fatti come costui, noi faremmo a' sassi pe' forni; che sì, che questo tristo di Ligurio, e questo impazzato di questo mio padrone, lo conducono in qualche luogo, che gli faranno vergogna? E veramente io lo desidererei, quando io credessi che non si risapessi; perché risapendosi, io porto pericolo della vita, el padrone della vita e della roba.
Egli è già diventato medico; non so io che disegno el fia in loro, e dove si tenda questo loro inganno.
Ma ecco el dottore che ha un orinale in mano; chi non riderebbe di questo uccellaccio?
[II, 5].
NICIA, SIRO.
Io ho fatto d'ogni cosa a tuo modo; di questo vo' io che tu facci a mio.
S'io credevo non avere figliuoli, io arei preso più tosto per moglie una contadina.
Che se' costì, Siro? Viemmi dietro.
Quanta fatica ho io durata a fare che questa monna sciocca mi dia questo segno; e non è dire che la non abbi caro di fare figliuoli, che la ne ha più pensiero di me; ma come io le vo' far fare nulla, egli è una storia.
Si. Abbiate pazienzia; le donne si sogliono con le buone parole condurre dove altri vuole.
Ni. Che buone parole? Che mi ha fracido. Va ratto, di' al maestro ed a Ligurio che io son qui.
Si. Eccogli che vengon fuori.
[II, 6].
LIGURIO, CALLIMACO, MESSER NICIA.
Li. El dottore fia facile a persuadere; la difficultà fia la donna, ed a questo non ci mancherà modo.
Ca. Avete voi el segno? Ni. E' l'ha Siro sotto.
Ca. Dallo qua. Oh! questo segno mostra debilità di rene.
Ni. E' mi par torbidiccio; e pur l'ha fatto or ora.
Non ve ne maravigliate.
Nam mulieris urinae sunt semper maioris glossitiei et albedinis, et minoris pulchritudinis, qaam virorum.
Huius autem, in caetera, causa est amplitudo canalium, mixtio eorum quae ex matrice exeunt cum urina.
Ni. O, u, potta di san Puccio! Costui mi raffinisce tra le mani; guarda come ragiona bene di queste cose.
Ca. Io ho paura che costei non sia la notte mal coperta, e per questo fa l'orina cruda.
Ni. Ella tien pur addosso un buon coltrone; ma la sta quattro ore ginocchioni a infilzar paternostri innanzi che la se ne venghi al letto, ed è una bestia a patire freddo.
Infine, dottore, o voi avete fede in me, o no; o io vi ho a insegnare un rimedio certo, o no.
Io per me el rimedio vi darò.
Se voi avrete fede in me, voi lo piglierete, e se oggi a uno anno la vostra donna non ha un suo figliuolo in braccio, io voglio avervi a donare dumila ducati.
Dite pure, che io son per farvi onore di tutto, e per credervi più che al mio confessore.
Voi avete a intendere questo, che non è cosa più certa a ingravidare una donna, che darli bere una pozione fatta di mandragola.
Questa è una cosa esperimentata da me due paria di volte, e trovata sempre vera; e se non era questo, la Reina di Francia sarebbe sterile, e infinite altre principesse di quello Stato.
Ni. È egli possibile?
Ca. Egli è come io vi dico. E la fortuna vi ha in tanto voluto bene, che io ho condotto qui meco tutte quelle cose che in quella pozione si mettono, e potete averle a vostra posta.
Ni. Quando l'arebbe ella a pigliare?
Ca. Questa sera dopo cena, perché la luna è ben disposta, e el tempo non può essere più appropriato.
Ni. Cotesta non fia molto gran cosa. Ordinatela in ogni modo; io gliene farò pigliare.
Ca. E' bisogna ora pensare a questo: che quell'uomo che ha prima a fare seco, presa che l'ha cotesta pozione, muore infra otto giorni, e non lo camperebbe el mondo.
Ni. Cacasangue! io non voglio cotesta suzzacchera; a me non l'appiccherai tu. Voi mi avete concio bene.
Ca. State saldo, e' ci è remedio.
Ni. Quale?
Ca. Fare dormire subito con lei un altro che tiri, standosi seco una notte, a sé tutta quella infezione della mandragola. Dipoi vi iacerete voi senza periculo. Ni. Io non vo' far cotesto.
Ni. Perché io non vo' far ia mia donna femmina, e me becco.
Ca. Che dite voi, dottore? Oh, io non v' ho per savio come io credetti. Si che voi dubitate di fare quello che ha fatto el re di Francia e tanti signori quanti sono là?
Li. Chi volete voi ch'io truovi che facci cotesta pazzia? Se io gliene dico, e' non vorrà; se io non gliene dico, io lo tradisco, ed è caso da Otto; io non ci voglio capitare sotto male.
Ca. Se non vi dà briga altro che cotesto, lasciatene la cura a me.
Ni. Come si farà?
Dirovvelo: io vi darò la pozione questa sera dopo cena; voi gliene darete bere, e subito la metterete nel letto, che fieno circa a quattro ore di notte.
Dipoi ci travestiremo, voi, Ligurio, Siro ed io, e andrencene cercando in Mercato Nuovo, in Mercato Vecchio, per questi canti; e il primo garzonaccio che noi troviamo scioperato, lo imbavaglieremo, e a suon di mazzate lo condurremo in casa, e in camera vostra al buio.
Quivi lo metteremo nel letto, direngli quello che abbia a fare, né ci fia difficultà veruna.
Dipoi, la mattina, ne manderete colui innanzi di, farete lavare la vostra donna, starete con lei a vostro piacere e senza pericolo.
Io son contento, poi che tu di' che e re e principi e signori hanno tenuto questo modo; ma sopra a tutto che non si sappia per amore degli Otto.
Ca. Chi volete voi che 'l dica?
Ni. Una fatica ci resta, e d'importanza.
Ca Quale?
Ni. Farne contenta mogliema, a che io non credo che la si disponga mai.
Ca. Voi dite el vero. Ma io non vorrei innanzi essere marito, se io non la disponessi a fare a mio modo.
Li. Io ho pensato el rimedio.
Ni. Come?
Li. Per via del confessoro.
Ca. Chi disporrà el confessoro?
Li. Tu, io, e' danari, la cattività nostra, loro.
Ni. Io dubito, che altro che per mio detto la non voglia ire a parlare al confessoro.
Li. Ed anche a cotesto è remedio.
Ca. Dimmi!
Li. Farvela condurre alla madre.
Ni. La le presta fede.
Ed io so che la madre è della opinione nostra.
Orsù, avanziamo tempo, che si fa sera.
Vatti, Callimaco, a spasso, e fa che alle dua ore noi ti troviamo in casa con la pozione ad ordine.
Noi n'andremo a casa la madre, el dottore ed io, a disporla, perché è mia nota.
Poi n'andremo al frate, e vi ragguaglieremo di quello che noi aremo fatto.
Deh! non mi lasciare solo.
Li. Tu mi pari cotto.
Ca. Dove vuoi tu che io vada ora?
Li. Di là, di qua, per questa via, per quell'altra; egli è si grande Firenze.
Ca. Io son morto.
Quanto felice sia ciascun sel vede, Chi nasce sciocco ed ogni cosa crede.
Ambizione nol preme, Non muove il timore, Che sogliono esser seme Di noia e di dolore.
Questo vostro dottore, Bramando aver figliuoli, Crederia ch'un asin voli; E qualunque altro ben posto ha in oblio E solo in questo ha posto il suo desìo.
[III. 1]
SOSTRATA, MESSER NICIA, LIGURIO.
So.
Io ho sempre mai sentito dire che egli è uffizio d'un prudente pigliare de' cattivi partiti el migliore.
Se ad avere figliuoli voi non avete altro rimedio, e questo si vuole pigliarlo, quando e' non si gravi la coscienza.
Ni. Egli è cosi.
Li. Voi ve ne andrete a trovare la vostra figliuola, e Messere ed io andremo a trovare fra Timoteo suo confessore, e narreremgli el caso, acciò che non abbiate a dirlo. Voi vedrete quello che vi dirà.
So. Cosi sarà fatto. La via vostra è di costà; e io vo a trovare la Lucrezia, e la merrò a parlare al frate ad ogni modo.
[III. 2]
Ni. Tu ti maravigli forse, Ligurio, che bisogni fare tante storie a disporre mogliema; ma se tu sapessi ogni cosa, tu non te ne maraviglieresti.
Li. Io credo che sia, perché tutte le donne son sospettose.
Non è cotesto.
Ell'era la più dolce persona del mondo e la più facile; ma sendole detto da una sua vicina, che s'ella si botava di udire quaranta mattine la prima messa de' Servi, che la impregnerebbe, la si botò, e andovvi forse venti mattine.
Ben sapete che un di quei fratacchioni li cominciorno a dare datorno, in modo che la non vi volse più tornare.
Egli è pure male però, che quelli che ci arebbono a dare buoni esempli, sien fatti cosi.
Non dich'io el vero?
Li. Come diavolo, se egli è vero!
Ni. Da quel tempo in qua ella sta in orecchi come la lepre; e come se le dice nulla, ella vi fa drento mille difficultà.
Li. Io non mi maraviglio più; ma quel boto come si adempié?
Ni. Fecesi dispensare.
Li. Sta bene. Ma datemi, se voi avete, venticinque ducati; ché bisogna in questi casi spendere, e farsi amico al frate presto, e dargli speranza di meglio.
Ni. Pigliali pure; questo non mi dà briga, io farò masserizia altrove.
Questi frati son trincati, astuti, ed è ragionevole, perchè e' sanno e' peccati nostri e' loro; e chi non è pratico con essi, potrebbe ingannarsi, e non gli sapere condurre a suo proposito.
Pertanto io non vorrei che voi nel parlare guastaste ogni cosa, perché un vostro pari, che sta tutto il dì nello studio, s'intende di quelli libri, e delle cose del mondo non sa ragionare.
(Costui è sì sciocco, che io ho paura non guastassi ogni cosa).
Ni. Dimmi quello che tu vuoi che io faccia.
Li. Che voi lasciate parlare a me, e non parliate mai, s'io non vi accenno.
Ni. Io son contento. Che cenno farai tu?
Li. Chiuderò un occhio, morderommi el labbro. Deh! no. Facciamo altrimenti. Quanto è egli che voi non parlaste al frate?
Ni. È più di dieci anni.
Li. Sta bene: Io gli dirò che voi siate assordato, e voi non risponderete, e non direte mai cosa alcuna, se noi non parliamo forte.
Ni. Così farò.
Li. Non vi dia briga che io dica qualche cosa che vi paia disforme a quello che noi vogliamo, perché tutto tornerà a proposito.
Ni. In buona ora.
[III. 3]
FRATE TIMOTEO, una DONNA.
Fra. Se voi vi volessi confessare, io farò ciò che voi volete.
Do. Non per oggi; io sono aspettata; e' mi basta essermi sfogata un poco così ritta ritta. Avete voi detto quelle messe della Nostra Donna?
Fra. Madonna sì.
Do.
Togliete ora questo fiorino, e direte dua mesi ogni lunedi la messa dei morti per l'anima del mio marito.
E ancora che fussi uno omaccio, pure le carne tirono; io non posso fare non mi risenta quando io me ne ricordo.
Ma credete voi che sia in purgatorio?
Fra. Senza dubbio.
Io non so già cotesto.
Voi sapete pure quello che mi faceva qualche volta.
Oh, quanto me ne dolsi io con esso voi.
Io me ne discostavo quanto io poteva; ma egli era si importuno.
Uh! nostro Signore.
Fra. Non dubitate, la clemenzia di Dio è grande; se non manca all'uom la voglia, non gli manca mai el tempo a pentirsi.
Do. Credete voi che 'l Turco passi questo anno in Italia?
Fra. Se voi non fate orazione, sì.
Do. Naffe! Dio ci aiuti con queste diavolerie: io ho una gran paura di quello impalare. Ma io veggo qua in chiesa una donna che ha certa accia di mio; io vo' ire a trovarla. Frate, col buon di.
Fra. Andate sana.
[III. 4]
FRATE TIMOTEO, MESSER NICIA.
Fra.
Le più caritative persone che sieno son le donne, e le più fastidiose.
Chi le scaccia, fugge e' fastidii e l'utile; chi le intrattiene ha l'utile e' fastidii insieme.
Ed è el vero che non è il mele sanza le mosche.
Che andate voi facendo, uomini da bene? Non riconosco io Messer Nicia?
Li. Dite forte, ché egli è in modo assordato che non ode più nulla.
Fra. Voi siate el ben venuto, messere.
Li. Più forte.
Fra. El ben venuto.
Ni. El ben trovato, padre!
Fra. Che andate voi facendo?
Ni. Tutto bene.
Li. Volgete el parlare a me, padre, perché voi, a volere che vi intendessi, aresti a mettere a romore questa piazza.
Fra. Che volete voi da me?
Li. Qui Messere Nicia e un altro uom da bene, che voi intenderete poi, hanno a fare distribuire in limosine parecchi centinaia di ducati.
Ni. Cacasangue!
Li. (Tacete in malora, e' non fien molti). Non vi maravigliate, padre, di cosa che dica, ché non ode, e pargli qualche volta udire, e non risponde a proposito.
Fra. Seguita pure, e lasciali dire ciò che vuole.
Li. De' quali danari io ne ho una parte meco, ed hanno disegnato, che voi siate quello che le distribuiate.
Fra. Molto volentieri.
Li. Ma egli è necessario, prima che questa limosina si faccia, che voi ci aiutate d'un caso strano intervenuto a Messere, e solo voi potete aiutare, dove ne va al tutto l'onore di casa sua.
Fra. Che cosa è?
Li. Io non so se voi conosceste Cammillo Calfucci, nipote qui di messere.
Fra. Si conosco.
Costui n'andò per certe sua faccende uno anno fa in Francia; e non avendo donna, che era morta, lasciò una sua figliuola da marito in serbanza in uno munistero, del quale non accade dirvi ora el nome.
Fra. Che è seguito?
È seguito, che o per stracurataggine delle monache o per cervellinaggine della fanciulla, la si truova gravida di quattro mesi; di modo che, se non si ripara con prudenza, el dottore, le monache, la fanciulla, Cammillo, la casa de' Calfucci è vituperata; ed il dottore stima tanto questa vergogna, che s'è botato, quando la non si palesi, dare trecento ducati per l'amore di Dio.
Ni. Che chiacchiera!
Li.(State cheto). E daragli per le vostre mane, e voi solo e la badessa ci potete rimediare.
Fra. Come?
Li. Persuadere alla badessa, che dia una pozione alla fanciulla per farla sconciare.
Fra. Cotesta è cosa da pensarla.
Guardate, nel fare questo, quanti beni ne resulta.
Voi mantenete l'onore al monistero, alla fanciulla, a' parenti, rendete al padre una figliuola, satisfate qui a messere, a tanti sua parenti, fate tante elemosine quante con questi trecento ducati potete fare; e dall'altro canto voi non offendete altro che un pezzo di carne non nata, senza senso, che in mille modi si può sperdere; ed io credo che quello sia bene, che facci bene a' più, e che e' più se ne contentino.
Sia col nome di Dio.
Faccisi ciò che volete, e per Dio e per carità sia fatto ogni cosa.
Ditemi el munistero, datemi la pozione, e se vi pare, cotesti danari, da potere cominciare a fare qualche bene.
Or mi parete voi quello religioso che io credevo che voi fussi.
Togliete questa parte dei danari.
El munistero è…...
Ma aspettate, egli è qua in chiesa una donna che m'accenna; io torno ora ora, non vi partite da Messer Nicia, io le vo' dire dua parole.
[III. 5]
FRATE, NICIA.
Fra. Questa fanciulla che tempo ha?
Ni. Io strabilio.
Fra. Dico, quanto tempo ha questa fanciulla?
Ni. Mal che Dio li dia.
Fra. Perché?
Ni. Perché e' se lo abbia.
Fra. E' mi par essere nel gagno. Io ho a fare con un pazzo e con un sordo. L'un si fugge, l'altro non ode. Ma se questi non sono quarteruoli, io ne farò meglio di loro. Ecco Ligurio, che torna in qua.
[III. 6]
LIGURIO, FRATE, NICIA.
Li. State cheto, Messere; oh, io ho la gran nuova, padre!
Fra. Quale?
Li. Quella donna con chi io ho parlato, mi ha detto che quella fanciulla si è sconcia per sé stessa.
Fra. Bene, questa limosina andrà alla Grascia.
Li. Che dite voi?
Fra. Dico che voi tanto più doverrete fare questa limosina.
Li. La limosina si farà, quando voi vogliate; ma e' bisogna, che voi facciate un'altra cosa in benefizio qui del dottore.
Li. Cosa di minor carico, di minore scandolo, più accetta a noi, più utile a voi.
Fra. Che è? Io son in termine con voi, e parmi avere contratta tale dimestichezza, che non è cosa che io non facessi.
Li. Io ve lo vo' dire in chiesa da me e voi, e el dottore fia contento di aspettare qui. Noi torniamo ora.
Ni. Come disse la botta all'erpice.
Fra. Andiamo.
[III. 7]
NICIA solo.
È egli di dì, o di notte? son io desto, o sogno? Son io imbriaco, e non ho beuto ancora oggi, per ire drieto a queste chiacchiere? Noi rimanghiam di dire al frate una cosa, e' ne dice un'altra; poi volle che io facessi el sordo, e bisognava che io m'impeciassi gli orecchi come el Danese, a volere che io non avessi udito le pazzie che egli ha dette, e Dio el sa a che proposito! lo mi truovo meno venticinque ducati, e del fatto mio non s'è ancora ragionato, ed ora m'hanno qui posto, come un zugo, a piuolo.
Ma eccogli che tornano, in malora per loro, se non hanno ragionato del fatto mio.
[III. 8]
FRATE, LIGURIO, NICIA.
Fra. Fate che le donne venghino. Io so quello che io ho a fare; e se l'autorità mia varrà, noi concluderemo questo parentado questa sera.
Lig. Messer Nicia, fra Timoteo è per fare ogni cosa. Bisogna vedere che le donne vengano.
Ni. Tu mi ricrei tutto quanto. Fia egli maschio?
Li. Maschio.
Ni. Io lacrimo per la tenerezza.
Fra. Andatevene in Chiesa, io aspetterò qui le donne. State in lato che le non vi vegghino; e partite che le fieno, vi dirò quello che l'hanno detto.
[III. 9]
FRATE TIMOTEO solo.
Io non so chi s'abbi giuntato l'un l'altro.
Questo tristo Ligurio ne venne a me con quella prima novella per tentarmi, acciò, se io non gliene consentiva, non mi arebbe detta questa, per non palesare e' disegni loro senza utile, e di quella che era falsa non si curavono.
Egli è vero che io ci sono stato giuntato; nondimeno questo giunto è con mio utile.
Messer Nicia e Callimaco son ricchi, e da ciascuno per diversi rispetti sono per trarre assai; la cosa conviene che stia segreta, perché l'importa cosi a loro a dirla, come a me.
Sia come si voglia, io non me ne pento.
È ben vero che io dubito non ci avere difficultà, perché madonna Lucrezia è savia e buona; ma io la giugnerò in sulla bontà.
E tutte le donne hanno poco cervello; e come n'è una che sappia dire dua parole, e' se ne predica, perché in terra di ciechi chi v'ha un occhio è signore.
Ed eccola con la madre, la quale è bene una bestia, e sarammi un grande aiuto a condurla alle mie voglie.
[III. 10]
SOSTRATA, LUCREZIA.
Io credo che tu creda, figliuola mia, che io stimi l'onore tuo quanto persona del mondo, e che io non ti consigliassi di cosa che non stessi bene.
Io t'ho detto e ridicoti, che se fra Timoteo ti dice che non ci sia carico di coscienza che tu lo faccia senza pensarvi.
La.
Io ho sempre mai dubitato, che la voglia che Messere Nicia ha d'avere figliuoli non ci faccia fare qualche errore: e per questo, sempre che lui mi ha parlato d'alcuna cosa, io ne sono stata in gelosia e sospesa, massime poi che m'intervenne quello voi sapete per andare a' Servi.
Ma di tutte le cose che si son tentate, questa mi pare la più strana, di avere a sottomettere el corpo mio a questo vituperio, ad essere cagione che un uomo muoia per vituperarmi; che io non crederei, se io fussi sola rimasa nel mondo, e da me avessi a risurgere l'umana natura, che mi fussi simile partito concesso.
So. Io non ti so dire tante cose, figliuola mia. Tu parlerai al frate, vedrai quello che ti dirà, e farai quello che tu dipoi sarai consigliata da lui, da noi e da chi ti vuole bene.
Lu. Io sudo per la passione.
[III. 11]
FRATE, LUCREZIA, SOSTRATA.
Voi siate le ben venute.
Io so quello che voi volete intendere da me, perché Messere Nicia m'ha parlato.
Veramente io son stato in su' libri più di due ore a studiare questo caso; e dopo molte esamine, io truovo di molte cose, che e in particulare e in generale fanno per noi.
La. Parlate voi davvero, o motteggiate?
Fra. Ah! madonna Lucrezia, son queste cose da motteggiare? Avetemi voi a conoscere ora?
La. Padre no; ma questa mi pare la più strana cosa che mai si udisse.
Madonna, io ve lo credo, ma io non voglio che voi diciate più cosi.
E' sono molte cose, che discosto paiano terribile, insopportabile, strane; e quando tu ti appressi loro, le riescono umane, sopportabile, dimestiche; e però si dice che sono maggiori li spaventi ch'e' mali; e questa è una di quelle.
La. Dio el voglia.
Io voglio tornare a quello che io diceva prima.
Voi avete, quanto alla coscienzia, a pigliare questa generalità, che dove è un ben certo e un male incerto, non si debbe mai lasciare quel bene per paura di quel male.
Qui è un bene certo, che voi ingraviderete, acquisterete una anima a Messer Domenedio; el male incerto è, che colui che iacerà dopo la pozione con voi, si muoia.
Ma e' si truova anche di quelli che non muoiono; ma perché la cosa è dubbia, però è bene che Messer Nicia non incorra in quel periculo.
Quanto all' atto che sia peccato, questo è una favola, perché la volontà è quella che pecca, non el corpo; e la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi li compiacete; pigliarne piacere, e voi ne avete dispiacere.
Oltra di questo, el fine se ha a riguardare in tutte le cose.
Il fine vostro si è riempiere una sedia in paradiso, contentare el marito vostro.
Dice la Bibbia, che le figliole di Lotto, credendosi essere rimase sole nel mondo, usarono con el padre; e perché la loro intenzione fu buona, non peccarono.
Lu. Che cosa mi persuadete voi?
So. Lasciati persuadere, figliuola mia. Non vedi tu che una donna che non ha figliuoli, non ha casa? Muorsi el marito, resta come una bestia abbandonata da ognuno.
Io vi giuro, madonna, per questo petto sacrato, che tanta coscienzia vi è ottemperare in questo caso al marito vostro, quanto vi è mangiare carne el mercoledì, che è un peccato, che se ne va con l'acqua benedetta.
Lu. A che mi conducete voi, padre?
Fra. Conducovi a cose, che voi sempre arete cagione di pregare Dio per me; e più vi satisfarà questo altro anno che ora.
So. Ella farà ciò che voi vorrete. Io la voglio mettere stasera al letto io. Di che hai tu paura, moccicona? E' c'è cinquanta donne in questa terra che ne alzerebbero le mani al cielo.
La. Io son contenta; ma non credo mai essere viva domattina.
Fra. Non dubitare, figliuola mia, io pregherò Dio per te, io dirò l'orazione dell'agnol Raffaello, che t'accompagni. Andate in buona ora, e preparatevi a questo misterio, che si fa sera.
So. Rimanete in pace, padre.
Lu. Dio m'aiuti e la nostra Donna, che io non capiti male.
[III. 12]
FRATE, LIGURIO, MESSER NICIA.
Fra. O Ligurio, uscite qua.
Li. Come va?
Fra. Bene. Le sono ite a casa disposte a fare ogni cosa, e non ci fia difficultà, perché la madre si andrà a stare seco, e vuolla mettere a letto lei.
Ni. Dite voi el vero?
Fra. Bembé, voi siete guarito del sordo.
Li. San Chimenti gli ha fatto grazia.
Fra. E' si vuol porvi una immagine per rizzarvi un poco di baccanella, acciò che io abbia fatto questo guadagno con voi.
Ni. Noi entriamo in cetere. Farà la donna difficultà di fare quel che io voglio?
Fra. Non, vi dico.
Ni. Io sono el più contento uomo del mondo.
Fra. Credolo. Voi vi beccherete un fanciullo maschio; e chi non ha non abbia.
Andate, frate, alle vostre orazioni, e se bisognerà altro, vi verreno a trovare.
Voi, Messere, andate a lei per tenerla ferma in questa opinione, e io andrò a trovare maestro Callimaco, che vi mandi la pozione; e all'una ora fate che io vi rivegga, per ordinare quello che si de' fare alle quattro.
Ni. Tu di' bene; addio.
Fra. Andate sani.
Sì suave è l'inganno Al fin condotto desiato e caro; Ch'altrui spoglia d'affanno, E dolce face ogni gustato amaro.
O rimedio alto e raro, Tu mostri il dritto calle all'alme erranti; Tu, col tuo gran valore, Nel far beato altrui fai ricco Amore, Tu vinci sol co' tuoi consigli santi Pietre, veneni e incanti.
[IV. 1]
CALLIMACO solo.
Io vorrei pure intendere quello che costoro hanno fatto.
Può egli essere che io non rivegga Ligurio? E non che le ventitré, le sono ventiquattro ore.
In quanta angustia d'animo sono io stato e sto! Ed è vero che la fortuna e la natura tiene el conto per bilancio: la non ti fa mai un bene, che all'incontro non surga un male.
Quanto più mi è cresciuta la speranza, tanto mi è cresciuto el timore.
Misero a me! Sarà egli mai possibile che io viva in tanti affanni e perturbato da questi timori e queste speranze? Io sono una nave vessata da due diversi venti, che tanto più teme quanto ella è più presso al porto.
La semplicità di Messere Nicia mi fa sperare, la providenzia e durezza di Lucrezia mi fa temere.
Oimé, che io non truovo requie in alcuno loco! Talvolta io cerco di vincere me stesso, riprendomi di questo mio furore, e dico meco: che fai tu? se' tu impazzato? quando tu l'ottenga, che fia? Conoscerai el tuo errore, pentira'ti delle fatiche e de' pensieri che hai avuti.
Non sai tu quanto poco bene si truova nelle cose che l'uomo desidera, rispetto a quelle che l'uomo ha presupposte trovarvi? Da l'altro canto el peggio che te ne va è morire, e andarne in inferno; e' son morti tanti degli altri: e sono in inferno tanti uomini da bene.
Ha'ti tu a vergognare d'andarvi tu? Volgi il viso alla sorti; fuggi el male, o non lo potendo fuggire, sopportalo come uomo; non ti prosternere, non ti invilire come una donna.
E cosi mi fo di buon cuore, ma io ci sto poco su, perché da ogni parte mi assalta tanto desio d'essere una volta con costei, che io mi sento dalle piante de' pie al capo tutto alterare: le gambe triemono, le viscere si commuovono, il core mi si sbarba del petto, le braccia s'abbandonano, la lingua diventa muta, gli occhi abbarbagliono, el cervello mi gira.
Pure, se io trovassi Ligurio, io arei con chi sfogarmi.
Ma ecco che viene verso me ratto.
El rapporto di costui mi farà o vivere ancor qualche poco, o morire affatto.
[IV. 2]
Io non desiderai mai più tanto di trovare Callimaco, e non penai mai più tanto a trovarlo.
Se io li portassi triste nuove, io l'arei riscontro al primo.
Io sono stato a casa, in piazza, in mercato, al pancone delli Spini, alla Loggia de' Tornaquinci, e non l'ho trovato.
Questi innamorati hanno l'ariento vivo sotto piedi, e' non si possono fermare.
Ca. Veggo Ligurio andar di qua guardando, debbe forse cercar di me. Che sto io che io non lo chiamo? E' mi pare pure allegro: o Ligurio! Ligurio!
Li. O Callimaco, dove sei tu stato?
Ca. Che novelle?
Li. Buone.
Ca. Buone in verità?
Li. Ottime.
Ca. È Lucrezia contenta?
Li. Si.
Ca. Il frate fece el bisogno?
Li. Fece.
Ca. O benedetto frate! Io pregherò sempre Dio per lui.
Li. Oh buono! Come se Dio facessi le grazie del male, come del bene. Il frate vorrà altro che preghi.
Ca. Che vorrà?
Li. Danari.
Ca. Darengliene. Quanti ne gli hai promessi?
Li. Trecento ducati.
Ca. Hai fatto bene.
Li. El dottore n'ha sborsati venticinque.
Ca. Come?
Li. Bastiti che gli ha sborsati.
Ca. La madre di Lucrezia che ha fatto?
Quasi el tutto.
Come la intese, che la sua figliuola aveva avere questa buona notte senza peccato, la non restò mai di pregare, comandare, confortare la Lucrezia, tanto che la la condusse al frate, e quivi operò in modo, che l'acconsentì.
Ca. O Dio! Per quali mia meriti debbo io avere tanti beni? Io ho a morire per la allegrezza.
Li. Che gente è questa? Or per l'allegrezza, or pel dolore, costui vuol morire in ogni modo. Hai tu ad ordine la pozione?
Ca. Sì ho.
Li. Che li manderai?
Ca. Un bicchiere di ipocras che è a proposito a racconciare lo stomaco, rallegra el cervello. Ahimè, ohimè, io sono spacciato!
Li. Che è? Che sarà?
Ca. E' non ci è remedio.
Li. Che diavol fia.
Ca. E' non si è fatto nulla, io mi sono murato in uno forno.
Li. Perché? Che non lo di'? Levati le man dal viso.
Ca. O non sai tu che io ho detto a Messere Nicia che tu, lui, Siro ed io piglieremo uno per metterlo allato alla moglie?
Li. Che importa?
Ca. Come, che importa? Se io son con voi, non potrò essere quello che sia preso; se io non sono, e' si avvedrà dello inganno.
Li. Tu di' el vero; ma non ci è egli remedio?
Ca. Non credo io.
Li. Sì, sarà bene.
Ca. Quale?
Li. Io voglio un poco pensarlo.
Ca. Tu mi hai chiarito; io sto fresco, se tu l'hai a pensare ora.
Li. Io l'ho trovato.
Ca. Che cosa?
Li. Farò che 'l frate che ci ha aiutato infino a qui, farà questo resto.
Ca. In che modo?
Li. Noi abbiamo tutti a travestirci. Io farò travestire el frate: contraffarà la voce, el viso, l'abito; e dirò al dottore che tu sia quello; e' sel crederà.
Ca. Piacemi, ma io che farò?
Li. Fo conto che tu ti metta un pitocchino indosso, e con un liuto in mano te ne venga costì dal canto della sua casa, cantando un canzoncino.
Ca. A viso scoperto?
Li. Sì, che se tu portassi una maschera, gli entrerebbe 'n sospetto.
Ca. E' mi conoscerà.
Li. Non farà, perché io voglio che tu ti storca el viso, che tu apra, aguzzi o digrigni la bocca, chiugga un occhio. Pruova un poco.
Ca. Fo io così?
Li. No.
Ca. Così?
Li. Non basta.
Ca. A questo modo?
Li. Sì sì, tieni a mente cotesto; io ho un naso in casa; io vo' che tu te l'appicchi.
Ca. Orbé, che sarà poi?
Li. Come tu sarai comparso in sul canto, noi sarem quivi, torrenti el liuto, piglierenti, aggireremo, condurrenti in casa, metterenti al letto. El resto doverrai tu far da te.
Ca. Fatto sta condursi.
Li. Qui ti condurrai tu, ma a fare che tu vi possa ritornare, sta a te, e non a noi.
Che tu te la guadagni in questa notte, e che innanzi che tu ti parta, te le dia a conoscere, scuoprale lo inganno, mostrile l'amore le porti, dicale el bene le vuoi; e come senza sua infamia la può essere tua amica, e con sua grande infamia tua nimica.
È impossibile che la non convenga teco e che la voglia che questa notte sia sola.
Ca. Credi tu cotesto?
Io ne sono certo.
Ma non perdiam più tempo, e' son già dua ore.
Chiama Siro, manda la pozione a Messer Nicia, e me aspetta in casa.
Io andrò per el frate; farollo travestire, e condurremo qui, e troverremo el dottore, e faremo quel manca.
Ca. Tu di' ben. Va via.
[IV. 3]
CALLIMACO, SIRO.
Ca. O Siro!
Si. Messere!
Ca. Fatti costì.
Ca. Piglia quello bicchiere d'argento, che è drento allo armario di camera, e coperto con un poco di drappo, portamelo, e guarda a non lo versare per la via.
Si. Sarà fatto.
Costui è stato dieci anni meco, e sempre mi ha servito fedelmente.
Io credo trovare anche in questo caso fede in lui; e benché io non gli abbi comunicato questo inganno, e' se lo indovina, che gli è cattivo bene, e veggo che si va accomodando.
Si. Eccolo.
Sta bene.
Tira, va' a casa Messere Nicia, e digli che questa è la medicina che ha a pigliare la donna dopo cena subito; e quanto prima cena, tanto sarà meglio; e come noi saremo in sul canto ad ordine al tempo, e' facci d'esservi.
Va' ratto.
Si. I' vo.
Ca. Odi qua. Se vuole che tu l'aspetti, aspettalo, e vientene quivi con lui; se non vuole, torna qui da me, dato che tu glien'hai e fatto che tu gli avrai l'ambasciata.
Si. Messere sì.
[IV. 4]
Io aspetto che Ligurio torni col frate; e chi dice che egli è dura cosa l'aspettare, dice el vero.
Io scemo ad ognora dieci libbre pensando dove io sono ora, e dove io potrei essere di qui a due ore, temendo che non nasca qualche cosa che interrompa el mio disegno.
Che se fusse, e' fia l'ultima notte della vita mia, perché o io mi gitterò in Arno, o io mi appiccherò, o io mi gitterò da quelle finestre, o io mi darò d'un coltello in sullo uscio suo.
Qualche cosa farò io perché io non viva più.
Ma io veggo Ligurio? Egli è desso, egli ha seco uno, che pare sgrignuto, zoppo; e' fia certo el frate travestito.
O frati! Conoscine uno, e conoscigli tutti.
Chi è quell'altro che si è accostato a loro? E' mi pare Siro, che ara di già fatto l'ambasciata al dottore; egli è desso.
Io gli voglio aspettare qui per convenire con loro.
[IV. 5]
SIRO, LIGURIO, FRATE travestito, CALLIMACO.
Si. Chi è teco, Ligurio?
Li. Uno uom da bene.
Si. E' egli zoppo, o fa le vista?
Li. Bada ad altro.
Si. Oh! gli ha el viso del gran ribaldo!
Li. Deh, sta cheto; ché ci hai fracido! Ov'è Callimaco?
Ca. Io son qui. Voi siete e' benvenuti.
Li. O Callimaco, avvertisci questo pazzerello di Siro; egli ha detto già mille pazzie.
Siro, odi qua: tu hai questa sera a fare tutto quello che ti dirà Ligurio, e fa conto, quando e' ti comanda, che sia io; e ciò che tu vedi, senti o odi, hai a tenere secretissimo, per quanto tu stimi la roba, l'onore, la vita mia e il ben tuo.
Si. Cosi si farà.
Ca. Desti tu el bicchiere al dottore?
Ca. Che disse?
Si. Che sarà ora ad ordine di tutto.
Fra. È questo Callimaco?
Ca. Sono a' comandi vostri. Le proferte tra noi sien fatte; voi avete a disporre di me e di tutte le fortune mia, come di voi.
Fra. Io l'ho inteso, e credolo, e sommi messo a fare quello per te, che io non arei fatto per uomo del mondo.
Ca. Voi non perderete la fatica.
Fra. E' basta che tu mi voglia bene.
Lasciamo stare le cerimonie.
Noi andremo a travestirci, Siro ed io.
Tu, Callimaco, vien con noi, per potere ire a fare e' fatti tua.
El frate ci aspetterà qui; noi torneremo subito, e anderemo a trovare Messere Nicia.
Ca. Tu di' bene, andiamo.
Fra. Vi aspetto.
[IV. 6]
FRATE solo travestito.
E' dicono el vero quelli che dicono che le cattive compagnie conducono gli uomini alle forche; e molte volte uno capita male, così per essere troppo facile e troppo buono, come per essere troppo tristo.
Dio sa che io non pensava ad iniuriare persona, stavomi nella mia cella, dicevo el mio ufizio, intrattenevo e' mia devoti; capitommi innanzi questo diavolo di Ligurio, che mi fece intignere el dito in uno errore, donde io vi ho messo el braccio, e tutta la persona, e non so ancora dove io m'abbia a capitare.
Pure mi conforto, che quando una cosa importa a molti, molti ne hanno avere cura.
Ma ecco Ligurio e quel servo che tornano.
[ IV. 7]
FRATE, LIGURIO, SIRO.
Fra. Voi siate e' ben tornati.
Li. Stiam noi bene?
Fra. Benissimo.
Li. E' ci manca el dottore. Andiam verso casa sua; e' son più di tre ore, andiam via?
Si. Chi apre l'uscio suo? È egli el famiglio?
Li. No: gli è lui. Ah, ah, ah, eh!
Si. Tu ridi?
Chi non riderebbe? Egli ha un guarnacchino indosso, che non gli cuopre el culo.
Che diavolo ha egli in capo? E' mi pare un di questi gufi de' canonici, e uno spadaccino sotto, ah, ah! e' borbotta non so che; tiriamci da parte, e udiremo qualche sciagura della moglie.
[IV. 8]
MESSER NICIA travestito.
Quanti lezii ha fatto questa mia pazza! Ell'ha mandato le fante a casa la madre, e il famiglio in villa.
Di questo io la laudo; ma io non la lodo già, che innanzi che la ne sia voluta ire al letto, ell'abbi fatto tante schifiltà.
Io non voglio...
Come farò io...
Che mi fate voi fare?...
O me! mamma mia...
E se non che la madre le disse il padre del porro, la non entrava in quel letto.
Che le venga la contina! Io vorrei ben vedere le donne schizzinose, ma non tanto; ché ci ha tolta la testa, cervello di gatta! Poi chi dicessi: impiccata sia la più savia donna di Firenze, la direbbe: che t'ho io fatto? Io so che la Pasquina entrerà in Arezzo, e innanzi che io mi parta da giuoco, io potrò dire come Monna Ghinga: di veduta con queste mane.
Io sto pur bene! Chi mi conoscerebbe? Io paio maggiore, più giovane, più scarzo; e non sarebbe donna che mi togliessi danari di letto.
Ma dove troverò io costoro?
[IV. 9]
LIGURIO, MESSERE MICIA, FRATE travestito, SIRO.
Li. Buona sera, messere.
Ni. Oh, eh, eh!
Li. Non abbiate paura, no' sian noi.
Ni. Oh! voi siete tutti qui. Se io non vi conoscevo presto, io vi davo con questo stocco el più diritto che io sapevo. Tu se' Ligurio? E tu Siro? E quello altro, el Maestro? ah!
Li. Messere, sì.
Ni. Togli. Oh! s'è contraffatto bene, e non lo conoscerebbe. Va qua tu.
Li. Io gli ho fatto mettere dua noce in bocca, perché non sia conosciuto alla voce.
Ni. Tu se' ignorante.
Ni. Che non me'l dicevi tu prima? Ed are'mene messo anch'io dua, e sai se l'importa non essere conosciuto alla favella.
Li. Togliete, mettetevi in bocca questo.
Ni. Che è ella?
Li. Una palla di cera.
Ni. Dalla qua, ca, pu, ca, co, co, cu, cu, spu. Che ti venga la seccaggine, pezzo di manigoldo!
Li. Perdonatemi, che io ve ne ho data una in scambio, che io non me ne sono avveduto.
Li. Ca, ca, pu, pu. Di che, che, che, era?
Li. D'aloe.
Ni. Sia in malora! spu, spu. Maestro, voi non dite nulla?
Fra. Ligurio mi ha fatto adirare.
Ni. Oh! voi contraffate ben la voce.
Non perdiam più tempo qui.
Io voglio essere el capitano, e ordinare l'esercito per la giornata.
Al destro corno sia preposto Callimaco, al sinistro io, intra le due corna starà qui el dottore.
Siro fia retroguardo, per dare sussidio a quella banda che inclinassi.
El nome sia San Cucù.
Ni. Chi è San Cucù?
Li. È el più onorato santo che sia in Francia. Andian via, mettian l' agguato a questo canto. State a udire: io sento un liuto.
Ni. Egli è esso. Che vogliam fare?
Li. Vuolsi mandare innanzi uno esploratore a scoprire chi egli è, e secondo ei referirà, secondo faremo.
Ni. Chi v' andrà?
Li. Va via, Siro. Tu sai quello hai a fare. Considera, esamina, torna presto, referisci.
Ni. Io non vorrei che noi pigliassimo un granchio, che fussi qualche vecchio debole o infermiccio; e che questo giuoco si avesse a rifare domandassera.
Li. Non dubitate, Siro è valente uomo. Eccolo, e' torna. Che truovi, Siro?
Si. Egli è el più bel garzonaccio che voi vedessi mai. Non ha venticinque anni, e viensene solo in pitocchino, sonando il liuto.
Ni. Egli è el caso, se tu di' el vero; ma guarda, che questa broda sarebbe tutta gittata addosso a te.
Si. Egli è quel che io v' ho detto.
Li. Aspettiamo ch'egli spunti questo canto, e subito gli saremo addosso.
Ni. Tiratevi in qua, maestro; voi mi parete un uom di legno. Eccolo.
Ca. «Venir ti possa el diavolo allo letto. Da poi che io non ci posso venire io».
Li. Sta forte. Da' qua questo liuto.
Ca. Ohimè! che ho io fatto?
Ni. Tu el vedrai. Cuoprigli el capo, imbavaglialo.
Li. Aggiralo.
Ni. Dagli un'altra volta, dagliene un'altra, mettetelo in casa.
Fra. Messere Nicia, io m'andrò a riposare, che mi duole la testa, che io muoio. E se non bisogna, io non tornerò domattina.
Ni. Sì, maestro, non tornate; noi potrem fare da noi.
[IV. 10]
FRATE solo.
E' sono intanati in casa, e io me ne andrò al convento; e voi, spettatori, non ci appuntate, perché in questa notte non ci dormirà persona, sì che gli atti non sono interrotti dal tempo.Io dirò l'uffizio.
Ligurio e Siro ceneranno, che non hanno mangiato oggi, el dottore andrà di camera in sala, perché la cucina vada netta.
Callimaco e madonna Lucrezia non dormiranno, perché io so se io fussi lui, e se voi fussi lei, che noi non dormiremmo.
O dolce notte, oh sante Ore notturne e quete, Ch'i disiosi amanti accompagnate; In voi s'adunan tante Letizie, onde voi siete Sole cagion di far l'alme beate.
Voi giusti premii date All'amorose schiere Delle lunghe fatiche, Voi fate, o felici ore, Ogni gelato petto arder d'amore.
[V. 1]
Io non ho potuto questa notte chiudere occhio, tanto è il desiderio che io ho d'intendere come Callimaco e gli altri l'abbiano fatto.
Ed ho atteso a consumare el tempo in varie cose: io dissi mattutino, lessi una vita dei Santi Padri, andai in chiesa ed accesi una lampana che era spenta, mutai uno velo ad una Madonna che fa miracoli.
Quante volte ho io detto a questi frati che la tenghino pulita! E si maravigliano poi se la divozione manca.
Io mi ricordo esservi cinquecento imagine, e non ve ne sono oggi venti; questo nasce da noi, che non le abbiamo saputa mantenere la reputazione.
Noi vi solavamo ogni sera dopo la compieta andare a processione, e farvi cantare ogni sabato le laude.
Botavanci noi sempre quivi, perché vi si vedessi delle imagine fresche; confortavamo nelle confessioni gli uomini e le donne a botarvisi.
Ora non si fa nulla di queste cose, e poi ci maravigliamo se le cose vanno fredde! Oh, quanto poco cervello è in questi mia frati! Ma io sento uno grande romore da casa
Messere Nicia.
Eccogli per mia fé; e' cavono fuori el prigione.
Io sarò giunto a tempo.
Ben si sono indugiati alla sgocciolatura; e' si fa appunto l' alba.
Io voglio stare a udire quello che dicono, senza scuoprirmi.
[V. 2]
MESSERE NICIA, LIGURIO, SIRO.
Ni. Piglialo di costà, ed io di qua; e tu, Siro, lo tieni per il pitocco di drieto.
Ca. Non mi fate male.
Li. Non aver paura, va pur via.
Ni. Non andiam più là.
Li. Voi dite bene, lascialo ire qui. Diamgli due volte, che non sappi donde el si sia venuto. Giralo, Siro.
Si. Ecco.
Ni. Giralo un'altra volta.
Si. Ecco fatto.
Ca. Il mio liuto.
Li. Via, ribaldo, tira via. S'i' ti sento favellare, io ti taglierò il collo.
Ni. E' s'è fuggito, andianci a sbisacciare; e vuolsi che noi usciamo fuora tutti a buon'ora, acciò che non si paia che noi abbiamo vegghiato questa notte.
Li. Voi dite el vero.
Ni. Andate voi e Siro a trovare maestro Callimaco, e gli dite che la cosa è proceduta bene.
Che li possiamo noi dire? Noi non sappiamo nulla.
Voi sapete che, arrivati in casa, noi ce n'andamo nella volta a bere.
Voi e la suocera rimaneste alle mani seco, e non vi rivedemo mai, se non ora, quando voi ci chiamasti per mandarlo fuora.
Voi dite el vero.
Oh! io v'ho da dire le belle cose! Mogliema era nel letto al buio.
Sostrata m'aspettava al fuoco.
I' giunsi su con questo garzonaccio, e perché e' non andassi nulla in capperuccia, io lo menai in una dispensa che io ho in sulla sala, dove era uno certo lume annacquato, e gittava un poco d'albore, in modo che non mi poteva vedere in viso.
Li. Saviamente.
Io lo feci spogliare, e' nicchiava; io me li volsi come un cane, di modo che li parve mill'anni d'avere fuora e' panni, e rimase ignudo.
Egli è brutto di viso.
Egli aveva uno nasaccio, una bocca torta; ma tu non vedesti mai le più belìi carni! bianco, morbido, pastoso, e dell'altre cose non ne domandate.
Li. E' non è bene ragionarne, che bisognava vederlo tutto.
Ni. Tu vuoi el giambo. Poi che aveva messo mano in pasta, io ne volsi toccare il fondo; poi volsi vedere s'egli era sano: s'egli avessi auto le bolle, dove mi trovavo io? Tu ci metti parole.
Li. Avete ragione voi.
Come io ebbi veduto che gli era sano, io me lo tirai drieto, ed al buio lo menai in camera; messi al letto; e innanzi mi partissi, volli toccare con mano come la cosa andava, che io non son uso ad essermi dato ad intendere lucciole per lanterne.
Li. Con quanta prudenzia avete voi governata questa cosa!
Ni. Tocco e sentito che io ebbi ogni cosa, mi uscii di camera, e serrai l'uscio, e me n'andai alla suocera, che era al fuoco, e tutta notte abbiamo atteso a ragionare.
Li. Che ragionamenti sono stati e' vostri?
Della sciocchezza di Lucrezia, e quanto egli era meglio che senza tanti andirivieni, ella avessi ceduto al primo.
Dipoi ragionamo del bambino, che me lo pare tuttavia avere in braccio, el naccherino! tanto che io sentii sonare le tredici ore; e dubitando che il di non sopraggiungessi, me n' andai in camera.
Che direte voi che io non poteva fare levare quel rubaldone?
Li. Credolo.
Ni. E' gli era piaciuto l'unto. Pure e' si levò, io vi chiamai e l'abbiam condotto fuori.
Li. La cosa è ita bene.
Ni. Che dirai tu, che me ne incresce?
Li. Di che?
Ni. Di quel povero giovane, ch'egli abbi a morire si presto, e che questa notte gli abbi a costare sì cara.
Li. Oh! voi avete e' pochi pensieri. Lasciatene la cura a lui.
Ni. Tu di' el vero. Ma mi pare bene milla anni di trovare maestro Callimaco, e rallegrarmi seco.
Li. E' sarà fra un'ora fuora. Ma gli è chiaro el giorno; noi ci andremo a spogliare; voi che farete?
Andronne anch'io in casa a mettermi e' panni buoni.
Farò levare e lavare la donna, e farolla venire alla Chiesa ad entrare in santo.
Io vorrei che voi e Callimaco fussi là, e che noi parlassimo al frate per ringraziarlo, e ristorallo del bene che ci ha fatto.
Li. Voi dite bene, cosi si farà.
[V. 3]
Io ho udito questo ragionamento, e m'è piaciuto, considerando quanta sciocchezza sia in questo dottore; ma la conclusione ultima mi ha sopra modo dilettato.
E poiché debbono venire a trovarmi a casa, io non voglio star più qui, ma aspettarli alla chiesa, dove la mia mercanzia varrà più.
Ma chi esce di quella casa? E' mi pare Ligurio, e con lui debbe esser Callimaco.
Io non voglio che mi veggano, per le ragione dette; pure, quando e' non venissino a trovarmi, sempre sarò a tempo andare a trovare loro.
CALLIMACO, LIGURIO
Come io t'ho detto, Ligurio mio, io stetti di mala voglia infino alle nove ore; e benché io avessi grande piacere, e' non mi parve buono.
Ma poi che io me le fu' dato a conoscere, e che io l'ebbi dato ad intendere l'amore che io le portava, e quanto facilmente, per la semplicità del marito, noi potavamo vivere felici sanza infamia alcuna, promettendole che, qualunque volta Dio facessi altro di lui, di prenderla per donna; ed avendo ella, oltre alle vere ragione, gustato che differenzia è dalla iacitura mia a quella di Nicia e da baci d'uno amante giovane a quelli d'uno marito vecchio, dopo qualche sospiro disse: poi che l'astuzia tua, la sciocchezza del mio marito, la semplicità di mia madre e la tristizia del mio confessoro mi hanno condotta a fare quello che mai per me medesima arei fatto, io voglio iudicare che e' venga da una celeste disposizione che abbi voluto così, e non sono sufficiente a ricusare quello che el cielo vuole che io accetti.
Però io ti prendo per signore, padrone, guida; tu mio padre, tu mio difensore, e tu voglio che sia ogni mio bene; e quello che 'l mio marito ha voluto per unasera, voglio ch'egli abbia sempre.
Faraiti adunque suo compare, e verrai questa mattina alla Chiesa, e di quivi ne verrai a desinare con esso noi; e l'andare e lo stare starà a te, e potremo ad ogni ora e senza sospetto convenire insieme.
Io fui, udendo queste parole, per morirmi per la dolcezza.
Non potetti respondere alla minima parte di quello che io arei desiderato.
Tanto che io mi truovo el più felice e contento uomo che fussi mai nel mondo; e se questa felicità non mi mancassi, o per morte o per tempo, io sarei più beato ch'e' beati, più santo che e' santi.
Li. Io ho gran piacere d'ogni tuo bene, e ètti intervenuto quello che io ti dissi appunto. Ma che facciamo noi ora?
Ca. Andiamo verso la chiesa, perché io le promisi d'essere là, dove la verrà lei, la madre e il dottore.
Li. Io sento toccare l'uscio suo: le sono esse, ed escono fuora, ed hanno el dottore drieto.
Ca. Avvianci in chiesa, e là aspetteremo.
[V. 5]
MESSERE NICIA, LUCREZIA, SOSTRATA.
Ni. Lucrezia, io credo che sia bene fare le cose con timore di Dio, e non alla pazzaresca.
Lu. Che s'ha egli a fare ora?
Ni. Guarda come ella risponde! La pare un gallo.
So. Non ve ne maravigliate, ella è un poco alterata.
Lu. Che volete voi dire?
Ni. Dico che egli è bene che io vada innanzi a parlare al frate, e dirli che ti si facci incontro in sullo uscio della chiesa per menarti in santo, perché gli è proprio stamane come se tu rinascessi.
Lu. Che non andate?
Ni. Tu se' stamane molto ardita! Ella pareva iersera mezza morta.
Lu. Egli è la grazia vostra.
So. Andate a trovare el frate. Ma e' non bisogna, egli è fuora di chiesa.
Ni. Voi dite el vero.
[V. 6]
FRATE, MESSERE NICIA, LUCREZIA, CALLIMACO, LIGURIO, SOSTRATA.
Fra. Io vengo fuora, perché Callimaco e Ligurio m'hanno detto che el dottore e le donne vengono alla chiesa.
Ni. Bona dies, Padre.
Fra. Voi siate le benvenute, e buon pro vi faccia, madonna, che Dio vi dia a fare un bel figliuolo maschio.
Lu. Dio el voglia.
Fra. E' lo vorrà in ogni modo.
Ni. Veggo in chiesa Ligurio e maestro Callimaco?
Fra. Messere sì.
Ni. Accennateli.
Fra. Venite.
Ca. Dio vi salvi.
Ni. Maestro, toccate la mano qui alla donna mia.
Ca. Volentieri.
Ni. Lucrezia, costui è quello che sarà cagione che noi aremo un bastone che sostenga la nostra vecchiezza.
Lu. Io l'ho molto caro, e vuoisi che sia nostro compare.
Ni. Or benedetta sia tu! E voglio che lui e Ligurio venghino stamani a desinare con esso noi.
Lu. In ogni modo.
Ni. E vo' dare loro la chiave della camera terrena d'in sulla loggia, perché possino tornarsi quivi a lor comodità, che non hanno donne in casa, e stanno come bestie.
Ca. Io l'accetto, per usarla quando mi accaggia.
Fra. Io ho avere e' danari per la limosina?
Ni. Ben sapete come, domine, oggi vi si manderanno.
Li. Di Siro non è uomo che si ricordi!
Ni. Chiegga, ciò che io ho è suo. Tu, Lucrezia, quanti grossoni hai a dare al frate per entrare in santo?
Lu. Dategliene dieci.
Ni. Affogaggine!
Fra. Voi, madonna Sostrata, avete, secondo mi pare, messo un tallo in sul vecchio.
So. Chi non sarebbe allegra?
Andianne tutti in chiesa, e quivi diremo l'orazione ordinaria; dipoi, dopo l'ufficio, ne andrete a desinare a vostra posta.
Voi, aspettatori, non aspettate che noi usciamo più fuora, l' ufficio è lungo, e io mi rimarrò in chiesa, e loro per l' uscio del fianco se ne andranno a casa.
Valete.
Canzone cantata da una ninfa e da due pastori.
Quanto sie lieto il giorno, Che le memorie antiche Fa ch'or per me sien mostre e celebrate, Si vede, perché intorno Tutte le genti amiche Si sono in questa parte raunate.
Noi, che la nostra etate Ne' boschi e nelle selve consumiamo, Venuti ancor qui siamo, Io ninfa, e noi pastori, E giam cantando insieme e' nostri amori.
Chiari giorni e quieti, Felice e bel paese, Dove del nostro canto il suon s'udia; Pertanto allegri e lieti, A queste vostre imprese Farem col cantar nostro compagnia.
Con si dolce armonia, Qual mai sentita più non fu da voi; E partiremei poi, Io ninfa, e noi pastori, E torneremei a' nostri antichi amori.
PROLOGO
Se nel mondo tornassero i medesimi uomini, come tornano i medesimi casi, non passerebbero mai cento anni, che noi non ci trovassimo un'altra volta insieme a fare le medesime cose, che ora.
Questo si dice, perché già in Atene, nobile ed antichissima città in Grecia, fu uno gentiluomo, al quale, non avendo altri figliuoli che uno ma schio, capitò a sorte una piccola fanciulla in casa, la quale da lui infino all'età di diciassette anni fu onestissimamente allevata.
Occorse dipoi, che in un tratto egli e il figliuolo se ne innamorarono, nella concorrenza del quale amore assai casi e strani accidenti nacquero, i quali trapassati, il figliuolo la prese per donna, e con quella gran tempo felicissimamente visse.
Che direte voi, che questo medesimo caso pochi anni sono seguì ancora in Firenze? E volendo questo nostro autore l'uno delli dua rappresentarvi, ha eletto il Fiorentino, giudicando che voi siate per prendere maggiore piacere di questo che di quello.
Perché Atene è rovinata, le vie, le piazze, i luoghi non vi si riconoscono.
Dipoi quelli cittadini parlavano in greco; e voi quella lingua non intendereste.
Prendete pertanto il caso seguito in Firenze, e non aspettate di riconoscere o il casato, o gli uomini, perché lo autore, per fuggire carico, ha convertiti i nomi veri in nomi finti.
Vuol bene che, avanti che la commedia cominci, voi veggiate le persone, acciocché meglio nel recitarla le conosciate.
Uscite qua fuora tutti, che il popolo vi vegga.
Eccoli.
Vedete come e' ne vengono soavi? Ponetevi costi in fila l'uno propinquo all'altro.
Voi vedete: quel primo è Nicomaco, un vecchio tutto pien d'amore.
Quello che gli è a lato, è Cleandro, suo figliuolo e suo rivale.
L'altro si chiama Palamede, amico a Cleandro.
Quelli due che seguono, l'uno è Pirro servo, l'altro è Eustachio fattore, dei quali ciascuno vorrebbe essere marito della dama del suo padrone.
Quella donna che vien poi, è Sofronia, moglie di Nicomaco.
Quella appresso è Doria sua servente.
Di quelli ultimi duoi che restano, l'uno è Damone, l'altra è Sostrata sua donna.
Ecci un'altra persona, la quale per avere a venire ancora da Napoli, non vi si mostrerà.
Io credo che basti, e che voi gli abbiate veduti assai.
Il popolo vi licenzia; tornate drento.
Questa favola si chiama Clizia, perché cosi ha nome la fanciulla che si combatte.
Non aspettate di vederla, perché Sofronia, che l'ha allevata, non vuole per onestà che la venga fuora.
Pertanto se ci fusse alcuno che la vagheggiasse, avrà pazienza.
E' mi resta a dirvi come lo autore di questa commedia è uomo molto costumato, e saprebbegli male, se vi paresse nel vederla recitare, che ci fusse qualche disonestà.
Egli non crede che la ci sia: pure quando e' paresse a voi, si escusa in questo modo.
Sono trovate le commedie per giovare, e per dilettare agli spettatori.
Giova veramente assai a qualunque uomo, e massimamente ai giovanetti, conoscere l'avarizia d'un vecchio, il furore di uno innamorato, gl'inganni di un servo, la gola d'uno parasito, la miseria di un povero, l'ambizione di un ricco, le lusinghe di una meretrice, la poca fede di tutti gli uomini; de' quali esempi le commedie sono piene, e possonsi tutte queste cose con onestà grandissima rappresentare.
Ma volendo dilettare, è necessario muovere gli spettatori a riso, il che non si può fare mantenendo il parlare grave e severo; perché le parole che fanno ridere, sono, o sciocche, o ingiuriose, o amorose.
È necessario pertanto rappresentare persone sciocche, malediche, o innamorate, e perciò quelle commedie, che sono piene di queste tre qualità di parole, sono piene di risa; quelle che ne mancano, non trovano chi con il ridere le accompagni.
Volendo adunque questo nostro autore dilettare, e fare in qualche parte gli spettatori ridere, non inducendo in questa sua commedia persone sciocche, ed essendosi rimasto di dire male, è stato necessitato ricorrere alle persone innamorate ed agli accidenti che nell'amore nascono.
Dove se fia cosa alcuna non onesta, sarà in modo detta, che queste donne potranno senza arrossire ascoltarla.
Siate contenti adunque prestarci gli orecchi benigni, e se voi ci satisfarete ascoltando, noi ci sforzeremo recitando satisfare a voi.
CLEANDRO. PALAMEDE. NICOMACO. PIRRO. EUSTACHIO. SOFRONIA. DAMONE. DORIA. SOSTRATA. RAMONDO.
[I. 1].
PALAMEDE e OLEANDRO.
Pa. Tu esci si a buon'ora di casa.
Cle. Tu donde vieni si a buon'ora?
Pa. Da fare una mia faccenda.
Cle. E io vo a farne un'altra, o, a dir meglio, a cercare di farla; perché se io la farò non ho certezza alcuna.
Pa. È ella cosa che si possa dire?
Cle. Non so; ma io so bene ch'ella è cosa che con difficultà si può fare.
Pa. Orsù, io me ne voglio ire, ch'io veggo come lo stare accompagnato t'infastidisce; e per questo io ho sempre fuggito la pratica tua, perché sempre ti ho trovato mal disposto e fantastico.
Cle. Fantastico no, ma innamorato sì.
Pa. Togli, tu mi racconci la cappellina in capo.
Cle. Palamede mio, tu non sai mezze le messe. Io sono sempre vivuto disperato, ed ora vivo più che mai.
Pa. Come così?
Cle. Quello che io t'ho celato per lo addietro, ti voglio manifestare ora, poi ch'io mi sono ridotto al termine che mi bisogna soccorso da ciascuno.
Pa.
Se io stavo mal volentieri teco in prima, io starò peggio ora, perch'io ho sempre inteso che tre sorte di uomini si debbono fuggire, cantori, vecchi ed innamorati.
Perché se usi con un cantore, e narrigli un tuo fatto, quando tu credi che t'oda, ei ti spicca uno ut, re, mi, fa, sol, la, e gorgogliasi una canzonetta in gola.
Se tu sei con uno vecchio, e' ficca il capo in quante chiese e' truova, e va a tutti gli altari a borbottare un paternostro.
Ma di questi duoi io innamorato è peggio; perché non basta che, se tu gli parli, ei pone una vigna, che ei t'empie gli orecchi di rammarichìi e di tanti suoi affanni che tu sei forzato a moverti a compassione.
Perché s'egli usa con una cantoniera, o ella lo assassina troppo, o ella l'ha cacciato di casa: sempre vi è qualcosa che dire.
S'egli ama una donna da bene, mille invidie, mille gelosie, mille dispetti lo perturbano; mai non vi manca cagione di dolersi.
Pertanto, Cleandro mio, io userò tanto teco quanto tu avrai bisogno di me; altrimenti io fuggirò questi tuoi dolori.
Cle.
Io ho tenuto occulte queste mie passioni infino a ora per coteste cagioni: per non essere fuggito come fastidioso o uccellato come ridicolo; perché io so che molti sotto spezie di carità ti fanno parlare e poi ti ghignano.
Ma poiché ora la fortuna mi ha condotto in lato che mi pare avere pochi rimedii, io te lo voglio conferire per sfogarmi in parte, ed anche perché, se mi bisognasse il tuo aiuto, che tu me lo presti.
Pa. Io sono parato, poiché tu vuoi, ad ascoltare tutto, e cosi a non fuggire né disagi né pericoli per aiutarti.
Cle. Io lo so. Io credo che tu abbia notizia di quella fanciulla che noi ci abbiamo allevata.
Pa. Io l'ho veduta. Donde venne?
Dirottelo.
Quando dodici anni sono, nel 1494, passò il re Carlo per Firenze, che andava con uno grande esercito all'impresa del Regno, alloggiò in casa nostra un gentiluomo della compagnia di Monsignor di Fois, chiamato Beltramo di Guascogna.
Fu costui da mio padre onorato, ed egli (perché uomo da bene era) riguardò e onorò la casa nostra; e dove molti fecero una inimicizia con quegli Francesi avevano in casa, mio padre e costui contrassero una amicizia grandissima.
Pa. Voi aveste una gran ventura più che gli altri, perché quelli che furono messi in casa nostra, ci fecero infiniti mali.
Credolo, ma a noi non intervenne cosi.
Questo Beltramo ne andò con il suo re a Napoli; e come tu sai, vinto che ebbe Carlo quel regno, fu costretto a partirsi, perché il Papa, l'Imperatore, i Veneziani e il duca di Milano se gli erano collegati contro.
Lasciate pertanto parte delle sue genti a Napoli, con il resto se ne venne verso Toscana; e giunto a Siena, perché egli intese la Lega aver uno grossissimo esercito sopra il Taro per combattere allo scendere de' monti, gli parve di non perdere tempo in Toscana, e perciò non per Firenze, ma per la via di Pisa e di Pontremoli passò in Lombardia.
Beltramo, sentito il romore dei nimici e dubitando, come intervenne, non avere a far la giornata con quelli, avendo intra la preda fatta a Napoli questa fanciulla, che allora doveva avere cinque anni, d'una bella aria e tutta gentile, deliberò di torla dinanzi ai pericoli, e per uno suo servidore la mandò a mio padre, pregandolo che per suo amore dovesse tanto tenerla che a più comodo tempo mandasse per lei; né mandò a dire se l'era nobile, o ignobile; solo ci significò che la si chiamava Clizia.
Mio padre e mia madre, perché non avevano altri figliuoli che me, subito se ne innamororno.
Pa. Innamorato te ne sarai tu?
Lasciami dire.
E come loro cara figliuola la trattarono.
Io, che allora avevo dieci anni, mi cominciai, come fanno i fanciulli, a trastullare seco e le posi uno amore estraordinario, il quale sempre coll'età crebbe; di modo che, quando ella arrivò alla età di dodici anni, mio padre e mia madre cominciarono ad avermi gli occhi alle mani, in modo che, se io solo le parlava, andava sottosopra la casa.
Questa strettezza (perché sempre si desidera più ciò che si può avere meno) raddoppiò l'amore; e hammi fatto e fa tanta guerra, che io vivo con più affanni che se io fussi in inferno.
Pa. Beltramo mandò mai per lei?
Cle. Di cotestui non s'intese mai nulla; crediamo che morisse nella giornata del Taro.
Pa. Cosi dovette essere. Ma dimmi: che vuoi tu fare? A che termine sei? Vuola tu torre per moglie, o vorrestila per amica? Che t'impedisce, avendola in casa? Può essere che tu non ci abbia rimedio?
Cle. Io t'ho a dire delle altre cose, che saranno con mia vergogna; perciò io voglio che tu sappia ogni cosa.
Pa. Di' pure.
Cle. E' mi vien voglia, disse colei, di ridere, e ho male: mio padre se n'è innamorato anch'egli.
Pa. Nicomaco?
Cle. Nicomaco, sì.
Pa. Puollo fare Iddio?
Cle. E' lo può fare Iddio e' Santi.
Pa. Oh! questo è il più bel fatto ch'io sentissi mai. E' non se ne guasta se non una casa. Come vivete insieme? Che fate? a che pensate? Tua madre sa queste cose?
Cle. E' lo sa mia madre, le fante e' famigli; egli è una tresca il fatto nostro.
Pa. Dimmi infine, dove è ridotta la cosa?
Mio padre per moglie, quando bene ei non ne fusse innamorato, non me la concederebbe mai, perché è avaro ed ella è senza dota.
Dubita anche che la non sia ignobile, lo me la torrei per moglie, per amica e in tutti quei modi che io la potessi avere.
Ma di questo non accade ragionare ora; solo ti dirò dove noi ci troviamo.
Pa. Io l'avrei caro.
Tosto che mio padre s'innamorò di costei, che debbe essere circa un anno, e desiderando di cavarsi questa voglia, che lo fa proprio spasimare, pensò che non ci era altro rimedio che maritarla a uno che poi gliene accumunasse; perché tentare d'averla prima che maritata, gli debbe parere cosa impia e brutta.
E non sapendo dove si gittare, ha eletto per il più fidato a questa cosa Pirro nostro servo; e menò tanto segreta questa sua fantasia che a un pelo la fu per condursi, prima che altri se ne accorgesse.
Ma Sofronia mia madre, che prima un pezzo dello innamoramento s'era avveduta, scoperse questo agguato, e con ogni industria, mossa da gelosia e invidia, attende a guastarlo.
Il che non ha potuto far meglio che mettere in campo un altro marito, e biasimare quello, e dice volerla dare a Eustachio nostro fattore.
E benché Nicomaco sia di più autorità, nondimeno l'astuzia di mia madre, gli aiuti di noi altri, che senza molto scuoprirci le facciamo, ha tenuta la cosa in punta più settimane.
Tuttavia Nicomaco ci serra forte, ed ha deliberato, a dispetto di mare e di vento, far oggi questo parentado, e vuole che la meni questa sera, e ha tolto a pigione quella casetta, dove abita Damone vicino a noi, e dice che glene vuole comperare, fornirla di masserizie, aprirgli una bottega e farlo ricco.
Pa. A te che importa, che l'abbia più Pirro che Eustachio?
Come che m'importa? Questo Pirro è il maggiore ribaldello che sia in Firenze; perché, oltre ad averla pattuita con mio padre, è uomo che mi ebbe sempre in odio; di modo che io vorrei che l'avesse piuttosto il diavolo dello Inferno.
Io scrissi ieri al fattore che venisse a Firenze; maravigliomi ch'e' non ci venne iersera.
Io voglio stare qui a vedere se io lo vedessi comparire; tu che farai?
Pa. Andrò a fare una mia faccenda.
Cle. Va' in buon'ora.
Pa. Addio; temporeggiati il meglio puoi; e se vuoi cosa alcuna, parla.
CLEANDRO solo.
Veramente chi ha detto che l'innamorato e il soldato si somigliano, ha detto il vero.
Il capitano vuole che i suoi soldati sieno giovani; le donne vogliono che i loro amanti non sieno vecchi.
Brutta cosa è vedere un vecchio soldato: bruttissimo vederlo innamorato.
I soldati temono lo sdegno del capitano; gli amanti non meno quello delle loro donne.
I soldati dormono in terra allo scoperto; gli amanti su pe' muriccioli.
I soldati perseguono insino a morte i loro nimici; gli amanti i loro rivali.
I soldati per la oscura notte nel più gelato verno vanno per il fango, esposti alle acque e a' venti per vincere una impresa che faccia loro acquistar la vittoria; gli amanti per simili vie, e con simili e maggiori disagi, di acquistare la loro amata cercano.
Ugualmente, nella milizia e nello amore è necessario il segreto, la fede e l'animo: sono i pericoli uguali, e il fine il più delle volte è simile.
Il soldato muore in una fossa, lo amante muore disperato.
Cosi dubito io che non intervenga a me.
Io ho la donna in casa, veggola quanto io voglio, mangio sempre seco, il credo mi sia maggior dolore; perché quanto è più propinquo l'uomo ad un suo desiderio, più lo desidera, e non lo avendo, maggiore dolore sente.
A me bisogna pensare per ora a disturbare queste nozze; dipoi nuovi accidenti m'arrecheranno nuovi consigli e nuove fortune.
È egli possibile che Eustachio non venga di villa? E scrissigli che ci fusse infino iersera? Ma io lo veggo spuntare là da quel canto.
Eustachio, o Eustachio?
EUSTACHIO, CLEANDRO.
Eust. Chi mi chiama? O Cleandro!
Cle. Tu hai penato tanto a comparire?
Eust.
Io venni infino iersera, ma io non mi sono appalesato; perché poco innanzi ch'io avessi la tua lettera, ne avevo avuta una da Nicomaco, che m'imponeva un monte di faccende; e perciò io non volevo capitargli innanzi, se prima io non ti vedevo.
Hai ben fatto.
Io ho mandato per te, perché Nicomaco sollecita queste nozze di Pirro, le quali tu sai non piacciono a mia madre; perché, poi che di questa fanciulla si ha a fare bene ad un uomo nostro, vorrebbe che la si desse a chi la merita più; ed invero le tue condizioni sono altrimenti fatte che quelle di Pirro, che, a dirlo qui fra noi, egli è uno sciagurato.
Io ti ringrazio: e veramente io non avevo il capo a tor donna; ma poi che tu e madonna volete, io voglio ancora io.
Vero è che io non vorrei anche arrecarmi nimico Nicomaco, perché poi alla fine il padrone è egli.
Non dubitare, perché mia madre ed io non siamo per mancarti, e ti trarremo d'ogni pericolo.
Io vorrei bene che tu ti rassettassi un poco.
Tu hai cotesto gabbano, che ti cade di dosso; hai il tocco polveroso, una barbaccia.
Va' al barbiere, lavati il viso, setolati cotesti panni, acciò che Clizia non ti abbia a rifiutare per porco.
Eust. Io non son atto a rimbiondirmi.
Cle. Va', fa' quel ch'io ti dico, e poi te ne vai in quella chiesa vicina, e quivi mi aspetta; io me ne andrò in casa, per vedere a quel che pensa il vecchio.
Canzone
Chi non fa prova, etc. (cfr. Mandr., I).
[II. 1]
NICOMACO solo.
Che domine ho io stamani intorno agli occhi? E' mi pare avere i bagliori che non mi lasciano vedere lume; e iersera io avrei veduto il pelo nell'uovo.
Avrei io beuto troppo? Forse che si.
Oh Dio, questa vecchiaia ne viene con ogni mal mendo! Ma io non sono ancora si vecchio che io non rompessi una lancia con Clizia.
È egli però possibile che io mi sia innamorato a questo modo? E, quello che è peggio, mogliema se n'è accorta; ed indovinasi perché io voglia dare questa fanciulla a Pirro.
Infine e' non mi va solco diritto.
Pure io ho a cercare di vincere la mia.
Pirro, o Pirro; vien giù; esci fuora.
[II. 2]
PIRRO, NICOMACO.
Pir. Eccomi.
Ni. Pirro, io voglio che tu meni questa sera moglie in ogni modo.
Pir. Io la merrò ora.